Lettera di don Camillo a Papa Francesco

Qualunque prete sarebbe orgoglioso di essere indicato dal Papa come modello ma don Camillo no. Mai si sarebbe aspettato che Papa Francesco a Firenze davanti ad illustri prelati e sacerdoti lo citasse come esempio di sacerdote. A dirla tutta il reverendo parroco si è anche molto arrabbiato perché Peppone e i suoi sono venuti a canzonarlo leggendo ad alta voce sotto le finestre della canonica un articolo di Repubblica. “In don Camillo la preghiera di un buon parroco si unisce alla evidente vicinanza con la gente” leggeva solennemente Peppone mentre gli altri si sbellicavano dalle risate e il Brusco chiosava “vicinissimo, come quando si mise a sparare dal campanile!”. Così don Camillo, un po’ per ringraziare, un po’ per umiltà e per coscienza sporca mi ha consegnato una lettera per il Papa. Don Camillo mi ha anche detto di precisare agli uffici di Sua Santità di dire al Papa di non chiamarlo al telefono perché di solito risponde l’Anselma, la perpetua, che lo manderebbe sicuramente a quel paese visto che un giorno sì e l’altro pure lo Smilzo telefona fingendosi papa Francesco.

Adriano Frinchi

Santità,

ho appreso dalla stampa, anche quella comunista, delle vostre graziose parole nei miei confronti e di come Voi mi avete indicato agli eminentissimi prelati e reverendissimi presbiteri come modello di sacerdote.

tumblr_inline_nxra7aSbnE1qer9mt_500Vorrei sinceramente ringraziarVi per queste parole ma sento il dovere, dopo attento esame di coscienza, di scriverVi che non sono un modello adatto per i preti di oggi.

Santità, io sono un povero curato di campagna che ha letto pochi libri e pochissimi giornali in più il buon Dio mi ha voluto dotare di due mani larghe come badili e dello spessore di un mattone che quando va bene uso, con la tecnica dello scapaccione “radente”, sui chierichetti e quando invece va male le uso contro il sindaco del mio paesello e la sua banda di scalmanati senza Dio. Penso anche che avrete appreso da monsignor vescovo di quella faccenda, non proprio edificante, delle panche di rovere. Sua eccellenza paternamente mi ha anche chiesto perché invece di fare il prete non avessi fatto l’elefante.

Nutro poi, Santo Padre, il dubbio che i preti d’oggi mi vogliano come modello. Don Francesco, il giovane coadiutore in borghese che la Curia volle assegnarmi ai tempi del concilio, mi disse che ero fermo al 1666. Ancora oggi alle riunione del clero i pretini moderni, quando sollevano lo sguardo dai quegli infernali aggeggi informatici che hanno tra le mani , mi squadrano e mi osservano come una bestia rara. Sarà per la tonaca sarà perché sanno che la domenica me ne vado a celebrare una messa clandestina, in latino, per i cattolici nella vecchia cappella privata del mio amico Perletti dove i fedeli continuano a ricevere l’Ostia inginocchiati davanti alla balaustra e dove ho traslocato il Cristo crocefisso e la statua di sant’Antonio.

Forse non sa, Beatissimo Padre, che un altro pretino mandato dalla Suprema Autorità Ecclesiastica un giorno mi disse: “Reverendo, lei dimostra di non aver capito che la Chiesa deve aggiornarsi e deve aiutare il progresso, non ostacolarlo!”. Questa faccenda del progresso e delle riforme è troppo difficile per me. Io non posso andare più in là di Cristo e per dirla tutta, Santità, io non ho mai capito quale mai sia questa nuova strada presa dalla Chiesa. Lei ha detto, l’ho letto sull’Osservatore Romano, che la Chiesa è un “ospedale da campo”. E’ vero ma la Chiesa in quanto ospedale da campo – lo dice uno che la guerra l’ha fatta – si trova in campo di battaglia dove si combatte la guerra contro il male e il peccato. Prendete il mio caso, Santo Padre, io non ho mai approvato nessuna delle diavolerie o delle bestemmie che la federazione del partito o il Soviet Supremo mettevano nella teste bacate di Peppone e dei suoi compagni ma la porta laterale della mia chiesetta la sera rimaneva e rimane sempre aperta e così questi poveretti all’imbrunire vengono a confessare il loro peccato di scemenza e io, prontamente, gli dico qualche buona parola, impartisco l’assoluzione e regalo qualche santino.

Oggi però sento soffiare un vento di pazzia e mi pare che l’uomo stia distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. No, non ce la faccio ad entusiasmarmi come tutti i preti progressisti della nouvelle vague, non sarò mai un modello per loro. Mi creda, Santità, a volte mi sento come un transaltantico costretto tra le sponde di un esiguo lago alpestre e invece sono solo un’umilissima barchetta che rimpiange il mare tempestoso. Forse il mio peccato è proprio questo: un peccato di rimpianto.

Beatissimo Padre, sono certo vorrà perdonare queste mie righe, adesso ritorno alla mia cappella dove, se non disturba alla Curia, tornerò a celebrare messa e a parlare di Dio, dei santi, del Paradiso e dell’inferno e dove insegnerò che non basta essere brutti, stupidi e poveri per avere diritto al Regno dei Cieli ma occorre essere anche buoni e onesti. Per chi vorrà lì c’è ancora il Crocefisso all’altare maggiore e anche i ceri da accendere alla Madonna e ai santi. Sa io non sono d’accordo con quel famoso parroco sociale che hanno fatto cardinale adesso, che i vassoi coi lumini accesi sono uno spettacolo da rosticceria.

Prego Vostra Santità di voler accogliere le espressioni della mia filiale devozione e di accordare la Vostra paterna ed apostolica benedizione.

Don Camillo

Fonte: adrianofrinchi.com

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