La “Chiesa sinodale” di papa Francesco e dei suoi compagni gesuiti

Fin dagli albori del suo pontificato, papa Francesco ha usato molto il termine “sinodalità”. Inizialmente qualcuno, anche presso la Sala Stampa, pensava che si trattasse di un lapsus e che il Papa si riferisse alla “collegialità”. È vero che qualche volta, specialmente quando parla a braccio, si lascia sfuggire qualche parola di troppo, soprattutto con i giornalisti, ma egli sa sempre quello che dice e quello che vuole far capire ai suoi diretti interlocutori, ovvero i vescovi e i sacerdoti. Quando parlava di “sinodalità” si trattava proprio di “sinodalità”. Il progetto ideale di Francesco — spiega il giornalista Andrea Gagliarducci in un articolo in inglese che abbiamo tradotto per i nostri lettori — consisterebbe nel dare al sinodo assembleare (cioè composto dai vescovi e pure dai fedeli) non soltanto una funzione consultiva per il Papa, ma persino di governo. Quindi il sinodo — aggiungiamo noi, ponendoci una doverosa domanda — diventerà uno strumento per stabilire a suon di maggioranza questioni pastorali che, per prassi, cambieranno il Depositum Fidei e la stessa Chiesa cattolica dall’interno?

Papa Francesco e la Chiesa sinodale

di Andrea Gagliarducci (2 maggio 2022)

La scorsa settimana [ultima di aprile, ndt] si è svolta a Roma la riunione dei comitati del Sinodo sulla sinodalità, convocato da papa Francesco per il 2023. È stato un incontro per stabilire un comune cammino, dialogare e cominciare a concretizzare quello che dovrebbe essere un Sinodo che darà un volto nuovo alla Chiesa. Un volto sinodale. Almeno queste sarebbero le intenzioni di papa Francesco.

In effetti, il Sinodo ha relativamente cambiato volto. Nella Praedicate Evangelium, la nuova costituzione che regola i compiti e le funzioni della Curia romana, il sinodo non è più definito Sinodo dei Vescovi ma semplicemente Sinodo.

Pertanto, si apre l’idea che un’assemblea sinodale possa essere considerata più un’assemblea di fedeli che un vero e proprio organo di governo. Un’idea in linea con un altro dei temi centrali della nuova costituzione apostolica: l’autorità non è più data dall’ordinazione episcopale ma dalla missione canonica.

Pertanto, tutti possono guidare i dipartimenti curiali e tutti possono partecipare al sinodo. Deve essere un incontro il più aperto possibile, uno scambio che permetta, soprattutto, di portare avanti idee senza mai mettere da parte nessuno.

Lo sforzo di coloro che lavorano per l’organizzazione del Sinodo è notevole. Ma, in pratica, si tratta di raccogliere contributi diversi dai cinque continenti, sintetizzarli, rimandarli alle Conferenze Episcopali, e riascoltare per verificare se la sintesi è corretta.

Papa Francesco attua così quello che doverà essere sempre uno “stato di sinodo permanente”.

Da quando papa Francesco sta guidando la Chiesa, ha convocato due sinodi straordinari, oltre a quelli che si celebrano ogni tre anni, e ha cercato di allargare le basi del Sinodo convocando riunioni pre-sinodali. Ha voluto approfondire ulteriormente la discussione avviando questa grande assemblea sinodale per due anni, che si concluderà nel 2023.

Ci sono, tuttavia, alcune domande che emergono naturalmente.

Riuscirà papa Francesco ad avere una Chiesa genuinamente sinodale e in ascolto, o le sue intenzioni si scontreranno con una realtà che ha contribuito a costruire?

La domanda non viene dal nulla.

Papa Francesco non aveva amato, nelle sue esperienze sinodali, gli interventi di Roma sui testi, gli adeguamenti richiesti, le continue revisioni. Pertanto, forse in reazione a ciò, ha fatto in modo che ogni dato, nel documento finale, fosse composto da tutti i punti (modi in latino) elaborati dal suo comitato di redazione. Prima venivano pubblicati solo i modi che raggiungevano il cosiddetto “consenso sinodale” (2/3 dei voti).

Papa Francesco ha voluto che fossero pubblicati tutti i punti e che fossero resi pubblici anche i voti a favore e contro ciascuno di essi. Il risultato è stata una polarizzazione, perciò l’opposto della comunione che si dovrebbe cercare in un sinodo.

Questa polarizzazione ha poi portato al dibattito del Sinodo straordinario per la Regione Panamazzonica.

Il Sinodo ha portato fin dalla sua nascita teorie e idee opposte. Non c’è stato alcun tentativo di sintesi, né un genuino desiderio di risolvere i problemi, ma piuttosto quello di promuovere un’agenda.

Papa Francesco è stato costretto, nelle esortazioni post-sinodali, a rimettere le cose a posto, evitando dispute come quella dei preti sposati, deludendo molti.

Sembra che il Papa utilizzi il sinodo e la discussione più come un suo laboratorio, anziché come luogo di collegialità.

Il Papa, con il sinodo, raccoglie idee, capisce in che direzione va il buon senso, e poi prende decisioni che possono essere impopolari, ma che comunque gli garantiscono di non andare troppo oltre, e di non dire nulla che possa nuocergli.

Dunque, una Chiesa sinodale fa parte di una discussione costante di cui il Papa dovrebbe beneficiare? Se così fosse, tradirebbe il vero scopo del sinodo.

Si tratterebbe piuttosto dello sviluppo di un percorso da papa-re, come in più occasioni si è comportato papa Francesco.

Inoltre c’è la questione del Sinodo sulla sinodalità, un nome che sembra una tautologia.

Tuttavia, le commissioni sinodali indicano una diversa interpretazione. Vale a dire: se la Chiesa è sinodale, allora il sinodo è la vita della Chiesa. Perciò il sinodo non può parlare di sinodalità in modo autoreferenziale; dirà invece come la Chiesa dovrà vivere e affrontare le sue sfide, e come potrà farlo coinvolgendo tutto il popolo di Dio.

Partendo da questa filosofia, si comprende perché il cardinale Mario Grech, il segretario generale del Sinodo, abbia proposto, in apertura di questo cammino sinodale, di valutare un diverso modo di redigere il documento finale, magari senza votazioni sulle modalità, rimandalo alle Chiese particolari, in attesa dei loro emendamenti, prima di pubblicarlo.

Queste proposte mirano a dirimere alcune delle questioni emerse, con l’intenzione di fare del sinodo, se non un vero e proprio organo di governo, una parte essenziale della Chiesa, nonché un raccordo tra Roma e la periferia.

Sarà sufficiente? Difficile a dirsi.

L’apertura sinodale voluta del Papa ha portato la Chiesa in Germania ad avviare un cammino sinodale che mira anche a mutare la dottrina cattolica; anche altri sinodi locali (come in Irlanda e in Australia) rischiano di mettere in pericolo l’intera struttura della Chiesa.

Papa Francesco ha, infine, aperto il vaso di Pandora, intervenendo poco, aspettando i pareri di tutti, senza sovraesporre se stesso. Conseguentemente, coloro che non capiscono la struttura della Chiesa, l’attaccano, ne evidenziano l’amnesia e gli errori, e la mettono alla pubblica gogna.

Per cui sarà necessaria tutta la diplomazia del Papa per controllare le tentazioni scismatiche e uscirsene con qualcosa di completamente cattolico.

Traduzione nostra

(Fonte: Monday Vatican)


Nostre considerazioni finali

Il prossimo 31 agosto cadrà il decimo anniversario della morte del card. Carlo Maria Martini, confratello di papa Francesco.

Non è vero che, al conclave del 2005, il “candidato” del card. Martini fosse il card. Jorge Mario Bergoglio, piuttosto lo usò come “freno” alla candidatura del card. Joseph Ratzinger, avendo l’allora Arcivescovo di Buenos Aires fama di essere un “conservatore moderato” [1].

Pur facendo parte dello stesso ordine, la Compagnia di Gesù, non si sono mai stimati troppo, ma hanno saputo usarsi a vicenda, avendo in comune lo stesso mentore: il basco Pedro Arrupe, il preposto generale che, tra gli anni 60 e 70 del XX secolo, ha rivoluzionato il glorioso ordine fondato da Sant’Ignazio di Loyola [2].

Recemente L’Osservatore Romano ha pubblicato, per volere di papa Francesco, un articolo che il card. Martini scrisse dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, in cui veniva criticato l’Occidente in quanto ancora troppo legato alle sue radici cristiane e di essere stato, con le crociate, “talebano” tanto quanto i musulmani afhgani.

L’idea del “sinodo permanente” fu lanciata proprio dallo stesso card. Martini, come ricorda, con soddisfazione, il card. Czerny, gesuita, presentandone l’Opera omnia in Vaticano.

Inoltre, il primo a dire che “Dio non è cattolico” fu sempre lui, Martini, nel suo libro Conversazioni notturne a Gerusalmme. Sul rischio della fede, pubblicato nel 2008.

Ed è curioso che, ancora in questo libro — rifiutando l’etichetta di “antipapa”, in quanto oppositore di due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI — definì se stesso come “ante-papa”, ovvero colui che prepara il prossimo papa. Ebbene, secondo Avvenire, quotidiano della CEI, il card. Martini «ha anticipato Francesco».

In conclusione, si può sostenere che questo pontificato sta cercando di portare a compimento lo “spirito del Vaticano II”, così tenacemente imposto e diffuso dai neo/post-gesuiti di Arrupe.

NOTE

1] Queste sono confidenze che lo stesso cardinal Martini fece ad Andrea Riccardi, riportate in nota nel suo libro La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo (Tempi Nuovi, 2021).

2] Per approndire suggeriamo la lettura del dossier sulla caduta dei gesuiti del sito Cooperatores-Veritatis.org

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