Francesco al CorSera: Luci (poche?) e ombre (tante?)

Dal colloquio (informale ma non troppo) che papa Francesco ha avuto con Luciano Fontana e Fiorenza Sarzanini (rispettivamente direttore e vice-direttrice del Corriere della Sera) si rilevano le stesse luci — troppo poche — e ombre — troppe — che caratterizzano il suo pontificato. Le nostre risposte — a questo colloquio — sono accompagnate anche da alcuni link a cui facciamo riferimento lungo il testo.

Ormai è assodato che tra le debolezze dell’uomo Jorge Mario Bergoglio, come per tutti i gesuiti, vi sia la smisurata passione per la politica. Tale debolezza, però, per un Papa, può essere opportuna, perché è evidente che colui che siede sulla Cattedra di San Pietro deve necessariamente occuparsi anche di questioni temporali e materiali. I cattolici non sono del mondo, ma sono nel mondo.

Allora qual è il problema? Ebbene, un Romano Pontefice non deve occuparsi di politica, consentiteci il gioco di parole, in maniera politica, ma con la mentalità cristiana. Infatti, dal colloquio che papa Francesco ha avuto con Luciano Fontana e Fiorenza Sarzanini (rispettivamente direttore e vice-direttrice del Corriere della Sera) emerge chiaramente che egli ha ristabilito l’Ostpolitik vaticana (ovvero cercare sempre e comunque il compromesso con la contro parte politica), avendone citato l’inventore di tale politica, il card. Agostino Casaroli, sulla cui “scuola” si è formato il suo Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin, secondo le sue stesse parole: «Davvero un grande diplomatico, nella tradizione di Agostino Casaroli».

Non entriamo nel merito delle questioni geopolitiche che papa Francesco ha trattato in questo colloquio, non è tematica di questo sito, ma non possiamo non notare che egli ha affrontato ciò senza una visione sovrannaturale, poiché le guerre, prima ancora di essere conseguenze di arbitrarie e opportunistiche decisioni politiche, sono il frutto del peccato originale e dei peccati dell’umanità. Ciò non toglie, sia ben chiaro, che apprezziamo, in un certo qual modo, come papa Francesco sia stato il meno diplomatico possibile, dicendo finalmente alcune cose che andavano dette, specialmente nei rapporti con la Chiesa Ortodossa di Russia e al suo Patriarca.

Lo stesso Francesco, infatti, in questo colloquio col CorSera, dimostra di saperlo bene, poiché ha raccontato che «ho parlato con Kirill 40 minuti via Zoom. I primi venti con una carta in mano mi ha letto tutte le giustificazioni alla guerra. Ho ascoltato e gli ho detto: di questo non capisco nulla. Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù». Esatto. Il ministro di Dio è al servizio della Chiesa e non del potente di turno o di Stato, né tanto meno deve permettersi di usare la Chiesa per fare politica.

E soltanto pochi potranno comprendere la sottigliezza di papa Francesco nell’aver usato, verso il Patriarca, due termini specifici: Chierico e chierichetto! E cioè: nel primo richiamo “Fratello, NOI NON SIAMO chierici di Stato“… entrambi infatti sono Chierici, preti del Signore, servi del Signore… nel secondo riferimento ritorna come battuta per ricordare il concetto: il chierichetto SERVE all’Altare, serve al Vescovo, al Celebrante… e dunque un Patriarca non può essere SERVITORE di Putin ossia di un Presidente, dello Stato. Non dimentichiamo che il Papa risponde con una osservazione poco diplomatica verso Kirill al quale, avendo parlato per 20 minuti giustificando l’atto di guerra invasiva, gli risponde che non ci capisce nulla, come a dire “non mi interessa” perchè, appunto, noi “NON siamo Chierici… di Stato”, bisogna tenere a mente lo stile di Papa Francesco che in questi casi non è mai diplomatico e risponde da gesuita ossia, con quel carattere tipico che sono le “battute”… ma anche per queste sottigliezze vero è che, al Papa, manca quella visione soprannaturale attraverso la quale non ridurre tutto in battute, ma essere incisivo laddove il suo Stato gliene offre l’opportunità.

Ed ancora il papa regnante ha, seppure brevemente, voluto ribadire i suoi buoni rapporti con gli attuali vertici istituzionali italiani: il «rapporto con Mario Draghi è buono, è molto buono» e «ammiro moltissimo Sergio Mattarella». Non ci sorprende che gli piacciano i democristiani (di sinistra), avendo come modello pontificio Paolo VI, il papa che egli stesso ha voluto canonizzare in tempi record.

Ci duole moltissimo, come cattolici e come italiani, che abbia esternato nuovamente la sua stima per Giorgio Napolitano, che secondo lui «è un grande», e per Emma Bonino, «di fronte a questa donna dico, chapeau», benchè abbia sottolineato che «non condivido le sue idee».

Assolutamente no, Santità! Quest’uomo e questa donna sono stati “grandi” sì, ma nel male, nel contrastare Cristo e la sua Chiesa. E anche se nelle loro vite abbiano cercato di fare del “bene” ai “poveri”, non l’hanno fatto per Cristo, ma sempre contro Cristo. Non sono due persone da lodare, ma da rimproverare, da richiamare alla conversione e alla penitenza, proprio adesso che sono anziane, quindi si avvicina il giorno in cui saranno giudicate da quel Dio che hanno combattuto finora senza rimorso ma, soprattutto, ingannando molte persone con le loro idee perverse a favore dell’aborto, per esempio, all’eutanasia, a quella ideologia LGBT da lei stesso, santo Padre, ripetutamente condannate e perciò, come si fa a lodarne i promotori?

I veri grandi d’Italia sono i suoi Patroni: San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena.

Prima di congedare i due giornalisti, papa Francesco ha confermato che dedicherà il massimo impegno alla riforma della Chiesa, ostacolata, parole sue, da «una mentalità preconciliare che si travestiva da conciliante», per questo in «Italia forse è più difficile» che «in continenti come l’America latina e l’Africa» dove «è stato più facile».

Da rilevare che papa Francesco ha usato l’espressione “mentalità preconciliare“, non è un cosidetto lapus freudiano, perché egli, da buon gesuita, pesa sempre le parole: sapeva benissimo quello stava dicendo. Secondo lui il cambiamento della Chiesa è stato bloccato, più che dai “tradizionalisti”, proprio da quelli che, pur difendendo il Vaticano II, hanno mantenuto una “mentalità preconciliare“, frenando le riforme. Ormai l’ermeneutica della riforma nella continuità è stata definitivamente rigettata.

Per questo conclude questo colloquio mandando un messaggio alla conferenza episcopale italiana. In Italia, nonostante la “mentalità preconciliare”, «ci sono bravi preti, bravi parroci» che, perciò, nominerà vescovi «come e accaduto a Genova, a Torino, in Calabria».

Per quanto riguarda il prossimo presidente della CEI, «cerco di trovarne uno che voglia fare un bel cambiamento. Preferisco che sia un cardinale, che sia autorevole. E che abbia la possibilità di scegliere il segretario, che possa dire: voglio lavorare con questa persona». In pratica sta avvisando i vescovi italiani — e il loro prossimo presidente — che non vuole essere deluso da loro come hanno fatto l’uscente card. Bassetti e l’attuale consiglio permanente.

Concludendo, pare che papa Francesco non abbia fatto i conti con i progetti del Cielo, che ha dimostrato, come sempre, di avere tutto sotto controllo, fancendo fare proprio a lui, il più modernista e minimalista mariano dei papi, la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria.

AGGIORNAMENTO:

Bux: «La vera pace passa solo dall’annuncio del Vangelo»

Il Patriarca di Mosca, secondo Francesco, ha parlato per venti minuti elencando tutti i motivi che giustificano la guerra, e la risposta del Papa sarebbe stata un invito a non usare il linguaggio della politica ma quello di Gesù, e a non fare il «chierichetto di Putin». E la risposta del Patriarcato di Mosca ovviamente non si è lasciata attendere: in un comunicato del 4 maggio si sostiene che il Papa ha travisato le parole di Kirill: «È deplorevole che un mese e mezzo dopo la conversazione con il Patriarca Kirill, Papa Francesco abbia scelto il tono sbagliato per trasmettere il contenuto di questa conversazione. Tali dichiarazioni difficilmente contribuiranno all’instaurazione di un dialogo costruttivo tra le Chiese cattolica romana e ortodossa russa, che è particolarmente necessario in questo momento».

Parole forti, ma sono la certificazione del fallimento di un certo modo di praticare l’ecumenismo che la crisi ucraina ha fatto emergere con chiarezza. Al punto che ha dovuto prenderne atto anche Alberto Melloni, lo storico della Scuola di Bologna, punto di riferimento degli intellettuali cattolici progressisti. In un editoriale pubblicato da Repubblica ha stigmatizzato la stagione dell’apparente «successo ecumenico: un corteo rumoroso di incontri, dialoghi, accordi, burocrazie che hanno nutrito la trionfalistica illusione che la pace del mondo potesse coesistere con la divisione delle Chiese, allineate a un galateo reciproco».
«È la stagione che ha avuto come protagonista la Comunità di Sant’Egidio, ma che affonda le radici in una concezione equivoca di ecumenismo, che ha preso una strada opposta a quella indicata da Giovanni Paolo II», dice monsignor Bux.

Può spiegare esattamente cosa intende?
Ci si è illusi di poter costruire la pace e l’unità delle Chiese puntando a limare le differenze, con passerelle fatte di accordi e dichiarazioni varie, peraltro su temi presi dall’agenda dell’ONU: la pace, l’ambiente, ecc. L’indirizzo che aveva dato Giovanni Paolo II era ben diverso, puntava ad andare alle radici, dove le differenti tradizioni e culture trovano l’unità in Gesù Cristo e nel Vangelo. È in queste radici che la tradizione latina, greca e slava possono riconoscersi unite. Per questo Giovanni Paolo II, lui stesso slavo, ha subito valorizzato quel movimento di evangelizzazione che ha civilizzato il mondo slavo, valorizzando lo spirito missionario che aveva portato i fratelli Cirillo e Metodio nel IX secolo a diffondere il cristianesimo in quella che allora era conosciuta come Grande Moravia. Non a caso i santi Cirillo e Metodio, anche loro monaci, sono stati nominati da Giovanni Paolo II compatroni d’Europa insieme a San Benedetto, il cui movimento monastico nel frattempo evangelizzava l’Europa latina.

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