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Quel lato oscuro di Bergoglio che ammalia ed inganna e alla fine tutto distrugge…

…la santa Chiesa di Cristo prima vera vittima di tutto quanto sta accadendo

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16 e 19 aprile un sonetto per papa Benedetto

Volentieri condividiamo questi Auguri speciali per Benedetto XVI nato il 16 aprile 1927 ed eletto sommo Pontefice il 19 aprile 2005. Auguri da tutti noi, santo Padre.

  • Caro Papa, Benedetto Sedicesimo, in questo  grave e nuovo tempo d’arianesimo,
  • vogliamo esprimerti tutta la nostra gratitudine, a Te che delle anime sei sollecitudine.
  • Perdonaci se “Emerito” non ti chiamiamo perché, detto papale, è un concetto eretico, che noi non professiamo;
  • non ci interessano le Rinunce libere o forzate, per queste cose seguiamo l’Aquinate.
  • Guardiamo con dolore di Cristo la Sua Chiesa, la dolce Sposa oggi – con l’eresia – lesa e offesa;
  • quando Tu mettesti al centro l’Eucaristico Gesù, che oggi, l’adorarLo e inginocchiarsi, non è più virtù.
  • Ci manchi tanto, caro Papa Benedetto,  questa “nuova chiesa” ci sembra una novella Caporetto;
  • mancano la vera Fede, la speranza e la vera carità, la nuova pastorale è tutta amenità, ambiguità.
  • Siamo il piccolo gregge, gente del popolo, che fa dei Comandamenti e Sacramenti il proprio obolo;
  • molti parroci e pastori la vera Tradizione hanno tradito, così il vero Catechismo hanno ammutolito.
  • La beata Emmerich per questi tempi ha parlato, di una “chiesa delle tenebre”, che il Cristo avrebbe abbandonato;
  • ha descritto un “Papa debole che più non camminava“, ma che per la sua fede e teologia brillava.
  • Tempi oscuri  e dolorosi per le Anime e la Chiesa annunciava, e della grave apostasia trattava;
  • ma Tu caro Benedetto che per noi preghi, abbiamo bisogno del Papa, che la Dottrina più non rinneghi!
  • Oggi vogliamo ricordare il Tuo genetliaco e l’elezione Petrina, e con affetto Ti inviamo questa cartolina;
  • non si tratta di semplici parole di stima e rima, ma la descrizione di una Chiesa, dopo la bomba su Hiroshima…
  • Non c’è più nulla di cui festeggiare, e non è certo la speranza, quella vera, che vogliamo abbandonare;
  • ma caro papa Benedetto, forse Tu, meglio di noi l’hai capito, che senza conversione e dottrina , tutto è inaudito.
  • Non possiamo pretendere che Tu ritorni a governare, ma Tu lo hai detto che la Chiesa non volevi abbandonare;
  • quale regalo più grande e bello possiamo sperare, se non quello che dalla Tua voce udir, la vera dottrina rituonare?
  • Caro papa Benedetto, non per mera nostalgia, ma molto ci manchi, ed avanza nella Chiesa l’apostasia;
  • “non più tacer” scriveva la Santa senese, che per secoli le fiaccole della vera Fede teneva accese.
  • Ma se Tu taci, in tutti i sensi, Benedetto pur sempre papa, la salvezza per l’anima nostra sarà sempre, sì più opaca;
  • santa Bernadette che nel Genetliaco festeggi, possa dirti con noi: “l’eresia correggi!”
  • Auguri di ogni Bene, caro nostro santo Padre amato, seppure l’animo nostro è molto addolorato;
  • sappiamo che anche il Ciel permette questo tempo disagiato, per veder di Maria il trionfo del Suo Cuor Immacolato!
  • Grazie papa Benedetto per tutto ciò che hai detto e per noi fatto, del Pontificum Summorum, il divin Atto;
  • un gran bene anche noi Ti vogliamo, e tutti insieme Ti abbracciamo; vita santa e mille grazie Ti auguriamo.

Laudetur Jesus Christus

Cliccare qui per il video, piccolo contributo a queste date per noi importanti.

 

Chiediamo al Papa di intervenire per Alfie e per la Siria

“Non accontentatevi delle piccole cose. Dio le vuole grandi. Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutta Italia”. “Avete taciuto abbastanza. E’ ora di finirla di stare zitti! Gridate con centomila lingue. Io vedo che a forza di silenzio il mondo è marcito”. (Santa Caterina da Siena al cardinale di Ostia)


Facciamo nostro l’appello del sito “CooperatorisVeritatis“:

Siamo o non siamo Cooperatori della Verità? Non ci occupiamo qui di politica, ma ci sono dei casi – e sono davvero tanti – in cui non è lecito restare indifferenti, non è lecito temporeggiare o studiare quale sia il “male minore” da sostenere con un silenzio che, alla fine, si fa complice di omicidio, complice di barbarie, complice contro il Progetto di Dio sull’umanità già tanto provata e schiacciata, ma riscattata dal Sangue di Cristo.

Stiamo seguendo il caso del piccolo Alfie, vedi qui, e si legga anche qui, e la riflessione qui. La situazione precipita e il silenzio che giunge fino a noi, dalla Cattedra petrina, da Papa Francesco, è imbarazzante, non è certo “preghiera”, è frustrazione, è abbandono della speranza che tanto si invoca… è negazione di quella Misericordia (al piccolo Alfie) così tanto sbandierata ai quattro venti; è un voltarsi dall’altra parte per compiacere i poteri forti, così tanto denunciati genericamente; è compiacere i prepotenti, coloro che credono di avere potere sulla vita e la morte di un bambino ammalato, sulla vita degli uomini creati da Dio.

E non parlateci di “strategie”, per favore, questi sono i casi in cui vale la parola del Signore: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno“(Mt.5,37), giacché ogni altra strategia in difesa della Vita umana non reggerebbe alcun confronto quando si tentasse di temporeggiare, accomodarsi, cercare il “male minore”… O stiamo a difendere la vita di Alfie o, viceversa, ogni altro suggerimento alla causa sarà imposta dalla menzogna, non esiste una via di mezzo, non esiste un male minore: o Alfie vive, o muore, ucciso non soltanto dai poteri forti, ma anche dall’ignavia della Sede Petrina. Non si potrà certo dire che è morto di malattia.

E vediamo anche il caso della Siria.

Il 1° settembre 2013, Anno della Fede, Papa Francesco fece un Angelus molto portentoso. In quella occasione in cui sembrava imminente un tremendo attacco contro la Siria, ecco cosa disse e cosa fece il Vicario di Cristo:

  • “Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza  nella giustizia e nell’amore.
  • Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.
  • Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace.
  • Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.
  • Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà.
  • Il 7 settembre in Piazza San Pietro – qui – dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.
  • A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore.”

Tutto l’Urbi e l’Orbi accolsero l’appello del Pontefice, tutto il mondo Cattolico (ed anche non cattolico) si lasciò avvolgere e coinvolgere organizzandosi a gruppi per poter partecipare all’evento mondiale, richiesto da Colui che solo avrebbe potuto coinvolgere milioni e milioni di persone.

Il 7 settembre fu una giornata davvero memorabile, sembrava di essere ritornati all’eco supplichevole di san Pio V per fronteggiare la minaccia della famosa Battaglia di Lepanto. Quel santo Pontefice domenicano non si prodigò solamente nel compattare la Lega Santa e fare in modo che i Cristiani collaborassero contro la grave minaccia, ma chiese al mondo laico e religioso di piegare le proprie ginocchia, sgranando la Corona del Rosario, affinché il pericolo fosse scongiurato.

In un’altra occasione – papa Francesco – seppe dimostrare che quando vuole sa prendere le decisioni giuste. Era mercoledì del 24 agosto 2016 quando un grave terremoto colpì il centro dell’Italia, avrebbe dovuto esserci la consueta Udienza generale, e papa Francesco disse:

  • “Avevo preparato la catechesi di oggi, come per tutti i mercoledì di questo Anno della Misericordia, sull’argomento della vicinanza di Gesù, ma dinanzi alla notizia del terremoto che ha colpito l’Italia centrale, devastando intere zone e lasciando morti e feriti, non posso non esprimere il mio grande dolore e la mia vicinanza a tutte le persone presenti nei luoghi colpiti dalle scosse, a tutte le persone che hanno perso i loro cari e a quelle che ancora si sentono scosse dalla paura e dal terrore….. Dunque rimandiamo alla prossima settimana la catechesi di questo mercoledì. E vi invito a recitare con me una parte del Santo Rosario: “Misteri dolorosi”.

Così come per la pace in Siria il papa disse: L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.

Sollecitiamo allora, il santo Padre, a rinnovare questi GESTI e a farci risentire queste parole di speranza e di pace. Vogliamo sentirci davvero coinvolti in questi gesti, cooperatori della Verità che sa di doverli compiere a fronte anche di quanti non credono, per essere autentici testimoni della Verità che tutto può aggiustare, tutto può rimediare anche contro ogni speranza.

Papa Francesco ha già dimostrato di saper fare le scelte giuste: “ho deciso di indire…” disse in quel 7 settembre, a favore della Siria, perché non indire ancora altre giornate come quella? Non sia mai di dover sospettare che si sia abbandonata la speranza, che non si creda più in un intervento divino, anche all’ultimo minuto.

C’è speranza per Alfie, c’è speranza per la Siria, c’è speranza per ognuno di noi, ma non basta “credere”, la nostra Fede è fatta di gesti, di decisioni, di cooperazione con la Verità, e il Vicario di Cristo è questo che deve fare, ma non solo Lui, anche tutti i Pastori nelle proprie diocesi, o i sacerdoti nelle proprie parrocchie, TUTTI possono e devono sentirsi non soltanto coinvolti, ma anche sentire il dovere di coinvolgere il mondo intero alla speranza, alla Fede in Colui che tutto può ribaltare all’ultimo minuto..

Ricordiamo a tutti la pagina dedicata alla Preghiera, da unirsi al Santo Rosario.

AGGIORNAMENTO:

Pompei, si muove la corona tra le mani della Madonna e si grida al Miracolo (VIDEO)

Non ci azzardiamo a fare ipotesi o speculazioni, certo è che una Corona di quel peso, non si era mai mossa in quel modo, una cosa ci piace ricordare a tutti noi: la Vergine Santa ci sta ricordando di prendere la Corona del Rosario e di pregare, i fatti della Battaglia di Lepanto ci rammentano che — sì la battaglia e gli uomini di valore — ma che soprattutto il Rosario ci fece vittoriosi. Il fatto è accaduto nel pomeriggio di ieri, 13 aprile, in serata sono anche intervenuti i vigili per assicurarsi che, dato il peso dell’oggetto, non rovinasse a terra, ma è stato constatato che era tutto regolare e ben assicurato. L’oscillazione resta un mistero.

La vera devozione alla Cattedra di Pietro

Sabato 7 aprile a Deerfield (Illinois) su invito di Catholic Family News e lunedì 9 aprile a Norwalk (Connecticut), ospite di The Society of St Hugh of Cluny, il prof. Roberto de Mattei ha parlato sul tema Tu es Petrus: la vera devozione alla Cattedra di Pietro… vedere qui fonte ufficiale.

  • Vera devozione.”, sottolinea il professor de Mattei: “Perché ci sono false devozioni alla cattedra di Pietro, così come, secondo san Luigi Maria Grignion di Montfort, c’è una vera devozione e ci sono false devozioni alla beatissima Vergine Maria.  La promessa di Gesù a Simon Pietro, nella città di Cesara di Filippo, è chiara: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversuseam (Mt 16, 15-19). Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno su di essa…”

Da qui il professor de Mattei, che è uno storico molto serio a riguardo dei fatti che hanno caratterizzato la santa Chiesa nel tempo, ripercorre un breve ma intenso excursus  per dimostrare come, attraverso ogni tentativo di “liberalizzazione” o rivendicazioni popolari, in verità non si è voluto fare altro che tentare di colpire questa Cattedra, di annientarla, soggiogarla, distruggerla come del resto anche noi, assai umilmente, abbiamo tentato più volte di spiegare, cliccare qui, ed oggi come siamo messi? cosa dobbiamo fare?

Vi lasciamo al testo integrale affinché ognuno di noi, leggendo, possa comprendere la posta in gioco che il Signore stesso ha voluto affidare alla Sua Chiesa, ma anche a noi, le Membra, quale compito che ha dato vita ad una Tradizione che chiamiamo SANTA, ringraziando il professor de Mattei per questa lectio importante.


 

https://i0.wp.com/cronicasdepapafrancisco.files.wordpress.com/2018/04/0050-devozione-cattedra-di-pietro-3.jpg?ssl=1&w=450Ci troviamo di fronte a uno dei momenti più critici che la Chiesa abbia conosciuto nella sua storia, ma sono convinto che la vera devozione alla Cattedra di San Pietro ci può offrire le armi per uscire vittoriosi da questa crisi.

Vera devozione. Perché ci sono false devozioni alla cattedra di Pietro, così come, secondo san Luigi Maria Grignion di Montfort, c’è una vera devozione e ci sono false devozioni alla beatissima Vergine Maria.

La promessa di Gesù a Simon Pietro, nella città di Cesara di Filippo, è chiara: Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, et portae inferi non praevalebunt adversuseam (Mt 16, 15-19).

Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno su di essa.

Il primato di Pietro costituisce il fondamento su cui Gesù Cristo ha istituito la sua Chiesa e sul quale Essa rimarrà salda fino alla fine dei tempi. La promessa della vittoria della Chiesa è anche però l’annuncio di una guerra. Una guerra che, fino alla fine dei tempi, l’inferno condurrà contro la Chiesa. Al centro di questa guerra furibonda c’è il Papato. I nemici della Chiesa, nel corso della storia, hanno sempre cercato di distruggere il Primato di Pietro, perché hanno compreso che esso costituiva il fondamento visibile del Corpo Mistico. Fondamento visibile, perché la Chiesa ha un fondamento primario e invisibile che è Gesù Cristo, di cui Pietro è il Vicario.

La vera devozione alla Cattedra di Pietro è, sotto questo aspetto, devozione alla visibilità della Chiesa e costituisce, come osserva il padre Faber, una parte essenziale della vita spirituale cristiana[1].

Gli attacchi conto il Papato nella storia

Uno degli attacchi più violenti subiti dal Papato nella storia, avvenne negli anni che precedettero la Rivoluzione francese, sotto il pontificato di Pio VI (1775-1799), Gianangelo Braschi. In Germania il teologo Johann Nikolaus von Hontheim, conosciuto con lo pseudonimo di Giustino Febronio, negava il Primato di governo di Pietro e sosteneva un’organizzazione ecclesiastica in cui la potestà suprema stava nella collegialità dei vescovi. Febronio diceva di non voler combattere il Papa, ma il centralismo della Curia Romana, a cui voleva contrapporre i sinodi episcopali, nazionali o provinciali. Pio VI condannò le sue tesi con il decreto Super soliditate Petrae del 28 novembre 1786.

In Italia idee analoghe erano espresse dal vescovo giansenista di Pistoia Scipione de’Ricci. Nel 1786 Scipione de’Ricci convocò un sinodo diocesano, con l’intento di riformare la Chiesa, riducendo il Papa a Capo Ministeriale della comunità dei Pastori di Cristo. Scoppiò intanto la Rivoluzione francese e Pio VI, con la lettera Quod Aliquantum del 10 marzo 1791, condannò la Costituzione Civile del clero, che affermava che i vescovi sono indipendenti dal Papa, che i sacerdoti sono superiori ai vescovi e che i parroci sono eletti dai semplici fedeli. Con la bolla Auctorem fidei del 28 agosto 1794 anche gli errori ecclesiologici del Sinodo di Pistoia vennero condannati[2].

Pio VI però fu travolto dalla Rivoluzione. Nel 1796 l’armata di Bonaparte invase la penisola, occupò Roma e il 15 febbraio 1798 proclamò la Repubblica romana. Il Papa fu arrestato e condotto in Francia, nella città di Valence, dove il 29 agosto 1799, morì logorato dalle sofferenze. La Rivoluzione sembrava aver trionfato sulla Chiesa. Il corpo di Pio VI rimase insepolto per diversi mesi, fino a quando fu deposto nel cimitero locale, in una cassa di quelle riservate ai poveri, su cui fu scritto: «Cittadino Gianangelo Braschi – in arte Papa». Il municipio di Valence notificò al Direttorio la morte di Pio VI, aggiungendo che era stato sepolto l’ultimo Papa della storia.

Dieci anni dopo, nel 1809, anche il successore di Pio VI, Pio VII (1800-1823), vecchio e infermo, fu arrestato e, dopo due anni di prigionia a Savona, venne portato a Fontainebleau, dove rimase fino alla caduta di Napoleone, costretto a piegarsi alla sua volontà. Mai il Papato era apparso così debole di fronte al mondo. Ma dieci anni dopo, nel 1819, Napoleone era scomparso dalla scena e Pio VII era tornato sul soglio pontificio, riconosciuto come suprema autorità morale dai sovrani europei. In quell’anno 1819, veniva pubblicato a Lione Du Pape, il capolavoro del conte Joseph de Maistre, un’opera che ebbe centinaia di ristampe e che anticipò il dogma dell’infallibilità papale, poi definito dal Concilio Vaticano I.

Il libro Du Pape è considerato come un manifesto del pensiero contro-rivoluzionario, che si oppone al liberalismo cattolico del XIX e del XX secolo e io voglio essere un’eco di questa scuola di pensiero cattolico[3].

          Quando nel 1869 si aprì il Concilio Vaticano I, due partiti si scontrarono: da una parte i cattolici ultramontani o contro-rivoluzionari, appoggiati da Pio IX, che si battevano per l’approvazione del dogma del Primato di Pietro e dell’infallibilità pontificia. Tra essi erano illustri vescovi, come il cardinale Henry Edward Manning, arcivescovo di Westminster, mons. Louis Pie, vescovo di Poitiers, mons. Konrad Martin, vescovo di Paderborn, affiancati dai migliori teologi del tempo come i padri Giovan Battista Franzelin, Joseph Kleutgen, Henri Ramière. Sul fronte opposto i cattolici liberali erano capeggiati da mons. Maret, decano della facoltà di teologia di Parigi, e da Ignaz von Döllinger, rettore della università di Monaco.

          I liberali, riecheggiando le tesi conciliariste e gallicane, affermavano che l’autorità nella Chiesa non risiede nel solo Pontefice, ma nel Papa unito ai vescovi e giudicavano erroneo o, quanto meno inopportuno, il dogma dell’infallibilità. Pio IX, l’8 dicembre 1870, con la costituzione Pastor aeternus definì i dogmi del Primato di Pietro e dell’infallibilità pontificia[4]. Oggi questi dogmi sono per noi un prezioso punto di riferimento, per fondare la vera devozione alla Cattedra di Pietro.

          Il Concilio Vaticano II e la nuova concezione del Papato

          I cattolici liberali furono sconfitti nel Concilio Vaticano I, ma un secolo dopo furono i protagonisti e i vincitori del Concilio Vaticano II.

Gallicani, giansenisti, febroniani, sostenevano apertamente che la struttura della Chiesa deve essere democratica, guidata dal basso, da sacerdoti e vescovi, di cui il Papa sarebbe solo un rappresentante. La costituzione Lumen Gentium, promulgata il 21 novembre 1964 dal Concilio Vaticano II, fu, come tutti i documenti del Vaticano II, una costituzione ambigua, che recepì queste tendenze, ma senza portarle alle ultime conseguenze.

La Nota explicativapraevia, voluta da Paolo VI, per salvare l’ortodossia del documento, fu un compromesso tra il princìpio del primato di Pietro e quello della collegialità dei vescovi. Accade con la Lumen Gentium ciò che è avvenuto con la costituzione conciliare Gaudium et Spes, che ha messo sullo stesso piano i due fini del matrimonio: procreativo e unitivo. L’uguaglianza in natura non esiste. Uno dei due princìpi è destinato a imporsi sull’altro. E, come nel caso del matrimonio, il principio unitivo prevalse su quello procreativo, nel caso della costituzione della Chiesa, il principio della collegialità si sta imponendo su quello del Primato del Romano Pontefice.

Sinodalità, collegialità, decentralizzazione, sono le parole che oggi esprimono il tentativo di trasformare la costituzione monarchica e gerarchica della Chiesa in una struttura democratica e parlamentare.

Un “manifesto” programmatico di questa nuova ecclesiologia è il discorso tenuto da papa Francesco il 17 ottobre 2015, nella cerimonia per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi. In quel discorso Francesco utilizza l’immagine della “piramide capovolta” per esprimere la “conversione” del Papato già annunciata nell’Esortazione Evangelii Gaudiumdel 2013 (n.32). Alla Chiesa romano-centrica sembra che papa Bergoglio voglia sostituire una Chiesa policentrica o poliedrica, secondo un’altra immagine da lui spesso usata. Un Papato rinnovato, concepito come una forma di ministero al servizio delle altre chiese, rinunciando al Primato giuridico o di governo di Pietro.

Per democratizzare la Chiesa, i novatori cercano di spogliarla del suo aspetto istituzionale, e di ridurla ad una dimensione puramente sacramentale. E’ il passaggio dalla Chiesa giuridica alla Chiesa sacramentale o di comunione. Quali sono le conseguenze?Sul piano sacramentale, il Papa, come vescovo,è uguale a tutti gli altri vescovi. Ciò che lo pone al di sopra di tutti i vescovi e gli conferisce un potere supremo, pieno ed immediato su tutta la Chiesa, è il suo ufficio giuridico. Il munus specifico del Sommo Pontefice non consiste nel suo potere di ordine, che egli ha in comune con tutti gli altri vescovi del mondo, ma nel suo potere di giurisdizione, o di governo, che lo distingue da ogni altro vescovo. L’ufficio di cui il Papa è titolare non rappresenta un quarto grado dell’ordine sacro dopo il diaconato, il sacerdozio e l’episcopato. Ilministero petrino non è un sacramento, ma è un ufficio, perché il Papa è il Vicario visibile di Gesù Cristo. La Chiesa-sacramento dissolve, con la visibilità della Chiesa, il Primato di Pietro.

La visibilità della Chiesa

Gesù Cristo affida la missione di governo a Pietro, dopo la Resurrezione, quando gli dice: “Pasci i miei agnelli, pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). Con queste parole il Signore conferma la promessa fatta al Principe degli Apostoli a Cesarea di Filippo e lo costituisce suo Vicario visibile in terra, con i poteri di capo supremo della Chiesa e Pastore universale. La vera devozione alla Cattedra di Pietro non è il culto dell’uomo che occupa questa Cattedra, ma è l’amore e la venerazione per la missione che Gesù Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi successori. Questa missione è una missione visibile e percepibile ai sensi, come hanno spiegato Leone XII, nella enciclica Satiscognitum(1896) e Pio XII, nella enciclica Mystici Corporis (1943).

Come il suo Fondatore, la Chiesa consta di un elemento umano, visibile ed esterno, e di un elemento divino, spirituale e invisibile. Essa è una società al tempo stesso visibile e spirituale, temporale ed eterna, umana per le membra di cui si compone e divina per la sua origine, il suo fine e i suoi mezzi soprannaturali. La Chiesa è visibile perché non è né una corrente spirituale, né un movimento di idee, ma in quanto è una vera società, dotata di una struttura giuridica, al pari delle altre società umane; ma è visibile anche come società soprannaturale, perché è riconoscibile dalle sue note esterne, per cui è sempre una, cattolica, apostolica e romana[5].

Il Papa è colui in cui questa visibilità della Chiesa si concentra e di condensa. Questo è il significato della frase di sant’Ambrogio Ubi Petrusibi ecclesia[6],che presuppone l’altra sentenza attribuita a sant’Ignazio di Antiochia: Ubi Christus, ibi ecclesia[7]. Non c’è vera Chiesa al di fuori di quella fondata da Gesù Cristo, che continua a guidarla e ad assisterla invisibilmente, mentre il suo Vicario, la governa visibilmente sulla terra.

Oggi c’è un’infiltrazione modernista all’interno della Chiesa, ma non vi sono due chiese. E’questa la ragione per cui l’abbé Gleize giudica improprio parlare di “Chiesa conciliare”[8], ed è anche questa la ragione per cui dobbiamo fare attenzione a parlare di “chiesa bergogliana” o di “neochiesa”.La Chiesa oggi è occupata da uomini di Chiesa che tradiscono o deformano il messaggio di Cristo, ma non è sostituita da un’altra chiesa. C’è una sola Chiesa cattolica, in cui oggi convivono, in maniera confusa e frammentaria teologie e filosofie diverse e contrapposte. Più corretto è parlare di una teologia bergogliana, di una filosofia bergogliana, di una morale bergogliana e, se si vuole di una religione bergogliana, senza arrivare a definire come “chiesa bergogliana” quella che comprenderebbe, assieme a papa Bergoglio i cardinali, la Curia ei vescovi di tutto il mondo. Perché se dovessimo immaginare che il Papa, i cardinali, la Curia, i vescovi nel mondo costituiscono, nel loro insieme una nuova Chiesa, dovremmo legittimamente porci questa domanda: dov’è la Chiesa di Cristo? Dov’è la sua visibilità sociale e soprannaturale?

E questo il principale argomento contro il sedevacantismo. Ma è anche un argomento contro quel tradizionalismo pneumatico, che pur non dichiarando la vacanza della Sede di Pietro, pensa di poter estromettere dalla Chiesa Papa, cardinali e vescovi e di fatto riduce il Corpo Mistico di Cristo a una realtà puramente spirituale e invisibile.

_0050 devozione Cattedra di Pietro 5L’errore della papolatria

La Chiesa, come società visibile, ha bisogno di una gerarchia visibile, di un Vicario di Cristo che visibilmente la governi. La visibilità è innanzitutto quella della Cattedra di Pietro su cui fino ad oggi si sono seduti 266 Papi.

Il Papa è una persona che occupa una Cattedra: non c’è Cattedra senza persona, ma esiste il pericolo che la persona faccia dimenticare l’esistenza della Cattedra, cioè dell’istituzione giuridica che precede la persona.

La papolatria è la falsa devozione di chi non vede nel Papa regnante uno dei 265 successori di Pietro, ma lo considera un nuovo Cristo in terra, che personalizza, reinterpreta, reinventa ed impone il Magistero dei suoi predecessori, accrescendo, migliorando e perfezionando la dottrina di Cristo.

La papolatria, prima di essere un errore teologico è un atteggiamento psicologico e morale deforme. I papolatri sono generalmente conservatori o moderati che si illudono sulla possibilità di raggiungere buoni risultati nella vita senza lotta e senza sforzo. Il segreto della loro vita è adattarsi sempre, per trarre il meglio da ogni situazione. La loro parola d’ordine è che tutto è tranquillo e non c’è da preoccuparsi di nulla. La realtà per essi non ha mai i caratteri di un dramma.

I moderati non vogliono che la vita sia un dramma, perché ciò li obbligherebbe ad assumere responsabilità che essi non vogliono assumere. Ma poiché la vita è spesso drammatica, il loro senso della realtà si capovolge in un assoluto irrealismo. Di fronte alla crisi attuale della Chiesa, il moderato istintivamente la nega. E il modo più efficace per tranquillizzare la propria coscienza è quello di affermare che il Papa ha sempre ragione, anche quando contraddice sé stesso o i suoi predecessori. A questo punto l’errore passa inevitabilmente dal piano psicologico a quello dottrinale e si trasforma in papolatria, ovvero nella posizione di chi dice che bisogna sempre obbedire al papa, qualunque cosa egli faccia o dica, perché il Papa è la regola unica e sempre infallibile della fede cattolica.

Sul piano dottrinale, la papolatria ha la sua radice ideologica nel volontarismo di Guglielmo di Ockham (1285-1347), che, paradossalmente, fu un feroce avversario del Papato. Mentre san Tommaso d’Aquino afferma che Dio, Verità assoluta e sommo Bene, non può volere e fare nulla di contraddittorio, Ockham ritiene che Dio può volere e fare qualsiasi cosa anche, paradossalmente il male, perché male e bene non esistono in sé stessi, ma sono resi tali da Dio.

Per san Tommaso una cosa è comandata o proibita in quanto è ontologicamente buona o cattiva; per i seguaci di Ockham, vale l’opposto: una cosa è buona o cattiva, in quanto Dio l’abbia comandata o proibita. L’adulterio, l’assassinio, il furto, sono cattivi solamente perché Dio li ha proibiti. Una volta ammesso questo principio non solo la morale diviene relativa, ma il rappresentante di Dio in terra, il Vicario di Cristo, potrà a sua volta esercitare la sua suprema autorità in maniera assoluta e arbitraria e i fedeli non potranno che offrirgli una incondizionata obbedienza.

In realtà, l’obbedienza nella Chiesa comporta per il suddito il dovere di compiere non la volontà del superiore, ma unicamente quella di Dio. Per questo l’obbedienza non è mai cieca e incondizionata. Essa ha i suoi limiti nella Legge naturale e divina e nella Tradizione della Chiesa, di cui il Papa è custode e non creatore.

Per il papolatra, il Papa non è il Vicario di Cristo in terra, che ha il compito di trasmettere integra e pura la dottrina che ha ricevuto, ma è un successore di Cristo che perfeziona la dottrina dei suoi predecessori, adattandola al mutamento dei tempi. La dottrina del Vangelo è in perpetua evoluzione, perché coincide con il Magistero del regnante Pontefice. Al magistero perenne si sostituisce quello “vivente”, espresso da un insegnamento pastorale, che ogni giorno si trasforma e ha la sua regula fidei nel soggetto dell’autorità e non nell’oggetto della verità trasmessa.

Una conseguenza della papolatria è la pretesa di canonizzare tutti e ognuno i Papi del passato, in modo che sia retroattivamente infallibilizzata ogni loro parola e ogni loro atto di governo. Questo riguarda però soli i Papi successivi al Vaticano II e non quelli che hanno preceduto tale Concilio.

A questo punto c’è da chiedersi: l’epoca aurea della storia della Chiesa è il Medioevo, eppure gli unici Papi medioevali canonizzati dalla Chiesa sono Gregorio VII e Celestino V. Nel XII e nel XIII secolo sono vissuti grandi Papi, ma nessuno di essi è stato canonizzato. Per sette secoli, tra il XIV e il XX secolo, sono stati canonizzati solo san Pio V e san Pio X. Gli altri erano tutti Papi indegni e peccatori? No di certo.

Ma l’eroismo nel governo della Chiesa è un’eccezione, non la regola e se tutti i Papi sono santi, nessuno è santo. La santità è tale se è un’eccezione, perde significato quando diventa la regola. C’è il dubbio che oggi si vogliano canonizzare tutti i Papi, proprio perché non si crede alla santità di nessuno. Chi vuole approfondire questo problema potrà leggere con profitto l’articolo che, su The Remnant, Christopher Ferrara ha dedicato a The canonisations crisis[9].

          E’ possibile una diarchia pontificia?

La papolatria non esiste in senso astratto: oggi ad esempio si dovrà parlare più precisamente di francescolatria, ma anche di benedettolatria, come ha ben osservato Miguel Ángel Yáñezsu Adelante la fé[10].Questa papolatria può arrivare a contrapporre Papa a Papa: i seguaci, ad esempio, di Papa Francesco contro quelli di Papa Benedetto, ma anche a cercare tra i due Papi l’armonia e la convivenza, immaginando una possibile divisione dei loro ruoli.

E’ significativo e inquietante quanto è accaduto in occasione del quinto anniversario dell’elezione di papa Francesco. Tutta l’attenzione dei media si è concentrata sul caso della lettera di Benedetto XVI a papa Francesco: una lettera, che è risultata manipolata e ha provocato le dimissioni del responsabile della comunicazione vaticana, mons. Dario Viganò. La discussione ha rivelato però l’esistenza di una falsa premessa da tutti accettata: quella dell’esistenza di una sorta di diarchia pontificia, per cui c’è un Papa nell’esercizio delle sue funzioni, Francesco, e c’è un altro Papa, Benedetto, che serve la Cattedra di Pietro con la preghiera e, se necessario, con il consiglio.

L’esistenza dei due Papi è ammessa come un fatto compiuto: si discute solo sulla natura dei loro rapporti. Ma la verità è che è impossibile che esistano due Papi. Il Papato non è scomponibile: può esistere solo un Vicario di Cristo.

 Benedetto XVI aveva la facoltà di rinunciare al pontificato, ma avrebbe dovuto, di conseguenza, rinunziare al nome di Benedetto XVI, alla veste bianca e al titolo di Papa emerito: in una parola avrebbe dovuto cessare definitivamente di essere Papa, lasciando anche la Città del Vaticano. Perché non lo ha fatto? Perché Benedetto XVI sembra convinto di essere ancora Papa, anche se un Papa che ha rinunciato all’esercizio del ministero petrino.

Questa convinzione nasce da una ecclesiologia profondamente erronea, fondata su di una concezione sacramentale e non giuridica del Papato. Se il munus petrino è un sacramento e non un ufficio giuridico, ha un carattere indelebile, ma in questo caso sarebbe impossibile rinunciare all’ufficio. La rinuncia presuppone la revocabilità dell’ufficio ed è quindi inconciliabile con la visione sacramentale del Papato.

          Giustamente il card. Brandmüller giudica incomprensibile il tentativo di stabilire una specie di parallelismo contemporaneo di un papa regnante e di un papa orante: “Un papato ‘bicipite’ sarebbe una mostruosità[11]. “Il diritto canonico non riconosce la figura di un Papa emeritus”; “Il dimissionario per conseguenza – afferma il card. Brandmüller- non è più né vescovo di Roma né Papa e neppure cardinale[12].

Per quanto riguarda poi i dubbi sull’elezione di papa Francesco. la professoressa Geraldina Boni[13], osserva che la canonistica ha costantemente insegnato che la pacifica “universalis ecclesiae adhaesio” è segno ed effetto infallibile di un’elezione valida e di un papato legittimo e l’adesione a papa Francesco del popolo di Dio non è stata finora messa in dubbio da nessuno dei cardinali che hanno partecipato al Conclave. Anche questo è una conseguenza del carattere visibile della Chiesa e del Papato.

          A nemine est judicandus, nisi a fidedevius…

Il carattere giuridico dell’ufficio petrino è ben descritto da un canonista al di sopra di ogni sospetto, già Rettore dell’Università Gregoriana, il padre gesuita Gianfranco Ghirlanda, quando, nel periodo di transizione tra i due ultimi pontificati, ha dedicato su La Civiltà Cattolica un chiaro articolo a “La vacanza della Sede Romana”.

  “La vacanza della sede romana si ha in caso di cessazione dell’ufficio da parte del Romano Pontefice che si verifica per quattro ragioni: 1) morte; 2) certa e perpetua pazzia o totale infermità mentale; 3) notoria apostasia, eresia scisma; 4) rinuncia.!

Padre Ghirlanda spiega:“Nel primo caso la Sede Apostolica è vacante dal momento della morte del Romano Pontefice; nel secondo e nel terzo dal momento della dichiarazione da parte dei cardinali; nel quarto dal momento della rinuncia. Il criterio allora è la tutela della stessa comunione ecclesiale. Lì dove questa non ci fosse più da parte del Papa, egli non avrebbe più alcuna potestà, perché ipso iure decadrebbe dal suo ufficio primaziale.”

A questo punto padre Ghirlanda si sofferma sul caso del Papa eretico. Non c’è nessun riferimento a un Papa che, nel mese di febbraio del 2013, non è stato ancora eletto. Padre Ghirlanda si riferisce a un “caso di scuola”:“È il caso, ammesso in dottrina, della notoria apostasia, eresia e scisma, nella quale il Romano Pontefice potrebbe cadere, ma come «dottore privato», che non impegna l’assenso dei fedeli, perché per fede nell’infallibilità personale che il Romano Pontefice ha nello svolgimento del suo ufficio, e quindi nell’assistenza dello Spirito Santo, dobbiamo dire che egli non può fare affermazioni eretiche volendo impegnare la sua autorità primaziale, perché, se così facesse, decadrebbe ipso iure dal suo ufficio. Comunque in tali casi, poiché «la prima sede non è giudicata da nessuno» (c. 1404), nessuno potrebbe deporre il Romano Pontefice, ma si avrebbe solo una dichiarazione del fatto, che dovrebbe essere da parte dei Cardinali, almeno di quelli presenti a Roma. Tale eventualità, tuttavia, sebbene prevista in dottrina, viene ritenuta totalmente improbabile per intervento della Divina Provvidenza a favore della Chiesa[14].

Padre Ghirlanda, in questa esposizione non è né tradizionalista né progressista, ma uno studioso che raccoglie mille anni di tradizione canonica.

Se, nel campo della filosofia e della teologia, il vertice indiscusso del pensiero cristiano è rappresentato da san Tommaso d’Aquino, nel campo del diritto canonico l’equivalente della Scolastica è rappresentato dal Magister Graziano e dai suoi discepoli.

Riprendendo un’asserzione di san Bonifacio vescovo di Magonza, Graziano afferma che il Papa “a nemine est iudicandus, nisideprehendatur a fide devius[15]. Questo principio è ribadito dalla Summa decreto rum di Uguccione da Pisa[16], considerato il più celebre magister decretorum del XII secolo.

Il padre Salvatore Vacca, che ha tracciato la storia dell’assioma Prima Sedes a neminejudicatur, ricorda che « la tesi della possibilità del Papa eretico sarà tenuta in considerazione (…) durante tutto il medioevo fino al tempo dello scisma d’Occidente (1379-1417)[17].

Nel caso del Papa eretico, il principio secondo cui Prima Sedes a neminejudicatur,non è violato, in primo luogo perché, secondo la tradizione canonica, questo principio ammette come sola eccezione, il caso di eresia; in secondo luogo perché i cardinali si limiterebbero a constatare il fatto dell’eresia, come accadrebbe in caso di perdita delle facoltà mentali, senza esercitare alcuna deposizione del Romano Pontefice. La cessazione dall’ufficio primaziale sarebbe solo da essi constatata e dichiarata.

  I teologi discutono se la perdita del pontificato giunga fin dal momento in cui il Papa cade in eresia o solo nel caso che l’eresia diventi manifesta o notoria e pubblicamente divulgata.

 Arnaldo Xavier da Silveira[18] ritiene che, pur esistendo una incompatibilità in radice tra l’eresia e la giurisdizione papale, il Papa non perde il suo incarico fino a che la sua eresia diviene manifesta. Essendo la Chiesa una società visibile e perfetta, la perdita della fede del suo Capo visibile deve essere un fatto pubblico, chiaramente conoscibile dal fedele comune. Come un albero può vivere per un certo tempo dopo che gli siano state tagliate le radici così, anche dopo la caduta nell’eresia del suo possessore, la giurisdizione può mantenersi sia pure a titolo precario. Gesù Cristo mantiene a titolo provvisorio la persona del Pontefice eretico nella sua giurisdizione fino a quando la Chiesa non ne constati la deposizione.

Quel che è certo è che riconoscere la possibilità per un Papa di cadere nell’eresia non significa in alcun modo diminuire l’amore e la devozione al Papato. Significa ammettere che il Papa è il Vicario, non sempre impeccabile e non sempre infallibile, di Gesù Cristo,unico Capo del Corpo Mistico della Chiesa.

Contro il catacombalismo    

  Il tema della visibilità della Chiesa è un argomento per combattere un’altra tentazione oggi diffusa: quella del catacombalismo. Il catacombalismo è l’atteggiamento di chi si ritira dal campo di battaglia e si nasconde, nell’illusione di poter sopravvivere senza combattere. Il catacombalismo è il rifiuto della concezione militante del Cristianesimo.

 Il catacombalista non vuole combattere perché è convinto di avere già perso la battaglia;egli accetta la situazione della inferiorità dei cattolici come un dato di fatto, senza risalire alle cause che l’hanno determinata. Ma se i cattolici oggi sono minoranze è perché hanno perso una serie di battaglie; hanno perso queste battaglie perché non le hanno combattute; non le hanno combattute, perché hanno rimosso l’idea stessa di “nemico”, voltando le spalle alla concezione agostiniana delle due città, che lottano nella storia: l’unica che può offrirci una spiegazione di quanto accade e di quanto è accaduto. Se si rifiuta questa concezione militante si accetta il principio della irreversibilità del processo storico e dal catacombalismo si passa inevitabilmente al progressismo e al modernismo.

I catacombalisti oppongono alla Chiesa costantiniana la Chiesa minoritaria e perseguitata dei primi tre secoli. Ma Pio XII, nel suo discorso all’Azione Cattolica dell’8 dicembre 1947, rifiuta questa tesi, spiegando che i cattolici dei primi tre secoli non furono catacombalisti, ma conquistatori.

Non di rado la Chiesa dei primi secoli è stata rappresentata come “la Chiesa delle catacombe, quasi che i cristiani di allora fossero stati soliti di vivere colà nascosti Nulla di più inesatto: quelle necropoli sotterranee, destinate principalmente alla sepoltura dei fedeli defunti, non servirono come luoghi di rifugio, se non, forse, talvolta, in temi di violente persecuzioni. La vita dei cristiani, inquei secoli contrassegnati dal sangue, si svolgeva nel mezzo delle vie e delle case, all’aperto. Essi “non vivevano appartati dal mondo; frequentavano, come gli altri, il foro, i bagni, le officine, le botteghe, i mercati, le piazze pubbliche; esercitavano le professioni di marinai, di soldati, di coltivatori, di commercianti” (Tertulliano, Apologeticum, c. 42). Voler fare di quella Chiesa valorosa, pronta sempre a vivere sulla breccia, una società di imboscati, viventi nei nascondigli per vergogna o per pusillanimità. sarebbe un oltraggio alla loro virtù. Essi erano pienamente consapevoli del loro dovere di conquistare il mondo a Cristo, di trasformare secondo la dottrina e la legge del divin Salvatore la vita privata e pubblica, donde una nuova civiltà doveva nascere, un’altra Roma doveva sorgere sui sepolcri dei due Principi degli Apostoli. E raggiunsero la méta. Roma e l’Impero romano divennero cristiani”.

Un tempo si diceva che il Sacramento della Cresima ci fa “soldati di cristo” e Pio XII, rivolgendosi ai vescovi degli Stati Uniti diceva: “Il cristiano, se fa onore al nome che porta, sempre è apostolo; disdice al soldato di Cristo di discostarsi dalla battaglia perché solo la morte pone fine alla sua milizia[19]. Dobbiamo recuperare questa concezione militante della vita cristiana.

_0050 devozione Cattedra di Pietro 4La forza del silenzio e la forza della parola

C’è chi dice che bisogna rinunciare all’azione e alla lotta perché ormai non c’è più nulla da fare, sul piano umano. Bisogna attendere un intervento straordinario della Divina Provvidenza. Certo è Dio, e solo Lui,che guida e cambia la storia. Ma Dio chiede la collaborazione degli uomini e se gli uomini cessano di operare, cessa di agire anche la Grazia divina. Infatti,come osserva Ambrogio, “i benefici divini non vengono trasmessi a chi dorme, ma a chi veglia[20].

C’è chi dice che bisogna rinunciare non solo all’azione, ma anche alle parole. Qualche volta incontriamo qualcuno che, con il dito davanti alla bocca, e gli occhi alzati al cielo, ci dice che bisogna tacere e pregare. Null’altro. Ma sarebbe un errore fare del silenzio una regola di comportamento, perché il giorno del Giudizio risponderemo non solo delle parole vane, ma anche dei silenzi colpevoli.

Ci sono vocazioni al silenzio, come quelle di tanti monaci e monache contemplative; ma i cattolici, dai Pastori agli ultimi fedeli, hanno il dovere di testimoniare la loro fede, con la parola e con l’esempio. E’ attraverso la Parola che gli apostoli hanno conquistato il mondo e il Vangelo si è diffuso da un capo all’altro della terra.

Non tacquero sant’Atanasio e sant’Ilario contro gli Ariani, né san Pier Damiani contro i prelati corrotti del suo tempo. Non ha taciuto santa Caterina da Siena di fronte ai Papi del suo tempo, né tacque san Vincenzo Ferreri, presentandosi addirittura come l’Angelo dell’Apocalisse.

Non tacquero, ma parlarono, nei tempi recenti, il vescovodi Münster, Clemens August von Galendi fronte al nazismo e il cardinale Josef Mindszenty, primate di Ungheria,di fronte al comunismo.

Inoltre oggi il silenzio è vissuto, non come momento di raccoglimento e di riflessione che prepara alla lotta, ma come strategia politica alternativa alla lotta. Un silenzio che predispone alla dissimulazione, all’ipocrisia e alla resa finale. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, la politica del silenzio è diventata una gabbia che imprigiona tanti conservatori. In questo senso, il silenzio non è solo una colpa di oggi, ma è anche il castigo per le colpe di ieri. Oggi sono prigionieri del silenzio coloro che per troppi anni hanno taciuto. E’ libero invece chi, nel corso degli ultimi cinquant’anni, non ha taciuto, ma ha parlato apertamente e senza compromessi, perché solo la Verità ci rende liberi (Gv 8, 32).

Tempus est tacendi, tempusloquendi dice l’Ecclesiaste (3,7): c’è un tempo per tacere, ma c’è anche un tempo per parlare. E oggi è il momento di parlare.

Parlare significa innanzitutto testimoniare pubblicamente la propria fedeltà al Vangelo e alle immutabili verità cattoliche, denunciando gli errori che ad esse si contrappongono. Nelle epoche di crisi, la regola è quella che Benedetto XV, nella enciclica Ad beatissimo Apostolorum Principis del 1 novembre 1914, enuncia contro i modernisti:“Vogliamo che rimanga intatta la nota antica legge “Non modificate nulla, contentatevi della tradizione”: nihil innovetur nisi quod traditum est[21]. La Sacra Tradizione rimane il criterio per discernere ciò che è cattolico da ciò che non lo è, facendone risplendere le note visibili della Chiesa. La Tradizione è la fede della Chiesa che i Papi hanno mantenuto e trasmesso nel corso dei secoli. Ma la Tradizione viene prima del Papa e non il Papa prima della Tradizione.

Non basta dunque limitarsi a una generica denuncia degli errori che si oppongono alla Tradizione della Chiesa. Occorre indicare nominativamente tutti coloro che all’interno della Chiesa professano una teologia, una filosofia, una morale, una spiritualità, in contrasto con il magistero perenne della Chiesa, qualunque posizione essi occupino. E oggi dobbiamo ammettere che il Papa stesso promuove e propaga errori ed eresie nella Chiesa. Bisogna avere il coraggio di dirlo, con tutta la venerazione che si deve verso il Papa. La vera devozione al Papato si esprime in un atteggiamento nei confronti del Romano Pontefice, di filiale resistenza, come è accaduto con la correctio filialis indirizzata a papa Francesco nel 2017.

Ma non c’è solo un tempus loquendi. C’è anche un modus loquendi, un modo con cui il cattolico si esprime. La correzione deve essere filiale, come è stata, rispettosa, devota, senza sarcasmo, senza irriverenza, senza disprezzo, senza zelo amaro, senza compiacimento, senza orgoglio, con profondo spirito di carità, che è amore a Dio e amore alla Chiesa.

Nella crisi dei nostri giorni, qualsiasi professione di fede o dichiarazione di fedeltà che trascuri di indicare la responsabilità di papa Francesco, mancherebbe di forza, di chiarezza e di sincerità. Bisogna avere il coraggio di dire: Santo Padre voi siete il primo responsabile della confusione che oggi esiste nella Chiesa; Santo Padre voi siete il primo responsabile delle eresie che oggi circolano della chiesa. La responsabilità non può non coinvolgere i cardinali che tacciono e, tacendo, non svolgono il loro compito di consiglieri e collaboratori del Papa, a cui dovrebbero rivolgere parole pubbliche di ammonimento e correzione fraterna.

Ma non basta denunciare i Pastori che demoliscono, o favoriscono la demolizione della Chiesa. Occorre ridurre al minimo indispensabile la convivenza ecclesiastica con essi, come accade in un regime matrimoniale di separazione. Se un padre esercita una violenza fisica o morale indebita sulla moglie e sui figli, la moglie, pur riconoscendo la validità del proprio matrimonio, e senza chiederne la nullità, per tutelare sé stessa e i propri figli,può chiedere la separazione. La Chiesa lo permette. L’abbandono della convivenza abituale significa prendere le distanze dagli insegnamenti e dalle pratiche dei cattivi Pastori, rifiutandosi di partecipare ai programmi e alle attività da essi promosse.

Ma non bisogna dimenticare che la Chiesa non può scomparire. E’ necessario dunque sostenere l’apostolato dei Pastori che permangono fedeli all’insegnamento tradizionale, partecipando alle loro iniziative e incoraggiandoli a parlare, ad agire e a prendere la guida del gregge disorientato.

E’ l’ora di separarsi dai cattivi Pastori e di unirsi ai buoni all’interno dell’unica Chiesa, in cui convivono nel medesimo campo, il grano e la zizzania (Mt, 13, 24-20), ricordando che la Chiesa è visibile e che non potrà salvarsi al di fuori dei suoi legittimi Pastori.

La Chiesa è visibile e si salverà con il Papa e non senza il Papa. Bisogna rinnovare il vincolo di amore e di venerazione che ci lega al Successore di Pietro innanzitutto con la preghiera, perché Gesù Cristo dia a Lui e a tutti i Pastori la forza necessaria per non tradire il sacro deposito della fede e se questo dovesse accadere, di ritornare alla guida dell’ovile abbandonato.

Solo una voce suprema e solenne può por fine al processo di autodemolizione in atto: quella del Romano Pontefice, l’unico al quale sia stata garantita la possibilità di definire la Parola di Cristo, facendosi portavoce infallibile della Tradizione.

Eppure, se anche il Vicario di Cristo venisse meno alla sua missione, lo Spirito Santo non cesserebbe mai di assistere, neppure per un momento, la sua Chiesa in cui, anche nei tempi di defezione della fede, una porzione, sia pure esigua, di Pastori e di fedeli continuerà sempre a conservare e trasmettere la Tradizione, confidando nella divina promessa: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli” (Mt 27, 20).

Pio XII, nella enciclica Fulgensradiatur, del 21 marzo 1947, per il XIV centenario della morte di san Benedetto dice che “chi studia sui documenti della storia l’epoca tenebrosa in cui visse san Benedetto da Norcia, sentirà senza dubbio la verità della divina parola con cui Cristo promise agli apostoli e alla società da lui fondata: «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli» (Mt 27, 20). Questa parola e questa promessa non perdono certamente la loro efficacia in nessuna epoca, ma riguardano il corso di tutti i secoli che sono guidati dalla divina Provvidenza. Anzi, quando più furiosamente i nemici si scagliano contro il nome cristiano, quando la fatidica navicella di Pietro è agitata da più violente burrasche, quando infine sembra che tutto vada in rovina e non brilli più alcuna speranza di soccorso umano, allora ecco comparire Cristo, garante, consolatore, apportatore di forza soprannaturale, il quale suscita perciò i suoi nuovi atleti a difendere il mondo cattolico, a reintegrarlo, a risvegliare in esso, con l’ispirazione e il soccorso della grazia divina, sviluppi sempre più vasti”.

Per coloro che rimangono fedeli alla Tradizione nelle epoche di crisi, il modello è la Santissima Vergine Maria, che sola mantenne la fede, nel sabato che precedette la Risurrezione e che, dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, non tacque, ma sostenne con la fermezza e la chiarezza della sua parola la Chiesa nascente. Il suo cuore fu. e rimane, lo scrigno della Tradizione della Chiesa[22].

I veri devoti di Maria, di cui parla san Luigi Maria Grignion di Monfort, sono anche veri devoti del Papato, che nei tempi di defezione dell’autorità e di oscuramento della fede non esiteranno ad impugnare “la spada a doppio taglio della Parola di Dio” (Eb 4, 12), con la quale “trafiggeranno da parte a parte, per la vita o per la morte tutti quelli ai quali saranno mandati da parte dell’Altissimo[23].

La loro battaglia contro i nemici di Dio avvicinerà l’ora del trionfo del Cuore Immacolato di Maria, che sarà anche il trionfo del Papato e della Chiesa restaurata.

[1]Frederick William Faber,La devozione e fedeltà al Papa, in AA. VV., Il Papanel pensiero degli scrittori religiosi e politici, La Civiltà Cattolica, Roma 1927,II, pp. 231-238.

[2]Denz-H, 2601-2612.

[3]Per una sintesi di questo pensiero, cfr.Plinio Corrȇa de Oliveira,Rivoluzione e contro-rivoluzione,Cristianità, Piacenza 2008.

[4]Denz-H, 3050-3075.

[5]Louis Billot, De Ecclesia Christi,I, Prati, Giachetti, 1909, pp. 49-51

[6]Sant’Ambrogio,Expositio in Psalmos, 40.

[7]S. Ignazio di Antiochia, Smirnesi, 8, 2.

[8]Abbé Jean-Michel Gleize FSPX,“Angelus”, luglio 2013.

[9]https://remnantnewspaper.com/web/index.php/articles/item/3753-the-canonization-crisis-part-1

[10]https://adelantelafe.com/benedictolatras/

[11]Walter Brandmüller,RenuntiatioPapae. Alcune riflessioni storico-canonistiche, in “Archivio Giuridico”, 3-4 (2016), p. 660.

[12]ivi, pp. 661, 660.

[13]Geraldina Boni, Sopra una rinuncia. La decisione di papa Benedetto XVI e il diritto, BononiaUniversity Press, Bologna 2015

[14]Gianfranco Ghirlanda,Cessazione dall’ufficio di Romano Pontefice, “La Civiltà Cattolica quaderno n 3905 del 2 marzo 2013 “, pp. 445-462., p. 445

[15] Gratianus,  Decretum, Pars I, Dist. XL.

[16]Hugucciopisanus, SummaDecretorum, Pars I, Dist.. XL, c. 6.

[17]Salvatore Vacca, Prima Sedes a neminejudicatur. Genesi e sviluppo storico dell’assioma fino al Decreto di Graziano, Pontificia Università Gregoriana, Roma 1993, p. 254.

[18]Arnaldo Xaveir da Silveira,Ipotesi teologica di un Papa eretico, Solfanelli, Chieti 2016.

[19]Pio XII, Discorso ai Vescovi degli Stati Uniti del 1 novembre 1939.

[20]S. Ambrogio,Expos. Evang. sec. Luc., IV, 49.

[21]S. Stefano I, Lettera a San Cipriano,in Denz-H, n. 110. 4

[22]san Bonaventura, De Nativitate B. Virginis Mariae Sermo V, in Opera, cit., IX, p. 717).

[23]San Luigi Maria Grignion di Montfort,Trattato della vera devozione alla Santissima Vergine Maria, n. 57.

Il Grande Inquisitore. E se Dostoevskij avesse ragione?

Che cosa succede quando uomini di Chiesa vogliono strappare la Chiesa dalle mani di Cristo per rendere il mondo un posto migliore?

Continua a leggere “Il Grande Inquisitore. E se Dostoevskij avesse ragione?”

Per Bergoglio: dai cristiani anonimi ai santi-nuovi anonimi

“Non ci si deve aspettare qui un trattato sulla santità, con tante definizioni e distinzioni che potrebbero arricchire questo importante tema, o con analisi che si potrebbero fare circa i mezzi di santificazione. Il mio umile obiettivo è far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità. (…)  siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta. E tra di loro può esserci la nostra stessa madre, una nonna o altre persone vicine (cfr 2 Tm 1,5). Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore…”

Con queste parole inizia la nuova esortazione apostolica – vedi qui testo ufficiale – di papa Francesco sulla “nuova santità” del nostro tempo… ed è fondamentale tenere a mente queste parole perchè sono i “nuovi criteri” attraverso i quali, Bergoglio, intende riscrivere i “nuovi canoni” per individuare i “nuovi santi” del nostro tempo contemporaneo…

Non è uno scioglilingua…. in fondo è il medesimo criterio attraverso il quale il gesuita eretico, Karl Rahner, inventò la “nuova dottrina del cristianesimo anonimo” i cristiani anonimi! Così abbiamo ora i “santi anonimi” (sintesi nostra provocatoria, ovvio)…. come se fosse per altro una novità… mentre – la santa Chiesa Cattolica – il primo giorno di Novembre nel Commemorare TUTTI I SANTI, ha sempre inteso ricordare a tutti noi, come insegnano le Scritture, che ci sono “miriadi e miriadi di Santi” che ci hanno preceduto, di cui non conosciamo i nomi, ma sappiamo esserci e sappiamo che fanno parte di quella Chiesa TRIONFANTE, di cui però, Bergoglio, non fa alcun riferimento. E’ evidente perciò che qui, il concetto di “anonimato” non è il medesimo della Tradizione.

Nessuno di noi si aspettava “un trattato sulla santità“, anche se sarebbe stato auspicabile, ma tutto sommato va bene così, perché questo significa che in fin dei conti si ribadisce la Dottrina di sempre sulla Comunione dei Santi… (anche questa espressione dottrinale, che troviamo nel Credo, è completamente assente nell’esortazione), tuttavia si auspicava una qualche esplicitazione DOTTRINALE, ma forse abbiamo preteso davvero troppo, da papa Francesco! Pazienza!

Voi direte: e che ti aspettavi da “cronicas….“, era evidente che da qui partiva la solita critica con il “paraocchi”! Non critica, cari Amici, ma “cronaca”, analisi di un Documento che abbiamo il dovere di analizzare! E se in partenza già mancano citazioni sulla “Comunione dei Santi” sulla “Chiesa Trionfante”, sulla “Chiesa Purgante”, il Purgatorio dentro il quale migliaia e migliaia di Anime già Sante, attendono la glorificazione…. capirete bene che nel Documento manca mezza dottrina cattolica, quando si vuol parlare dei Santi e di come santificarsi per davvero, a costo appunto del martirio!

E allora: di quali “santi” parla papa Francesco? Qualcosa ha già rilevato Marco Tosatti, vedi qui:

  • In cinque righe il Pontefice regnante liquida un paio di millenni di monachesimo contemplativo, maschile e femminile. Al N. 26 della sua esortazione apostolica Gaudete ed Exsultate scrive: “Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione”. Saranno felici le suore di clausura e i religiosi contemplativi….”

Non saremo certo prevenuti se ci viene a mente che a breve si vogliono liquidare le Suore Francescane dell’Immacolata (FFI) così come è stato distrutto il ramo maschile e, un vero santo del nostro tempo – padre Stefano Maria Manelli  – ancora agli arresti domiciliari senza aver commesso alcun reato….

Il Documento poi volge con le solite lezioncine trite e ritrite contro le chiacchiere, contro la gnosi e il pelagianesimo del nostro tempo e, naturalmente, in difesa dell’accoglienza, come se la Chiesa in tutti questi anni avesse dormito sogni beati, dimenticando forse che la schiera di santi e beati Fondatori – da sempre – hanno dato vita alle Opere che ben conosciamo dedite sempre all’accoglienza dei poveri, degli ammalati, degli emarginati, e così via.

Manca però, nel Documento, il riferimento a quella VIA ALLA SANTITA’ che Gesù stesso e la Vergine Santa, hanno sempre fatto capire di prediligere: GLI ADORATORI DELL’EUCARISTIA…. di questi e a questi Santi, spesso a noi sconosciuti (che non è lo stesso concetto di anonimo o anonimato), mentre emerge un pensiero REALTIVISTA della nuova forma di santità, tanto che Francesco non si esprime come “Dottore e Pastore”, ma avanza con un più esplicito: “MI PIACE VEDERE la santità nel popolo di Dio paziente….

Non dunque AMMAESTRAMENTO a quella santità che piace al Cristo e spesso descritta da Lui stesso a molti Santi, e dalla Vergine Santa, ma un Documento che descrive “la santità che piace di vedere al Papa“…. Questo non è fare i pignoli, ma essere realisti! Infatti, tra i punti dolenti del Testo ci sono alcuni aspetti che vengono usati in contrapposizione e non come elementi emergenti di quella santità amata dal Cristo.

Per esempio laddove afferma che è santità: “La difesa dell’innocente che non è nato…..”, quando poi aggiunge:  “Ma ugualmente sacra è la vita dei poveri che sono già nati, che si dibattono nella miseria, nell’abbandono, nell’esclusione, nella tratta di persone, nell’eutanasia nascosta dei malati e degli anziani privati di cura, nelle nuove forme di schiavitù, e in ogni forma di scarto”,

è chiaro che in quel “MA ugualmente…“, si mette l’evidenziatore SULLE ATTIVITA’ SOCIALI, indipendentemente dalla dottrina (in questo caso contro l’aborto)… Per carità, son cose giuste quel che ha detto, ma allora non doveva mettere quel “MA…” quando infatti, altro esempio, cita le grandi riformatrici della Chiesa: “Possiamo menzionare santa Ildegarda di Bingen, santa Brigida, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila o Santa Teresa di Lisieux. Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza…”

Di nuovo quel “MA…” attraverso il quale Bergoglio deve in qualche modo infilarci dentro il suo pensiero RELATIVISTA tanto che deve affermare come, a questa santità “anonima” molte donne a noi sconosciute ci sarebbero arrivate “A MODO LORO…”mentre, i Dottori della Chiesa citate non ci sono arrivate a “modo loro….” bensì attraverso un percorso stabilito DA CRISTO il quale, Protagonista della nostra più vera santificazione, è purtroppo piuttosto assente nel Documento. Come se la santità, di cui parla papa Francesco, dipendesse unicamente DALL’ATTIVISMO delle persone nel sociale.

Risultati immagini per Francesco papa gif animateE’ una santificazione molto sincretista, questa proposta da Bergoglio, contro la cui realizzazione, gli unici impedimenti, sarebbero tutti fattori sociali e giammai i peccati contro Dio… di cui infatti mai si parla. E che cosa possono insegnarci i SANTI canonizzati dalla Chiesa? Tutto e il contrario di tutto, ecco come si esprime Bergoglio usando niente meno che von Baltasar:

“Per riconoscere quale sia quella parola che il Signore vuole dire mediante un santo, non conviene soffermarsi sui particolari, perché lì possono esserci anche errori e cadute. Non tutto quello che dice un santo è pienamente fedele al Vangelo, non tutto quello che fa è autentico e perfetto. Ciò che bisogna contemplare è l’insieme della sua vita, il suo intero cammino di santificazione, quella figura che riflette qualcosa di Gesù Cristo e che emerge quando si riesce a comporre il senso della totalità della sua persona.” (n.22)

Quindi cestiniamo GLI SCRITTI DEI SANTI? Queste affermazioni sono davvero una mina vagante, pronta ad esplodere per cambiare i connotati dei Santi passati e cestinare tutti i loro scritti. Pensiamo, per esempio a san Pier Damiani, Dottore della Chiesa e al suo LIBER GOMORRHIANUS del 1049 contro la corruzione morale nella Chiesa, senza falsa misericordia e compromessi…. una situazione immorale, sodomita, nulla da invidiare alla situazione attuale….

Infine è necessario sottolineare questo passaggio del Documento:

  • “Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.” (n.14)

A parte le molte “ovvietà” descritte, che TUTTI siamo chiamati alla santità indipendentemente dal ruolo che svolgiamo, se consacrati o laici,  perché questo è sempre  stato insegnato dalla Chiesa, vedi qui il Catechismo, colpisce piuttosto come si giunge a sminuire la potenza della PREGHIERA, banalizzandola e convogliando il diventare santi esclusivamente ALL’ATTIVISMO SOCIALE. E’ vero che la santità NON dipende esclusivamente dalle ore di Preghiera che si fanno se, soprattutto, ci sono anche compiti da svolgere e non si fanno, usando la preghiera come scusa per non operare, ma da qui a non specificare che è proprio la Preghiera LA FONTE privilegiata affinché le opere siano santificate e producano frutti di santità, riducono il pensiero di papa Francesco, ad una santificazione DELL’ESSERE BUONI E ATTIVISTI nel sociale, basta seguire i punti dal n. 25 al n. 31.

Infatti afferma: “Non mi fermerò a spiegare i mezzi di santificazione che già conosciamo: i diversi metodi di preghiera, i preziosi sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’offerta dei sacrifici, le varie forme di devozione, la direzione spirituale, e tanti altri. Mi riferirò solo ad alcuni aspetti della chiamata alla santità che spero risuonino in maniera speciale…” (n.110)

Quindi, per papa Francesco, parlare del PECCATO ORIGINALE, del peccato, dell’Eucaristia, del valore della Preghiera…. non è importante perché dovremo conoscerli…. Nel n. seguente il 111, sottolinea quali sono i veri parametri MODERNI, sono cinque: “l’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale…”

Una volta ci si riferiva ai 7 vizi capitalivedi quiche sono la “proliferazione del peccato” mentre, Bergoglio, non solo non ne parla, ma ne modifica il concetto accennandolo, al n. 151; e al n. 165 dove la “corruzione spirituale” è segnalata come cosa peggiore della “caduta del peccatore” (???), dove non si comprende questa distinzione…

Arriviamo a delle conclusioni.

Il Documento, in sé, passa per la sua superficialità e SINCRETISMO ad un argomento che sarebbe dovuto essere molto più impegnativo, e che lo stesso Pontefice però, come riportato all’inizio, non ha voluto trattare dogmaticamente, ma a “parole sue”…. con un pensiero, moderno, tutto suo. Infatti, per papa Francesco, a questa santità, non si arriva per mezzo della CONVERSIONE AL CRISTO, ma attraverso “le conversioni” (???) attraverso le quali siamo invitati.. (n.17).

Per arrivare a chiudere il tutto con un riferimento mariano, di Maria non già REGINA DEI SANTI ma: “la santa tra i santi, la più benedetta, colei che ci mostra la via della santità e ci accompagna. Lei non accetta che quando cadiamo rimaniamo a terra e a volte ci porta in braccio senza giudicarci. Conversare con lei ci consola, ci libera e ci santifica. La Madre non ha bisogno di tante parole, non le serve che ci sforziamo troppo per spiegarle quello che ci succede. Basta sussurrare ancora e ancora: «Ave o Maria…»…”

La Madre di Dio certamente non ci giudica tanto per dimostrare chissà cosa, o per umiliarci, ma certamente ci giudica eccome lungo il percorso intrapreso “in questa valle di lacrime”, ci giudica se facciamo male, ci giudica se siamo infedeli e se siamo ipocriti, Ella giudica eccome, come Dio stesso giudicherà eccome (Ez.3,16-21)! Come farebbe una qualsiasi VERA MADRE per correggere il nostro lento procedere, come ha fatto tante volte con i Veggenti che a Lei si sono affidati. Bisogna solo intendere cosa significa, per papa Francesco quel “giudicare”… Ci porta in braccio ammonendoci nella condotta (1Cor.6,7-11)!

Per papa Francesco, ancora una volta, NON è necessario parlare dei nostri peccati, dei nostri vizi e difetti a Dio, al sacerdote in confessionale, ora a Maria Santissima, la sua devozione popolare è tutta in orizzontale, basta dire un Rosario, compiere opere meritorie, e la santità sarà assicurata! Ma sarà proprio così?

Se ciò che hanno scritto i Santi, specialmente sul peccato, sulla penitenza, sul pentimento (termini assenti nel testo), per Bergoglio non è importante – vedi riferimento sopra al n.22 – e forse non è neppure veritiero, quale credibilità potrà mai avere una esortazione apostolica che afferma di non voler essere “un trattato” (e dunque senza dottrine), senza definizioni e distinzioni, come avrebbe dovuto essere, per riaffermare la Dottrina sulla santità, senza inventare nuovi e moderni percorsi?

omino_legge_il_libroRiferendosi ad Ez.13,18 san Gregorio Magno biasima l’indulgenza colpevole dei pastori: “Porre cuscinetti sotto ogni gomito è confortare con blanda adulazione le anime che vengono meno alla propria rettitudine e si ripiegano nei piaceri di questo mondo. Ed è come accogliere su un cuscino o su un guanciale il gomito o il capo di uno che giace, quando si sottrae il peccatore alla durezza della punizione e gli si offrono le mollezze del favore…” (Regola Pastorale)


AGGIORNIAMO segnalando l’interessante riflessione portata da Sandro Magister qui:

autoreferenzialità a gogò e demonizzazione dei veri Santi….

ANCHE DA LA-NUOVA-BUSSOLA-QUOTIDIANA, arriva l’allarme del contenuto dell’esortazione:

  • GAUDETE ET EXSULTATE

Una esortazione, tante citazioni sbagliate (non a caso)

Bonaventura, Tommaso, Agostino e anche il Catechismo: alcuni passaggi chiave dell’Esortazione apostolica sulla santità riportano citazioni parziali che distorcono il significato degli autori.

Come era già accaduto con Amoris Laetitia per san Tommaso, anche nell’esortazione apostolica Gaudete et Exsultate (GE)presentata lunedì, si devono purtroppo riscontrare alcune citazioni “creative” per sostenere affermazioni e tesi altrimenti senza agganci con la tradizione.

Cominciamo dal paragrafo 49, dove addirittura si deve segnalare una tripletta. Siamo nella parte dell’Esortazione dedicata ai pelagiani, quella dove il Papa più volentieri picchia su quelli che considera le minacce più gravi nella Chiesa. Il Papa se la prende con coloro che «si rivolgono ai fedeli dicendo che con la grazia di Dio tutto è possibile», ma «in fondo sono soliti trasmettere l’idea che tutto si può fare con la volontà umana». In questo modo «si pretende di ignorare che “non tutti possono tutto”». Il rinvio alla nota 47, indica il riferimento all’opera di san Bonaventura Le sei ali dei serafini ed al fatto che tale citazione dev’essere intesa nella linea del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), paragrafo 1735 (quello dedicato all’imputabilità di un’azione). Subito dopo si cita san Tommaso, per sostenere che «in questa vita le fragilità umane non sono guarite completamente e una volta per tutte dalla grazia»; ed infine sant’Agostino, per rilanciare la tesi del bene possibile, già sostenuta abbondantemente in Amoris Laetitia (AL), e che il libro di don Aristide Fumagalli sulla teologia morale di papa Francesco (della famosa collana maldestramente sponsorizzata da Viganò) mostra essere funzionale alla possibilità di assolvere e ammettere alla Comunione chi continua a vivere more uxorio (per l’analisi del libro di Fumagalli rimandiamo ad un prossimo articolo).

E’ chiaro che la presenza della grazia, come dice Tommaso, «non risana l’uomo totalmente» (I-II, q. 109, a. 9, ad. 1); ma qui Tommaso sta spiegando che l’aiuto della grazia attuale («essere mosso da Dio a ben operare») è necessario anche per chi ha già l’abito della grazia santificante, perché nell’uomo la carne continua ad essere debole. Ma che la grazia non risani l’uomo totalmente non significa affatto che l’uomo possa trovarsi in situazioni per cui, con l’aiuto della grazia, gli sia impossibile osservare i comandamenti di Dio. Che è esattamente la linea interpretativa di AL che “autorizza” – ovviamente in certi casi – atti propriamente coniugali tra persone che coniugi non sono.

Che il testo di GE giochi sull’ambiguità, risulta abbastanza evidente dalle citazioni omesse o mozzate. Si veda la citazione dell’opera di san Bonaventura, scritta per esporre le virtù di un superiore religioso. La frase riportata è la seguente: «Non tutti possono tutto», espressione ripresa dal Siracide e presentata da Bonaventura per ricordare ai superiori di non esasperare con rimproveri coloro che sono in difficoltà: «si sopportino le loro avversioni e le loro fragilità con animo paziente». Questa raccomandazione dev’essere compresa non alla luce del paragrafo del Catechismo, che tratta dell’imputabilità di un’azione (il quale non c’entra niente nel contesto dello scritto del santo francescano, ma che è invece rivelativo di dove si voglia andare a parare), ma a quanto nel capitolo appena precedente viene affermato (II, 9), e cioè che «prima di tutto siano impedite e condannate le trasgressioni dei comandamenti di Dio; quindi le trasgressioni dei precetti inviolabili della Chiesa, etc.». Ma di questo non c’è traccia nell’Esortazione.

A sant’Agostino spetta una sorte peggiore. Il testo tratto da La natura e la grazia è così riportato al § 49 di GE: «Dio ti invita a fare quello che puoi e “a chiedere quello che non puoi”». Fine. Il testo integrale è però il seguente: «Dio dunque non comanda cose impossibili, ma comandando ti ordina sia di fare quello che puoi, sia di chiedere quello che non puoi! E vediamo ormai da dove viene all’uomo il potere e da dove gli viene il non potere… Io dico: “Certamente dipende dalla volontà che l’uomo non sia giusto, se lo può per natura; ma sarà la medicina a dare alla natura dell’uomo il potere che non ha più per il vizio”».

Il testo integralmente riportato rende chiaro che è proprio la grazia a rendere possibile quello che la natura non riesce a fare. E che cosa ordina Dio all’uomo di chiedere, perché ottenga ciò che non può? Lo spiega il Concilio di Trento, che riporta proprio questa affermazione di Agostino: «Nessuno deve fare propria quella temeraria espressione, colpita dai padri con l’anatema, secondo la quale i comandamenti di Dio sono impossibili da osservarsi per l’uomo giustificato. “Dio, infatti, non comanda l’impossibile; ma quando comanda ti ammonisce di fare quello che puoi, di chiedere quello che non puoi”, e ti aiuta affinché tu possa… Quelli infatti che sono figli di Dio, amano il Cristo; quelli che lo amano… osservano la sua parola, cosa senz’altro possibile con l’aiuto di Dio» (DH 1536).

Dio dunque aiuta perché si possa, ciò che umanamente non si può; i comandamenti non sono impossibili da osservare. Di questo non c’è traccia in GE, che invece si preoccupa non di incoraggiare a confidare nella grazia, ma di tirare scappellotti ai nuovi pelagiani, che vengono persino rimproverati di fidarsi poco della grazia. Certo, pensare di poter osservare la legge senza la grazia è atteggiamento tipicamente farisaico, come ricordava Veritatis Splendor (VS), 104. Ma la soluzione non è rimproverare quelli che sostengono che con la grazia è possibile osservare i comandamenti di Dio, anche in situazioni che sembrano impossibili. E’ invece altrettanto farisaico un altro atteggiamento quanto mai attuale, richiamato da VS, 105: «A tutti è chiesta grande vigilanza per non lasciarsi contagiare dall’atteggiamento farisaico, che pretende di eliminare la coscienza del proprio limite e del proprio peccato, e che oggi si esprime in particolare nel tentativo di adattare la norma morale alle proprie capacità e ai propri interessi e persino nel rifiuto del concetto stesso di norma». Per esempio, come quando si dissolve la norma nei casi singoli.

L’atteggiamento cristiano sta in uno slancio superiore che riconosce al contempo la propria miseria, l’esigenza della santità di Dio e la sua misericordia che rende possibile all’uomo ciò che con le sue sole forze è impossibile: «Accettare la “sproporzione” tra la legge e la capacità umana, ossia la capacità delle sole forze morali dell’uomo lasciato a se stesso, accende il desiderio della grazia e predispone a riceverla» (VS, 105).

Non meno grave è anche il caso del § 80 di GE che inaugura il commento alla beatitudine evangelica dei misericordiosi: «Matteo riassume questo in una regola d’oro: “Tutto quanto vorrete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (7,12). Il Catechismo ci ricorda che questa legge si deve applicare “in ogni caso”, in modo speciale quando qualcuno “talvolta si trova ad affrontare situazioni difficili che rendono incerto il giudizio morale”».

La legge della misericordia dev’essere dunque applicata in ogni caso,soprattutto nelle situazioni difficili. Gli articoli del Catechismo qui richiamati (note 71 e 72) non dicono proprio così. Il n. 1787 non ricorda solo che la coscienza a volte può trovarsi in situazioni difficili da discernere moralmente, ma anche che in questi casi la persona «deve sempre ricercare ciò che è giusto e buono e discernere la volontà di Dio espressa nella Legge divina». Per questo motivo, il numero successivo insegna che «alcune norme valgono in ogni caso», come riportato in GE, ma prima della regola d’oro si afferma che «non è mai consentito fare il male perché ne derivi un bene». Curiosamente dall’esortazione sulla santità spariscono il riferimento alla legge divina ed al fatto che il male non possa mai essere fatto.

Ma troviamo la distorsione più grave al § 106: «Non posso tralasciare di ricordare quell’interrogativo che si poneva san Tommaso d’Aquino quando si domandava quali sono le nostre azioni più grandi, quali sono le opere esterne che meglio manifestano il nostro amore per Dio. Egli rispose senza dubitare che sono le opere di misericordia verso il prossimo, più che gli atti di culto». E si riporta il testo della II-II, q. 30, a. 4, ad 2: «Noi non esercitiamo il culto verso Dio con sacrifici e con offerte esteriori a vantaggio suo, ma a vantaggio nostro e del prossimo: Egli infatti non ha bisogno dei nostri sacrifici, ma vuole che essi gli vengano offerti per la nostra devozione e a vantaggio del prossimo. Perciò la misericordia con la quale si soccorre la miseria altrui è un sacrificio a lui più accetto, assicurando esso più da vicino il bene del prossimo».

Per la verità Tommaso si domandava «se la misericordia sia la più grande delle virtù» e conclude che… «la misericordia non è la più grande delle virtù»! Perché, spiega Tommaso, «nell’uomo, che ha come superiore Dio, la carità che unisce a Dio, è superiore alla misericordia, che supplisce alle deficienze del prossimo». La misericordia è più grande «fra tutte le virtù che riguardano il prossimo», ma non in assoluto. E la risposta 2, riportata nell’Esortazione, spiega semplicemente e coerentemente perché la misericordia è superiore alle opere cultuali, tra le virtù che riguardano il prossimo (e non Dio).

Era doveroso ricordare che per Tommaso la più grande virtù è la carità, perché ci unisce a Dio. E l’amore di Dio si compie nell’osservanza della sua parola (cf. Gv. 14, 23) ed è la verifica dell’amore ai fratelli. Spesso infatti si richiama, giustamente, al fatto che l’amore del prossimo realizza l’amore di Dio ed è perciò compendio della legge, ma ci si dimentica che l’amore a Dio – il solo che va amato “con tutto” – è condizione e prova del nostro amore al prossimo, come ricorda san Giovanni: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti, perché in questo consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti e i suoi comandamenti non sono gravosi» (1Gv. 5, 2-3).

Quindi dire che «il criterio per valutare la nostra vita è anzitutto ciò che abbiamo fatto agli altri. La preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore. Il nostro culto è gradito a Dio quando vi portiamo i propositi di vivere con generosità…» (§ 104), chiedendo il sostegno di san Tommaso è una manovra perlomeno discutibile… Anche perché bisognava almeno ricordare che Tommaso spiega che la tanto dimenticata virtù di religione «è superiore a tutte le altre virtù morali» (II-II q. 81, a. 6), a motivo del fatto che ci mette in rapporto a Dio ed è particolarmente legata proprio alla carità;

Infatti «la religione si avvicina a Dio più strettamente che le altre virtù morali, poiché compie degli atti che in modo diretto ed immediato sono ordinati all’onore di Dio». Tra questi atti, come spiega il Catechismo (2095 ss.) ci sono l’adorazione, la preghiera, il sacrificio, le promesse e i voti.

E’ strano che questo non venga richiamato in un’esortazione sulla santità, visto che Tommaso spiega che «la religione si identifica con la santità» (II-II, q. 81, a 8, s.c), perché in entrambi i casi «l’anima umana applica a Dio se stessa e i propri atti»; nel caso della religione principalmente per «gli atti che si riferiscono al servizio di Dio», mentre per la santità «anche per tutti gli atti delle altre virtù che l’uomo riferisce a Dio», tra cui certamente le opere di misericordia.

Questo ordine delle cose non si ritrova in GE, che anzi fa affermazioni unilaterali come quella del § 107: «Chi desidera veramente dare gloria a Dio con la propria vita, chi realmente anela a santificarsi perché la sua esistenza glorifichi il Santo, è chiamato a tormentarsi, spendersi e stancarsi cercando di vivere le opere di misericordia». O ancor peggio quella del § 26: «Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio… Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione».


-IL SILENZIO DELLA GRANDE STAMPA di Andrea Zambrano

 

 

Foto ed audio Convegno: “Chiesa Cattolica dove vai?”

Con “Chiesaepostconcilio” e davvero tanti altri partecipanti come La Nuova Bussola per la quale c’era Riccardo Cascioli, c’era anche Marco Tosatti (seppur raffreddato), c’era Sandro Magister, con Corrispondenza Romana, molti Sacerdoti, che abbiamo avuto la gioia di poter salutare e conoscere di persona (ci scusiamo se non li nominiamo tutti), siamo stati al Convegno – si legga qui la presentazione – del 7 aprile e, grazie a Dio, è stato davvero un vero successo…. una vera semente di grazia che vogliamo condividere con tutti voi inserendo alcune foto e offrendo gli audio originali dei tre incontri, qui per noi, fondamentali: in audio troverete l’intervento del cardinale Walter Brandmüller;  del cardinale Raymond Leo Burke;  e del Vescovo Athanasius Schneider.

Per vedere le foto, ascoltare gli audio e leggere la professione di fede, CLICCARE QUI.

Quando un diacono invita a bere un mate de coca…

A seguito di questa vecchia cronaca del 2015, ci è giunto un messaggio davvero curioso al quale non volevamo dare alcun seguito, ma essendo l’autore un diacono e futuro prete, così sembra, vantando attività missionaria, abbiamo ritenuto utile inserire l’argomento nelle cronache e comprendere in quali situazioni, allucinanti… ci troviamo.

Questo il messaggio del diacono del quale ometteremo il nome:

  • “Bevo normalmente tè di coca; ho vissuto come missionario in Bolivia e me ne procuro ogni volta che ci ritorno.Si può introdurre in Italia; una bustina di tè di coca ha un bassissimo contenuto di ” droga”. Le foglie di coca vanno masticate con il bicarbonato per ottenerne effetti dopanti. Al contrario un tè di coca aiuta la digestione, non è dopante e fa bene. Prima di gridare ” al lupo, al lupo…” meglio informarsi o ancor meglio vivere tra la gente boliviana. “Bolear coca ” è una cosa, bere un tè di coca è altro, se vuole l’invito a bere un tè con me …”

Sappiamo bene che esistono molte controversie sulla questione e sul concetto delle “droghe libere”, così come sappiamo che ciò che va bene “per una comunità” non è detto faccia bene a tutti… Ma la questione è molto più complessa. Tanti dicono che le erbe di coca(ina) usate come bevanda non farebbero male, al contrario… ma la comunità scientifica non è d’accordo e comunque sia non si è mai espressa favorevole all’unanimità.

Noi abbiamo chiesto consigli ad un esperto del settore, questa la risposta che abbiamo anche inviato, privatamente, al diacono.

  • Ammesso e non concesso che la coca non elaborata chimicamente, non trattata per ottenere la droga non produce gli effetti devastanti della droga, resta scientificamente dimostrato, che anche un te fatto con le foglie al naturale, produce dipendenza, tanto è vero che lei stesso non si rende conto di questa dipendenza.
  • Inoltre è scientificamente dimostrato che la coca assunta abitualmente in natura dalla gente del posto, produce nel tempo effetti devastanti al cervello, ai denti, alla circolazione del sangue, demenza senile precoce perché creata dalla dipendenza del suo contenuto. Tutte le droghe, assunte sotto controllo, producono effetti benefici, molte vengono usate al Pronto Soccorso e in medicina, arrestano perfino un infarto in corso, ma si tratta di medicamenti che si assumono sotto controllo medico e gestiti una tantum, ciò che invece lei propone è una lenta ma inesorabile devastazione del cervello e della dipendenza, a piccole dosi, appunto.
  • Gli antichi usavano queste erbe come medicinale, non come bevanda salutare quotidiana. Laddove ciò è accaduto, si registrano comunità dove la gente non produce nulla, vive come inebetita, chiusi nel proprio mondo, incapaci di esprimere se stessi. Comprendo che il dibattito è aperto e i pareri continuano a scontrarsi, ma ciò accade per gente incosciente come lei che non pensa minimamente alla vera salute del suo prossimo e, soprattutto a quella libertà che da gente come voi dovrebbe essere tutelata e protetta da qualunque cosa che possa far loro del male.
  • Comprendo chi, politicamente fa discorsi come i suoi, ma che ciò provenga da un prete è davvero scioccante. La sua droga dovrebbe essere l’Eucaristia, la bevanda, l’acqua pura!
  • Un consiglio? si dedichi ai sacramenti e lasci alla scienza l’uso delle droghe in medicina.

Le foglie di coca contengono un quantitativo minimo dell’alcaloide della cocaina. Da sempre gli abitanti delle Ande le masticano per trarne un blando effetto stimolante. Dalla pianta si ricava anche un infuso (il mate) e un tipo di farina. Ma l’esplosione globale del consumo di cocaina (e per confezionare il mate) richiede di coltivare la pianta in quantitativi sempre maggiori, perchè questa bevanda crea dipendenza.

Non siamo contro “il mate” fatto con altri ingredienti, del resto siamo dipendenti da molte altre cose come il caffè, il fumo, gli inglesi con il te, che un coca-party offerto da un futuro prete, davvero, ce lo potevamo risparmiare.

 

Un magistero parallelo si impone su quello perenne

Occorre rifuggire da richiami pseudopastorali che situano le questioni su un piano meramente orizzontale, in cui ciò che conta è soddisfare le richieste soggettive…” (Benedetto XVI – 29 gennaio 2010)

Lo spiegavamo qui: Addio Chiesa magisteriale, avanza la neochiesa ideologica…. ed oggi anche da La Nuova Bussola Quotidiana, Andrea Zambrano, denuncia quel “farsi largo” di un magistero privato di Papa Francesco, vedi qui, oggi espresso – soggettivamente – da una suora carmelitana argentina, la quale afferma che è stato proprio Bergoglio a dirle in confidenza di sdoganare la contraccezione

Voi ci direte che questa suora, Scalfari, Galantino, Spadaro, Viganò e tutta la corte dei miracoli, si sta inventando tutto e che “non è colpa del Papa”, ma di loro che capiscono male… Magari fosse così, noi abbiamo già annunciato che non vediamo l’ora di poter fare un editoriale con tanto di scuse al Papa, e poter dire “abbiamo sbagliato tutto!!” Crediamo nei miracoli, non nelle utopie, e non dogmatizziamo i sogni per poter vincere al Lotto!

Giovanni Paolo II ai suoi tempi denunciò una “apostasia silenziosa, ma strisciante” interna alla Chiesa, Benedetto XVI denunciò una “pseudopastorale” che pretendeva soddisfare le “richieste soggettive”… avevano capito male anche loro, su cosa stava accadendo dentro la Chiesa? Entrambe le denuncie, pensate un po’, sono all’interno di discorsi SULLA FAMIGLIA, sull’etica e sulla morale cattolica, un’altra coincidenza?

Come fa questa suora carmelitana a dimenticare tutto il Magistero precedente della Chiesa Cattolica su queste questioni morali? “IL PAPA MI HA DETTO CHE….” afferma, orbene, se un papa ti dice “vatti ad impiccare”, tu per “obbedienza” lo faresti? E non è certo l’unica a dire questo mantra “il papa ha detto che…” eppure una volta i Papi dicevano: “CRISTO HA DETTO CHE….”

tenorMa cara suorina e tutta la corte dei miracoli, non ci arrivi a ragionare con il santo discernimento che ci sono richieste alle quali bisogna dire “NO, grazie!” ?? Il caso tra Pietro e Paolo in Galati è chiarissimo, san Paolo seppe dire “NO” a Pietro… ma non per questo fu scismatico o antipapista!

Andrea Zambrano si domanda e riflette quanto segue:

Sarà vero? L’avrà detto o no? La confusione regna sovrana. In fondo, basterebbe poco da parte della Santa Sede: un comunicato secco per dire che non è vero o che ciò che emerge negli incontri privati del Papa non è materia di Magistero perché rientra appunto nel privato. Ma forse è proprio questo il punto, la sovrapposizione tra il piano privato e quello pubblico per portare avanti spinte rivoluzionarie in tema di dottrina e di morale utilizzando materia teologica che è già da tempo dibattuta e spinge per essere approvata.”

Una volta si diceva “mal comune mezzo gaudio”… purtroppo, in tal senso, non abbiamo nulla di cui “gaudere”, piuttosto abbiamo il dovere di comprendere, e far comprendere, che c’è un problema in atto ed è grave. Leggiamo come lo spiegava l’allora cardinale Caffarra:

“Giovanni Paolo II diceva nel 2000 in un’allocuzione alla Rota che “emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del Romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal Magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio”. La formula è tecnica, “dottrina da tenersi definitivamente” vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.” (Intervista al cardinale Caffarra 15 marzo 2014)

“…non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli.” come a dire “Roma locuta causa finita est: Roma ha parlato, la causa è definitivamente chiusa”, ecco perché parliamo di un magistero “PRIVATO-PARALLELO” perché, quello autentico ha parlato e aveva già definito le questioni, chiudendole al dibattito, come del resto così si espresse il Catechismo al n. 1650.

Il Catechismo dice anche altro, denuncia e ammonisce quanto segue:

“Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti.  La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra  svelerà il « mistero di iniquità » sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne. (nn.675 – 676 – 677)

Attenzione a quel “pseudo-messianismo”. Il “magistero” è per noi credenti qualcosa di molto più che “parola del Papa”, piuttosto è parola della Chiesa, Sposa di Cristo, è quindi espressa la stessa Parola del Signore quando, appunto, dogmaticamente e dottrinalmente, Essa insegna e ammaestra le genti verso la corretta etica, morale e catechetica comprensione. E’ tutto strettamente correlato ai fatti che stiamo vivendo.

Sottolinea, infatti, Andrea Zambrano: “…ultimamente ciò che esce nel privato di Bergoglio, in un modo o nell’altro, diventa anche di dominio pubblico e viene rielaborato come se si trattasse di una dichiarazione pronunciata in cathedra Petri assistita dall’infallibilità pontificia. Delle due l’una: o c’è un complotto internazionale che vuole far passare il Papa per quello che non è o il Papa in privato fa affermazioni che non sono in conformità con la dottrina. In ogni caso è sempre più necessario spiegare e se il caso chiarire questo pericoloso corto circuito che ha ricadute anche immediate…”

Delle due l’una, non si scappa, lo abbiamo chiarito qui! Come è stato per il “caso” sull’inferno di Scalfari – raccontato da Bergoglio in privato – tutti si son dati da fare a tirare fuori le volte che il Papa ha parlato del “Diavolo”, per dimostrare che Scalfari ha inventato tutto, ebbene, spiega Zambrano:

Adesso qualcuno si prenderà la briga di riportare tutti gli interventi pubblici nel corso dei quali il Papa ha detto no ai contraccettivi, un po’ per placare le ansie, un po’ per normalizzare il tutto, ma nel frattempo lavorerà anche quel magistero parallelo che si nutre di dichiarazioni private o parziali di Bergoglio per sostenere il contrario, in uno scontro all’ultimo sangue dove ad uscire sconfitto è il principio di non contraddizione.

Siamo pienamente d’accordo anche perchè ci vengono a mente le parole di Gesù, il suo severo monito: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno.“(Mt.5,37), perché mai avrà fatto un monito così severo? E, in tutta coscienza, possiamo davvero affermare che papa Francesco si stia attenendo a questa richiesta del Cristo di cui è il Vicario, non il successore?

Stiamo perciò attenti: questo tipo di magistero “privato e parallelo”, non ha per noi e per la Chiesa vera alcun valore, specialmente se eretico.

Se volete capirla bene è un po’ come per le “rivelazioni private” nelle Apparizioni…. esse non sono vincolanti e devono essere conformi al Vangelo e al magistero della Chiesa per essere rese valide e credibili, edificanti (vedi il caso di Lourdes quando la Vergine confermò il dogma dell’Immacolata), diversamente non solo vanno lasciate perdere, ma non possono essere usate neppure per le catechesi. L’ultimo papa arrivato (che è poi quello regnante) ha l’obbligo e il dovere di mantenere la stessa regola del gioco: o si esprime dottrinalmente per imporre certi cambiamenti, assumendosi la responsabilità, oppure taccia, che farebbe meglio!

Cari vescovi e cardinali, ATTENTI ALL’IGNAVIA…. ne abbiamo parlato qui per il piccolo Alfie, e sempre a causa di questo doppio magistero anche qui…. non potrete dire “non lo sapevo”!

omino_legge_il_libro NON PERDETE L’INTERVISTA al cardinale Burke: Correggere il Papa, per obbedire a Cristo.

Il cardinale Raymond L. Burke

C’è chi accusa di disobbedienza quanti hanno espresso dubbi, domande e critiche all’operato del Papa, ma «la correzione della confusione o dell’errore non è un atto di disobbedienza, ma un atto di obbedienza a Cristo e perciò al Suo Vicario sulla terra». Così si esprime il cardinale Raymond Leo Burke in questa intervista a La Nuova BQ, alla vigilia di un importante convegno che ci sarà a Roma sabato 7 aprile sul tema “Dove va la Chiesa” (clicca qui), di cui lo stesso cardinale Burke sarà uno dei relatori. Il convegno di Roma si svolgerà nel ricordo del cardinale Carlo Caffarra, scomparso lo scorso settembre, uno dei firmatari dei Dubia. Come si ricorderà si tratta di 5 domande a papa Francesco volte ad avere una dichiarazione chiara di continuità con il Magistero precedente in seguito alla confusione creatasi con le diverse e a volte opposte interpretazioni dell’esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia. A quei Dubia, di cui anche il cardinale Burke è un firmatario, mai è stata data risposta né papa Francesco ha mai risposto alla ripetuta richiesta di un’udienza da parte dei cardinali firmatari.

Eminenza, lei sarà uno dei principali relatori al convegno del 7 aprile, che nel nome del cardinal Caffarra si interrogherà sulla direzione della Chiesa. Già dal titolo del convegno si percepisce la preoccupazione per la direzione presa. Quali sono i motivi di tale preoccupazione?
La confusione e la divisione nella Chiesa, sulle questioni fondamentali e più importanti – il matrimonio e la famiglia, i Sacramenti e la giusta disposizione per accedervi, gli atti intrinsecamente cattivi, la vita eterna ed i Novissimi – diventano sempre più diffuse. E il Papa non soltanto rifiuta di chiarire le cose con l’annuncio della costante dottrina e sana disciplina della Chiesa, una responsabilità che è inerente al suo ministero quale Successore di san Pietro, ma aumenta anche la confusione.

Si riferisce anche al moltiplicarsi di dichiarazioni private che vengono riportate da coloro che lo incontrano?
Quello che è successo con l’ultima intervista concessa ad Eugenio Scalfari durante la Settimana Santa e resa pubblica il Giovedì Santo è andato oltre il tollerabile. Che un noto ateo pretenda di annunciare una rivoluzione nell’insegnamento della Chiesa Cattolica, ritenendo di parlare nel nome del Papa, negando l’immortalità dell’anima umana e l’esistenza dell’Inferno, è stata fonte di profondo scandalo non solo per tanti cattolici ma anche per tanti laici che hanno rispetto per la Chiesa Cattolica ed i suoi insegnamenti, anche se non li condividono. Oltretutto il Giovedì Santo è uno dei giorni più santi dell’anno, il giorno in cui il Signore ha istituito il Santissimo Sacramento dell’Eucaristia e il Sacerdozio, affinché Egli possa offrirci sempre il frutto della Sua redentiva Passione e Morte per la nostra salvezza eterna. Inoltre la risposta della Santa Sede alle reazioni scandalizzate arrivate da tutto il mondo, è stata fortemente inadeguata. Invece di riannunciare chiaramente la verità sulla immortalità della anima umana e sull’Inferno, nella smentita c’è scritto solo che alcune parole citate non sono del Papa. Non dice che le idee erronee, perfino eretiche, espresse da queste parole non sono condivise dal Papa e che il Papa ripudia tali idee quali contrarie alla fede cattolica. Questo giocare con la fede e la dottrina, al livello più alto della Chiesa, giustamente lascia pastori e fedeli scandalizzati.

Se queste cose sono molto gravi, e fonte di imbarazzo, stupisce però anche il silenzio di tantissimi Pastori.
Certo, la situazione è ulteriormente aggravata dal silenzio di tanti vescovi e cardinali che condividono con il Romano Pontefice la sollecitudine per la Chiesa universale. Alcuni stanno semplicemente zitti. Altri fanno finta che non ci sia nulla di grave. Altri ancora diffondono fantasie di una nuova Chiesa, di una Chiesa che prende una direzione totalmente diversa dal passato, fantasticando ad esempio di un “nuovo paradigma” per la Chiesa o di una conversione radicale della prassi pastorale della Chiesa, rendendola completamente nuova. Poi ci sono quelli che sono entusiasti promotori della cosiddetta rivoluzione nella Chiesa Cattolica. Per i fedeli che capiscono la gravità della situazione, la mancanza di direzione dottrinale e disciplinare da parte dei loro pastori li lascia smarriti. Per i fedeli che non capiscono la gravità della situazione, questa mancanza li lascia in confusione ed eventualmente vittime di errori dannosi alle loro anime. Molti che sono entrati nella piena comunione della Chiesa Cattolica, essendosi battezzati in una comunione ecclesiale protestante, perché le loro comunità ecclesiali hanno abbandonato la fede apostolica, soffrono intensamente la situazione: percependo che la Chiesa Cattolica sta andando nella stessa via dell’abbandono della fede.

Quella che lei dipinge è una situazione apocalittica…
Tutta questa situazione mi porta a riflettere sempre più sul messaggio della Madonna di Fátima che ci ammonisce del male – ancora più grave dei gravissimi mali sofferti a causa della diffusione del comunismo ateistico – che è l’apostasia dalla fede dentro la Chiesa. Il n. 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica ci insegna che “[p]rima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti“, e che “[l]a persecuzione che accompagna il suo [della Chiesa] pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità”.

In una tale situazione i vescovi e i cardinali hanno il dovere di annunciare la vera dottrina. Allo stesso tempo devono condurre i fedeli a fare riparazione per le offese a Cristo e le ferite inflitte al Suo Corpo Mistico, la Chiesa, quando la fede e la disciplina non sono giustamente salvaguardate e promosse dai pastori. Il grande canonista del XIII secolo, Enrico da Susa o l’Ostiense, affrontando la difficile questione di come correggere un Romano Pontefice che agirebbe in un modo contrario al suo ufficio, afferma che il Collegio dei Cardinali costituisce un controllo de facto contro l’errore papale.

Senza dubbio, oggi è molto discussa la figura di papa Francesco. Si passa facilmente dall’esaltazione acritica di qualsiasi cosa egli faccia alla critica spietata per ogni suo gesto ambiguo. Ma in qualche modo il problema di come rapportarsi al Papa vale per ogni pontefice. Per cui alcune cose necessitano di essere chiarite. Intanto, cosa rappresenta il Papa per la Chiesa?
Secondo il costante insegnamento della Chiesa, il Papa, per la volontà espressa di Cristo, è “il perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei Vescovi sia della moltitudine dei fedeli” (Costituzione Dommatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II, n. 23). È l’essenziale servizio del Papa di salvaguardare e promuovere il deposito della fede, la vera dottrina e la sana disciplina coerente con le verità credute. Nell’intervista già citata con Eugenio Scalfari, ci si riferisce compiacenti al Papa come “rivoluzionario”. Ma l’Ufficio Petrino non ha niente, assolutamente niente, da fare con la rivoluzione. Al contrario, esiste esclusivamente per la conservazione e propagazione della fede cattolica immutabile che conduce anime alla conversione di cuore e conduce tutta l’umanità alla unità fondata sull’ordine iscritto da Dio nella Sua creazione e soprattutto nel cuore dell’uomo, l’unica creatura terrena fatta ad immagine di Dio. È l’ordine che Cristo ha restaurato per il Mistero Pasquale che stiamo celebrando in questi giorni. La grazia della Redenzione che promana dal Suo Cuore trafitto glorioso nella Chiesa, nei cuori di suoi membri, dà la forza per vivere secondo questo ordine, cioè in comunione con Dio e con il prossimo.

Sicuramente il Papa non è un sovrano assoluto, eppure oggi è molto percepito in questo modo. “Se lo dice il Papa…” è il modo comune di troncare qualsiasi domanda o dubbio su alcune affermazioni. C’è una sorta di papolatria. Come vi si risponde?
La nozione della pienezza del potere del Romano Pontefice è stata chiaramente enunciata già da Papa San Leone Magno. I canonisti del Medioevo hanno contributo grandemente all’approfondimento del potere inerente l’Ufficio Petrino. Il loro contributo rimane sempre valido e importante. La nozione è assai semplice. Il Papa, per la volontà divina, gode di tutto il potere necessario per poter salvaguardare e promuovere la vera fede, il vero culto divino, e la richiesta sana disciplina. Questo potere appartiene non alla sua persona ma al suo ufficio di Successore di san Pietro. Nel passato, per lo più, i papi non hanno resi pubblici i loro atti personali o le loro opinioni, proprio per non rischiare che i fedeli siano confusi su quello che fa e pensa il successore di san Pietro. Attualmente, c’è una rischiosa e perfino dannosa confusione della persona del Papa con il suo ufficio che risulta nell’oscuramento dell’Ufficio Petrino e in un concetto mondano e politico del servizio del Romano Pontefice nella Chiesa. La Chiesa esiste per la salvezza delle anime. Qualsiasi atto di un Papa che mina la missione salvifica di Cristo nella Chiesa, sia un atto eretico o sia un atto peccaminoso in se stesso, è semplicemente vuoto dal punto di vista dell’Ufficio petrino. Quindi anche se chiaramente reca gravissimo danno alle anime, non comanda l’obbedienza di pastori e fedeli. Dobbiamo sempre distinguere il corpo dell’uomo che è il Romano Pontefice dal corpo del Romano Pontefice, cioè dell’uomo che esercita l’ufficio di san Pietro nella Chiesa. Non fare la distinzione significa papolatria e finisce con la perdita di fede nell’Ufficio Petrino divinamente fondato e sostenuto.

Nel rapporto con il Papa a cosa un cattolico deve tenere maggiormente?
Il cattolico deve sempre rispettare, in modo assoluto, l’Ufficio Petrino quale parte essenziale dell’istituzione della Chiesa da parte di Cristo. Il momento nel quale il cattolico non rispetta più l’ufficio del Papa si è disposto o allo scisma o alla apostasia dalla fede. Allo stesso tempo, il cattolico deve rispettare l’uomo incaricato con l’ufficio che significa attenzione al suo insegnamento e direzione pastorale. Questo rispetto include anche il dovere di esprimere al Papa il giudizio di una coscienza rettamente formata, quando egli devia o sembra deviare dalla vera dottrina e sana disciplina o abbandona le responsabilità inerenti il suo ufficio. Per il diritto naturale, per i Vangeli, e per la costante tradizione disciplinare della Chiesa, i fedeli sono tenuti ad esprimere ai loro pastori la loro premura per lo stato della Chiesa. Hanno questo dovere al quale corrisponde il diritto di ricevere una risposta dai loro pastori.

Quindi è possibile criticare il Papa? E a quali condizioni?
Se il Papa non adempie il suo ufficio per il bene di tutte le anime, non è soltanto possibile ma anche necessario criticare il Papa. Questa critica deve seguire l’insegnamento di Cristo sulla correzione fraterna nel Vangelo (Mt 18, 15-18). Prima, il fedele o pastore deve esprimere la sua critica in un modo privato, che permetterà al Papa di correggersi. Ma se il Papa rifiuta di correggere il suo modo di insegnare o agire gravemente mancante, la critica deve essere resa pubblica, perché ha da fare con il bene comune nella Chiesa e nel mondo. Alcuni hanno criticato quelli che hanno espresso pubblicamente la critica al Papa quale una manifestazione di ribellione o di disobbedienza, ma domandare – con il rispetto dovuto per il suo ufficio – la correzione di confusione o errore non è un atto di disobbedienza, ma un atto di obbedienza a Cristo e perciò al Suo Vicario sulla terra.

 

Bergoglio rigetta “un Dio” che punisce

Papa Francesco all’inferno ci crede, il problema è “come” e in quale senso!

Quanto generato dalle notizie di Scalfari sui colloqui privati con papa Francesco, che sono state la causa di una reazione da parte di Odifreddi e il suo conseguente licenziamento, cliccare qui, è molto più complesso e rischiano di chiudersi in una sorta di conveniente placet delle “fake news”. Un Papa che nega l’esistenza dell’inferno (seppur all’interno di una o più conversazioni private), o il dissolvimento delle anime dannate, uscita allo scoperto, doveva essere fatta passare come una notizia “fake”, ma questi giochini hanno sempre quel di diabolico che però è sempre senza coperchi, e tutto alla fine salta fuori.

La discussione è sempre un problema dottrinale, nonostante papa Francesco da cinque anni si diletta a far sapere che a lui di questa non interessa nulla, perché non sarebbe messa mai in discussione, ma di fatto lo è eccome.

E’ evidente come è stato fatto notare anche da La Nuova Bussola Quotidiana, vedere qui, che tra Bergoglio e Scalfari c’è qualcosa che a noi sfugge, ma non sfugge certo al Direttore – cattolicissimo – di Repubblica, che in barba alla misericordia, licenza un collaboratore per aver espresso ciò che noi stessi esprimiamo liberamente, e non per aver commesso qualche reato.

E nessuno che si domanda il perchè. Fermarsi al concetto delle fake news, infatti, non risolve il mistero che s’infittisce notevolmente. Veniamo allora ad analizzare l’aspetto più inquietante di tutta la vera situazione, ringraziando Atanasio per l’aiuto all’articolo.

Per comprendere questa strana amicizia che dura da cinque anni, ben consolidata in una sorta di tacito accordo fra le parti, bisogna cercare di comprendere entrambi i personaggi e capire come lavorano e cosa cercano. Qualcosa è stato detto anche qui nel 2016, e che non fa altro che confermare quanto sta accadendo oggi. Lo stesso teologo domenicano, Padre Giovanni Cavalcoli, aveva fatto una interessante panoramica dei fatti passati, vedere qui.

Eugenio Scalfari ha 93 anni, molto lucido, intelligente, acuto osservatore e per nulla avvezzo alle “fake news” per diletto, non ama affatto “i riflettori” intesi come luci della ribalta, non ne ha bisogno! Ogni suo intervento ha sempre avuto alla base “la ragione”, giusta o sbagliata qual fosse, attraverso la quale “fare notizia”. Conosce bene il suo mestiere! Piergiorgio Odifreddi – ateo come Scalfari – è però un “matematico”, non un giornalista e la differenza è notevole. Ma veniamo al cuore dell’argomento.

Per capire come la pensa davvero Bergoglio è interessante leggere l’intervista-dialogo tra lui e il suo amico Rabbino, Skorka – vedere qui – “Il cielo e la terra”. Skorka si domanda: “La Bibbia è un libro molto laconico, e l’ebraismo ha nel Talmud la sua interpretazione ufficiale; e qui sì che appare il concetto – in forma molto enfatica – del mondo a venire. Si fa strada anche l’idea che esiste un inferno, e dell’Eden come luogo celeste. Come nasce tutto ciò? Credo che accada nel momento in cui i saggi si chiedono perché il giusto soffre: dov’è allora la giustizia di Dio?”

La risposta di Bergoglio è sostanzialmente questa: “Nei Vangeli il tema del giudizio finale è vincolato al tema dell’amore. Gesù dice: alla mia destra andranno tutti quelli che aiutarono il prossimo e alla mia sinistra tutti quelli che non lo fecero, perché ciò che ognuno di voi ha fatto, l’ha fatto a me. Per i cristiani, il prossimo è la persona di Cristo…”, evitando di chiosare, in tal senso, sul tema scottante dell’Inferno!

A sfogliare bene i Vangeli però, non troveremo affatto che “alla destra di Dio” andranno “tutti quelli che aiutarono il prossimo” e alla sua sinistra (l’inferno, coloro che l’avranno scelto) quelli che non lo fecero. Vi è del vero  che è ricapitolato nel famoso brano di Matteo 25,31-46, ma ciò che omette di dire Bergoglio è l’altro aspetto del Giudizio il quale non terrà affatto conto di certe opere di carità, se alla base c’è l’iniquità… Matteo 7,21-29.

Un giudizio, questo, espresso profeticamente già in Ezechiele che Bergoglio e la neo chiesa sembrano aver dimenticato: “se il giusto si allontana dalla sua giustizia e commette l’iniquità, io porrò un ostacolo davanti a lui ed egli morirà; poiché tu non l’avrai avvertito, morirà per il suo peccato e le opere giuste da lui compiute non saranno più ricordate; ma della morte di lui domanderò conto a te.” (cap.3,16-21), per capire poi cosa sono queste opere di iniquità, potrete leggere qui.

Papa Francesco all’inferno ci crede, il problema è “come” e in quale senso! Già nel dicembre 2017 ne aveva parlato con fare umorista, come sanno fare i gesuiti, inventando storielle per affermare qualcosa di anomalo, cliccare qui. In quel giorno Bergoglio minimizzò l’Inferno e le Anime dannate, attraverso appunto una storiella, preferendo una più simpatica versione che anteponga la speranza di un “inferno che si svuoterà”, piuttosto che riempirsi. Così come aveva affermato, in Udienza generale, che in Paradiso si sconteranno le pene rimaste insolute in terra (una vera eresia), liquidando di fatto il PURGATORIO del quale, in cinque anni, non ne ha mai parlato, cliccare qui.

0-970-papaQuale è, dunque, il problema di Bergoglio?

Egli è a disagio davanti a un Dio che “getta anime all’inferno” e che “punisce”, ed è questo che potrebbe aver espresso a Scalfari nei suoi colloqui privati. Papa Francesco non ha alcuna pietà verso i “corrotti”. Per lui, queste anime corrotte, meritano il “dissolvimento”, l’annientamento totale. Ma c’è un problema di fondo ed è questo: per Bergoglio l’iniquità e il concetto della corruzione, non sono quelli propriamente espressi nelle Scritture, ma sono solo quelle estrapolate da Matteo 25,31-46 “avevo fame e mi avete dato da mangiare… ecc..“.

Per papa Francesco i corrotti non sono quelli che “rifiutano di convertirsi a Gesù Cristo”, i quali si condanneranno da se stessi (Mc.16,16), ma sono solo coloro che non faranno opere di carità. L’ambiguità si genera nel momento in cui, ammesso il fatto che ciò corrisponde al vero, ciò che Bergoglio non predica sono gli altri parametri biblici attraverso i quali è ben spiegato che chi – operando l’iniquità – non si convertirà, andrà all’inferno con le sue gambe, così come coloro che, raggiunti dal Vangelo, rifiuteranno di convertirsi.

Insomma, secondo Bergoglio all’Inferno ci andranno solo coloro che non avranno operato le opere di carità, indipendentemente dai gravi peccati mortali ben denunciati da san Paolo: “Siete voi invece che commettete ingiustizia e rubate, e ciò ai fratelli! O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio.” (1Cor.6,8-10)

Papa Francesco “corregge” anche san Paolo: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?” (qui la fonte ufficiale). A fare i pignoli Bergoglio non ha neppure torto, se la frase non fosse stata estrapolata per fargli dire tutto e il contrario di tutto. Infatti egli sta indicando LA PERSONA che – coinvolta in un peccato grave – sta cercando il Signore con la buona volontà di uscirne fuori. Egli così non può giudicare le intenzioni della tal persona.

Il problema è però che Bergoglio ha evitato di condannare quel peccato, l’atto sodomitico di cui non si parla più, il cui termine è stato cancellato dalla neo pastorale, leggere qui. Di qui si comprende lo sdoganamento pastorale a riguardo dell’unione civile di qualunque “coppia” scoppiata! Si comprende l’atteggiamento “amorevole” di papa Francesco anche verso i trans: “…lui, che era lei, ma è luicliccare qui, affermando però, pur senza affermarlo dogmaticamente, che DIO AVREBBE SBAGLIATO nei confronti dei trans. Perché è evidente che se si da ragione ai trans nel voler cambiare sesso e non accettandosi per  come Dio li ha creati e voluti, imparando piuttosto a correggersi negli affetti disordinati e a vivere la castità, è chiaro che il Papa stesso, applaudendo a questi interventi chirurgici, sta affermando  che Dio ha sbagliato e l’uomo ha corretto, col bisturi, l’errore commesso da Dio!

Arriviamo così a due conclusioni.

La prima riguarda il “giochetto” nato tra Bergoglio e Scalfari, in una sorta di amicizia COMPLICE attraverso la quale entrambi si usano per giungere lo scopo prefissato. Uno scopo che ovviamente, noi, non conosciamo nei dettagli, ma che vi sia è limpido come il sole, quando non è offuscato dalle tenebre, qui ne abbiamo tracciato alcune linee. Inoltre, il licenziamento di Odifreddi, non può essere racchiuso esclusivamente nelle motivazioni espresse dal Direttore Calabresi, perché sono eccessive e fanno emergere, quelle motivazioni, scenari e domande ancora più inquietanti.

Infatti: se avesse ragione Odifreddi che le notizie di Scalfari fossero delle “fake news” perché Bergoglio continua ad usare l’amico ben sapendo che divulga delle false informazioni? Perché le smentite del Vaticano non parlano mai di “false informazioni”, limitandosi solo a registrare che i contenuti non sono quelli espressi dal Papa? E se avesse ragione invece Calabresi egli sta affermando che le informazioni fornite da Scalfari non sono delle “fake news”, motivando così il licenziamento di colui che per tali le ha spacciate. Tanto è vero che, repubblica, non ha ancora pubblicato la smentita del Vaticano sul suo quotidiano.

La seconda riguarda il pensiero dogmatico e dottrinale di Bergoglio il quale, senza alcun dubbio, ancorato nel Catechismo e nella dottrina cattolica, propende tuttavia verso altri lidi. Questi lidi sono quel Modernismo condannato da san Pio X nella Pascendi Dominici Gregis… e sposato, portato avanti dalla nuova teologia imbracciata sistematicamente da diversi gesuiti e loro discepoli, molti dei quali entrati trionfalmente nel governo della neo chiesa al seguito di papa Francesco, che li appoggia, li nutre e li sostiene. Per Bergoglio, la neo chiesa, dovrà adeguarsi ai tempi, vedi qui. Per lui questo non significa cambiare dottrina (??), ma che la Chiesa deve accettare i cambiamenti antropologici in atto e questo è il rahnerismo, il Modernismo puro, si legga qui, è tutto provato.

Facciamo l’esempio chiarificatore. Quando Bergoglio afferma che “l’unica VIA alla pace è il dialogo…”, afferma una mezza verità e getta ambiguità e confusione nelle Membra perché: laddove è vero che nella politica degli uomini – il dialogare, parlarsi – è fondamentale per aprire le porte alla comprensione sul da farsi per il bene della comunità civile, che lo dica un Papa quando parla nelle Udienze, allora non è più accettabile perchè Gesù non ha mai detto “io sono dialogo!!” ma dice: “IO SONO LA VIA, LA VERITA’, LA VITA…”, se un dialogo non conduce al Cristo, è falso! Ora, per Bergoglio, il nostro modo di ragionare farebbe parte di quel “rigorismo” negativo mentre, il suo rigorismo modernista sarebbe fruttuoso. Questo è l’inganno!

Papa Francesco ha un concetto Modernista dei Santi di “ieri”, della “giustizia sociale”, del devozionismo popolare… Per lui tutto deve essere “aggiornato” alla mentalità di oggi, il popolo deve ACCETTARE i cambiamenti in corso (ecco lo sdoganamento dei divorziati-risposati nella chiesa, del riconoscimento affettivo di persone dello stesso sesso, ecc..), e la Gerarchia DEVE ACCETTARE un popolo modificato dalla cultura contemporanea, antropologica, purchè rimanga DEVOTA e “cerchi il Signore”. Ciò che viene modificato è così il concetto “del peccato”, cliccare qui.

Ma ciò che era peccato ieri, è peccato anche oggi, nulla è cambiato, chi afferma il contrario entra in piena apostasia. Bergoglio sa perfettamente di aver innescato una “bomba ad orologeria” e i suoi processi, ha spiegato niente meno il laico eretico Enzo Bianchi, sono volutamente studiati per modificare la Chiesa Cattolica nella sua dottrina (anche qui, affermazioni provate, qui c’è l’audio, ma mai smentite). La sua “amicizia” con Scalfari ha come mira questo progetto di cambiamento. Le prove che portiamo, a suffragio di ciò, stanno nel fatto che papa Francesco continua a citare solo se stesso in tutti i Discorsi più importanti sulla Dottrina: venticinque anni di magistero difensivo sulla dottrina cattolica di Giovanni Paolo II, così come gli otto anni di Benedetto XVI, sono stati spazzati via in soli cinque anni di questo governo.

Una ultima prova di ciò che diciamo è data dal “pre-sinodo” sui giovani previsto in ottobre e che sta già suscitando molte domande inquietanti, cliccare qui. In tutti gli interventi finora svolti, papa Francesco non ha mai – MAI – citato un solo Discorso fatto da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI – ai giovani – specialmente negli incontri delle Gmg (Giornate mondiali della gioventù).  I contenuti di questi discorsi fatti da Bergoglio ai giovani, c’è il sociale senza alcuna dottrina, c’è sincretismo religioso, non c’è alcun riferimento ai peccati, tutta sociologia, tutta nuova antropologia… c’è “la nuova chiesa di Karl Rahner”, vedi qui.

Concludiamo con un imponente “colloquio” di Aldo Maria Valli, cliccate qui:

  • – Dicevo: illuminare la fede lungo la via della verità, ecco ciò chiediamo al pontifice nostro, servus servorum Dei. Non chiacchiere con un giornalista che non prende appunti. Solo così potremo uscir a riveder le stelle! Ha scritto?
  • – Certo, sommo.
  • – Bene. La saluto. E non dimentichi: poca favilla gran fiamma seconda!
  • – Grazie, sommo, non dimenticherò. E torni a trovarmi, quando può.
  • – Fatti non foste a viver come bruti…

omino_legge_il_libro consigliamo anche l’articolo del prof. Roberto de Mattei: Papa Francesco e il destino eterno delle anime.

 

Odifreddi viene licenziato. Sono davvero fake news?

La situazione, già degenerata da tempo, vede oggi cadere una testa illustre, quella dell’ateo Piergiorgio Odifreddi che viene licenziato da la “Repubblica.it“, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, per aver osato esprimere un parere chiaro e preoccupante a riguardo di ciò che vengono considerate le “fake news” dello stesso Scalfari nel riportare colloqui privati con papa Francesco, e riportando presunti “virgolettati” mai verificati. Noi ne abbiamo parlato qui. E consigliamo anche quest’altro editoriale del 16 gennaio 2016: Scalfari festeggia i 40 anni di “Repubblica”. E Francesco lo manda all’inferno

E mentre nella Chiesa cadono altre teste (di coloro che si oppongono alle rivoluzioni dottrinali), mentre quelle che dovrebbero cadere ricevono nuovi incarichi, vedi qui il caso Viganò, anche fra “atei” sembra che “toccare una certa politica “scorretta”, si paga. Non siamo certo i paladini difensori di Odifreddi, mai trattato nel nostro sito, ma il contenuto dell’argomento ci interessa, e molto. Odifreddi scrive un articolo molto pepato contro un certo comportamento scorretto di Scalfari,  che avrebbe così trasformato il quotidiano: “da una posizione sostanzialmente laica a una palesemente filovaticana…

Parla di “fake news” Odifreddi, ma senza scartare la possibile furbata di Bergoglio: “Non bisogna però dimenticare che Bergoglio è comunque un gesuita, che potrebbe nascondere parecchia furbizia dietro la propria apparente banalità. In fondo, un minimo di blandizia esercitato nei confronti di un ego ipertrofico gli ha procurato e gli mantiene l’aperto supporto di uno dei due maggiori quotidiani italiani…

Insomma, per aver detto che “Repubblica” si presta a certi giochetti incomprensibili a molti lettori, Odifreddi è stato licenziato. Non ne siamo affatto contenti, al contrario, noi ammiriamo il “nemico onesto”, quello capace di non pensarla come noi, ma di saper dire la verità, come quando sottolinea:  “Dopo la sua lettera a Scalfari papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per Repubblica, in un progressista rivoluzionario.. (..) oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso. Fin qui tutto bene, o quasi: in fondo, chiunque ha diritto di abiurare il proprio passato di “uomo che non credeva in Dio” e diventare “l’uomo che adorava il papa”, andando a ingrossare le nutrite fila degli atei devoti, o in ginocchio, del nostro paese…

Resta fondamentale questa affermazione di Odifreddi che noi vogliamo leggere come domanda impellente: “perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate…” (??)

Noi una risposta ce l’abbiamo: e se non fossero “fake news”, ma una vera collaborazione che l’articolo di Odifreddi rischiava di far saltare e scoprire?

Le motivazioni addotte dal Direttore Calabresi sono queste: “Il problema è che non si può collaborare con un giornale e contemporaneamente sostenere che della verità ai giornalisti non importa nulla. Che oggi serva di più pubblicare il falso del vero. Questo è inaccettabile e intollerabile…

E’ evidente che due sono le cose: se fossero “fake news”, Odifreddi ha ragione e Calabresi vuole coprire che il suo giornale pubblica notizie false; ma se ha ragione Calabresi, sta dicendo che Scalfari non pubblica il falso e Odifreddi non sa nulla di ciò che avviene tra Scalfari e Bergoglio.

Ora vi lasciamo con l’articolo integrale dello scandalo, qui l’originale, che è stato causa del licenziamento di Odifreddi… mentre qui per la Lettera di licenziamento e i saluti di Odifreddi.


 

Le “fake news” di Scalfari su papa Francesco

Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa.

Com’è ormai noto urbi et orbi, Scalfari ha ricevuto nel settembre 2013 una lettera dal nuovo papa. Fino a quel momento, per chi avesse seguito anche solo di lontano la cronaca argentina, Bergoglio era un conservatore medievale, che nel 2010 aveva scandalizzato il proprio paese con le proprie anacronistiche prese di posizione contro la proposta di legge sui matrimoni omosessuali, riuscendo nell’ardua (e meritoria) impresa di coalizzare contro di sé un fronte moderato che fece approvare in Argentina quella legge, ben più avanzata delle timidi disposizioni sulle unioni civili approvate nel 2016 in Italia.

Dopo la sua lettera a Scalfari papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per Repubblica, in un progressista rivoluzionario, che costituirebbe l’unico punto di riferimento non solo religioso, ma anche politico, degli uomini di buona volontà del mondo intero, oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso. Fin qui tutto bene, o quasi: in fondo, chiunque ha diritto di abiurare il proprio passato di “uomo che non credeva in Dio” e diventare “l’uomo che adorava il papa”, andando a ingrossare le nutrite fila degli atei devoti, o in ginocchio, del nostro paese.

Il fatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre “interviste” pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio. Addirittura, la prima intervista è stata rimossa dal sito del Vaticano, dove inizialmente era stata apposta quando si pensava fosse autentica. (Nota nostra: l’intervista è stata riportata nuovamente sul sito vaticano per volontà di Papa Francesco)

Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano sempre scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neo-eletto Francesco nell’inesistente “stanza accanto a quella con il balcone che dà su Piazza San Pietro” (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti), all’ultima novità che secondo il papa l’Inferno non esiste.

Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, “alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette”.

Ma se le fake news sono appunto opinioni riportate come fatti, o falsità riportate come verità, Scalfari le diffonde dunque sistematicamente. Il che solleva due problemi al riguardo, riguardanti il primo Bergoglio, e il secondo Repubblica.

Il primo problema è perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate. Sicuramente Bergoglio non è un intellettuale raffinato: l’operazione (fallita) di pochi giorni fa, di cercare di farlo passare ufficialmente per un gran pensatore, suona appunto come un’excusatio non petita al proposito, e non avrebbe avuto senso per il ben più attrezzato Ratzinger (il quale tra l’altro se n’è dissociato, con le note conseguenze). L’avventatezza di papa Francesco l’ha portato a circondarsi autolesionisticamente di una variopinta corte dei miracoli, dal cardinal Pell alla signora Chaouqui, e Scalfari è forse soltanto l’ennesimo errore di valutazione caratteriale da parte di un papa che non si è rivelato più adeguato del suo predecessore ai compiti amministrativi.

Non bisogna però dimenticare che Bergoglio è comunque un gesuita, che potrebbe nascondere parecchia furbizia dietro la propria apparente banalità. In fondo, un minimo di blandizia esercitato nei confronti di un ego ipertrofico gli ha procurato e gli mantiene l’aperto supporto di uno dei due maggiori quotidiani italiani, che è passato da una posizione sostanzialmente laica a una palesemente filovaticana. Se da un lato Bergoglio può ridersela sotto i baffi dell’ingenuità di uno Scalfari, che gli propone di beatificare uno sbeffeggiatore dei gesuiti come Pascal, dall’altro lato può incassare le omelie di un Alberto Melloni, che dal 2016 ha trovato in Repubblica un pulpito dal quale appoggiare le politiche papali con ben maggior raffinatezza, anche se non con minore eccesso di entusiasmo. A little goes a long way, si direbbe nel latino moderno.

Rimane il secondo problema, che è perché mai Repubblica non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza. In fondo, si tratta di un giornale che recentemente, e inusitatamente, ha preso per ben due volte in prima pagina le distanze dalle opinioni soggettive del proprio ex editore-proprietario ma che non dice una parola sulle ben più gravi e ripetute scivolate oggettive del proprio fondatore.

Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale.

Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali non interessano le verità, ma gli scoop: cioè, le notizie che facciano parlare la maggior parte degli altri giornalisti e degli altri giornali. E se una notizia falsa fa parlare più di una vera, allora serve più quella di questa. Dire che il papa crede all’esistenza dell’Inferno è ovviamente una notizia vera, ma sbattuta in prima pagina lascerebbe indifferenti la maggior parte dei giornalisti e dei giornali. Per questo Scalfari scrive, e Repubblica pubblica, che il papa non crede all’Inferno: perché altri giornalisti e altri giornali lo rimbalzino per l’intero mondo.

Il vero problema è perché mai certe cose dovrebbero leggerle i lettori. Che infatti spesso non leggono le fake news, e a volte alla fine smettono di leggere anche il giornale intero. Forse la meditazione sul perché i giornali perdono copie potrebbe anche partite da qui, nella Giornata Mondiale del Fact Checking.


 

La risposta del direttore di Repubblica, Mario Calabresi

Caro Piergiorgio,
come ci siamo scritti ieri, non posso che prendere atto con dispiacere che un percorso comune è finito.
Ciò non accade per le critiche a Scalfari, che sono lecite e fanno parte di un libero dibattito, ma per quello che hai scritto del giornale con cui collabori da anni.

Il problema è che non si può collaborare con un giornale e contemporaneamente sostenere che della verità ai giornalisti non importa nulla. Che oggi serva di più pubblicare il falso del vero.
Questo è inaccettabile e intollerabile, non solo per me ma per tutti quelli che lavorano qui. Facciamo il nostro lavoro con passione e con professionalità e la gratuità delle tue parole di ieri ci ha fatto male.
Tu sai di aver sempre goduto della massima libertà, ma l’unica libertà che non ci si può prendere è quella di insultare o deridere la comunità con cui si lavora.

Mi aspettavo tu fossi conseguente con questa presa di posizione e ora non posso che dirti buona fortuna.

Mario Calabresi


 

Dai saluti di Piergiorgio Odifreddi, con un passaggio significativo:

“Ringrazio infine i partecipanti al blog Il non-senso della vita, con i quali ho discusso a lungo gli argomenti che sono poi confluiti nei miei libri Dizionario della stupidità e La democrazia non esiste (Rizzoli, 2016 e 2018). Il fatto che l’attuale versione del blog sia la 3.0 ricorda che già in precedenza c’erano stati problemi di coabitazione, dovuti al fatto che gli intellettuali e i giornalisti svolgono funzioni diverse nella società. In particolare, come ricordava Moravia, “la funzione sociale dell’intellettuale è di essere antisociale”, il che mal si concilia con il motto finale del Trattato di Wittgenstein, che regola invece le attività sociali: “su ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere”.
E’ forse dunque una mia “colpa sociale”, l’aver sempre cercato di dire ciò che pensavo, anche quando sarebbe stato più comodo o più utile (e a volte, forse, anche più corretto o più giusto) tacere. Ma ciascuno di noi è fatto a modo suo, e io sono fatto così. Dunque, un grazie a tutti, e a risentirci magari altrove.”