La Chiesa è “occupata”?

Sembra di vivere una drammatica telenovela latinoamericana, eppure è la triste realtà: la Chiesa sembra essere “preda”, in stato di occupazione, a causa di molti cambiamenti avvenuti dall’interno proprio di quella Compagnia che, però, era stata fondata per evitare tutto ciò.

Quando Sant’Ignazio di Loyola fondò la Compagnia di Gesù, dopo per altro essere stato “passato al vaglio” egli stesso dall’Inquisizione, volle che i suoi membri fossero sempre in prima fila nella diffusione e nella difesa della Fede e della Dottrina della Chiesa, senza la “distrazione” del carrierismo, per questo impose il voto di non accettare — se non per obbedienza — cariche ecclesiastiche. In pratica la Compagnia doveva essere una “squadra speciale”, sempre al servizio del Papa, mai al comando.

Invece, proprio durante il pontificato del primo papa gesuita della storia, la Chiesa si trova in pieno stato di “occupazione” dalla Compagnia di Gesù, non quella fondata dal basco Sant’Ignazio di Loyola, ma quella “aggiornata” e modernizzata dall’altro basco, Pedro Arrupe.

L’attento vaticanista Sandro Magister ha rilevato[1] che la squadra di papa Francesco è composta tutta da gesuiti.

Naturalmente non contestiamo il fatto che un papa scelga come collaboratori dei confratelli, ma Francesco ha voluto uomini funzionali al suo progetto — e della sua Compagnia — di gesuitizzazione della Chiesa. Progetto che egli ha esternato fin dall’inizio del suo pontificato con la pubblicazione dell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (24-11-2013), che possiamo definire come un vero giro di boa all’evento del Concilio, ossia: dopo gli anni del dopo-concilio guidati da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI che malgrado le tempeste, le bordate dei nemici e quant’altro, seppero tenere il timone tra i paletti dottrinali e dei “principi indiscutibili”, con questo pontificato si è come ritornati indietro nel tempo per riprendere in mano quello “spirito” del Concilio (seppur condannato dai due recenti Pontefici) per imporre il definitivo cambiamento non solo all’immagine esteriore della Chiesa, ma anche alla sua “pastorale”.

Quel documento, dicevamo, doveva essere la sintesi del sinodo del 2012 sulla nuova evangelizzazione, eppure divenne il manifesto del nuovo papa sulla gesuitizzazione della Chiesa. È altresì importante rilevare che Francesco iniziava il suo pontificato accantonando un sinodo, pur parlando fin da subito di sinodalità e di “Chiesa sinodale”.

Il modernismo condannato da San Pio X[2] si era infiltrato in tutta la Chiesa[3], ma nella Compagnia di Gesù ne divenne purtroppo il proprio pensiero[4]. Ciò lo ribadiamo spesso perché è fondamentale capire che questo pontificato non è una deviazione imprevista dal percorso di riforma nella continuità voluta dal Vaticano II — come sostengono i difensori dell’ermeneutica della continuità —, ma è il frutto più maturo e visibile dello “spirito del Concilio”[5] che trovò la sua piena applicazione nella XXXII Congregazione generale della Compagnia (1974-1975)[6].

Il passaggio di consegne tra Arrupe e Kolvenbach nel 1983.

In un libro intervista pubblicato nel 1990[7], l’allora preposto generale della Compagnia, il P. Peter Hans Kolvenbach (1928-2016), affermò che «vivere un concilio richiede conversione», aggiungendo che: «lo spirito di dialogo reintrodotto nella Chiesa dal Vaticano II» è «uno spirito che non si può soffocare».

Difese anche le cosiddette “teologie politiche” (le teologie della liberazione e del popolo) diffuse in America latina soprattutto dalla Compagnia. «Il contributo fondamentale che queste teologie — disse — danno alle comunità ecclesiali dell’America Latina sta nel sostenere la presa di coscienza della forza liberatrice del Vangelo». Inoltre rispose negativamente all’accusa di marxismo fatta — giustamente, secondo noi — ai gesuiti seguaci di quelle (pseudo)teologia. «Essi seguono l’esempio di Gesù e gli insegnamenti del Vangelo», replicò. «La verità è che nella situazione sociale molto tesa, molto ingiusta, che si ha in diversi Paesi latinoamericani, è sufficiente difendere i diritti degli oppressi, lavorare per i poveri e con i poveri, per essere considerati dei sovversivi da chi vuole mantenere i propri privilegi e il proprio potere oppressivo».

Affermazioni, quelle di Peter Hans Kolvenbach, come si può vedere, molto simili a quelle di Jorge Mario Bergoglio. Eppure P. Kolvenbach era l’uomo scelto dalla Santa Sede — nel 1983, al temine del commissariamento iniziato nel 1981 —, a rimettere a posto la Compagnia dopo il disastroso generalato di Pedro Arrupe.

Kolvenbach è anche lo stesso uomo che, nel 1992, si oppose alla nomina a vescovo del confratello Bergoglio[8], inviando alla Santa Sede una durissima relazione. Quindi dovrebbero essere l’uno l’opposto dell’altro, eppure le differenze fra loro sono di stile, non di contenuto.

Che cosa li accomuna? Prima di tutto l’appartenenza alla Compagnia, che per i gesuiti è la vera madre[9], poi il progetto di gesuitizzare la Chiesa, per renderla veramente madre.

Progetto che parte da lontano[10], ma che ha trovato nel Vaticano II il suo “cavallo di Troia”.

L’11 ottobre scorso, celebrando il sessantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, papa Francesco[11] ha voluto ribadirne l’importanza e l’irreversibilità del suo processo: «Quell’evento ci ricorda che la Chiesa, a immagine della Trinità, è comunione. Il diavolo, invece, vuole seminare la zizzania della divisione. Non cediamo alle sue lusinghe e alla tentazione della polarizzazione. Una Chiesa innamorata di Gesù non ha tempo per scontri, per veleni e polemiche». «Quante volte si è preferito essere ‘tifosi del proprio gruppo’ anziché servi di tutti; progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, ‘di destra’ o ‘di sinistra’ più che di Gesù; ergersi a ‘custodi della verità’ o a ‘solisti della novità’, anziché riconoscersi figli umili e grati della santa Madre Chiesa», ha detto il Papa, secondo il quale «sia il progressismo che si accoda al mondo, sia il tradizionalismo o ‘indietrismo’ che rimpiange un mondo passato, non sono prove d’amore, ma di infedeltà».

Sembra quasi che il Vaticano II più che un evento, sia l’evento per giudicare ogni cosa, al posto della Tradizione ossia, giudicare in negativo tutta la pastorale bimillenaria della Chiesa se non altro dall’epoca “costantiniana” pur sempre indigesta, infatti, ai nemici della Chiesa nella sua vera Tradizione… Perché il vero “magistero” di quel Concilio, al di là dei suoi documenti, è il suo stesso “evento” e lo “spirito” che lo animò.

Bisogna onestamente rinoscere, come ha dimostrato il prof. Stefano Fontana in una recente conferenza, che anche i documenti conciliari sono impregnati di quello “spirito” che fu condannato da Benedetto XVI nel famoso discorso alla curia romana del 22 dicembre 2005.

«La discussione per stabilire se i documenti del Concilio Vaticano II sono stati attuati o traditi è del tutto irrilevante. Ciò che conta sono i risultati e non si può negare che essi siano stati disastrosi per la Chiesa», ha spiegato giustamente il prof. Roberto de Mattei[12]. «Dopo sessant’anni, ci si ostina a ignorare i risultati del Concilio Vaticano II — ha aggiunto — per parlare di un Concilio ideale, che non c’è mai stato, del Concilio non come fu, ma come avrebbe dovuto essere».

Si continua a inseguire un “Concilio ideale, che non c’è mai stato” non solo dai progressisti, ma pure dai conservatori, perché entrambe quelle categorie sono cadute vittime della mentalità della modernità che considera la “Chiesa costantiniana o tridentina” vecchia e inadeguata al mondo nuovo.

Tutti vogliono una “Chiesa ideale”, a propria immagine e somiglianza, perché è più facile cambiare la Chiesa che riformare se stessi, come invece hanno fatto i santi. La santità riforma la Chiesa — santificando i suoi membri —, non i concili, né i progetti pastorali, né tanto mento la “sinodalità”[13].

E tutto ciò sta avvenendo per mezzo di quell’Ordine che era stato pensato e voluto da Sant’Ignazio proprio per evitare quello oggi stiamo vivendo. I gesuiti hanno sempre pensato di essere più furbi del diavolo — di sicuro sono più superbi… —, eppure sono stati usati da lui per i suoi piani.

No, non è una telenovela latinoamericana, ma la drammatica realtà.

NOTE

[1] La squadra di Francesco al comando della Chiesa. Tutta di gesuiti (Settimo Cielo, 31-10-2022). C’è anche un altro gesuita nella squadra di Francesco. All’Accademia per la Vita lo conoscono bene (Settimo Cielo, 04-11-2022).

[2] Enciclica Pascendi Dominici Gregis sugli errori del modernismo (8 settembre 1907).

[3] Don Orione negli anni del modernismo (Michele Busi, Roberto de Mattei, Antonio Lanza, Flavio Peloso), Jack Book, 2002.

[4] Studio sulla caduta dei Gesuiti (dossier di Cooperatores Veritatis).

[5] Lo spirito del Vaticano II. L’eresia della conciliarità (P. Serafino M. Lanzetta, Catholica Fides, 12-07-2021)

[6] I Gesuiti. Il potere e la missione della Compagnia di Gesù nel mondo in cui fede e politica si scontrano (P. Malachi Martin, Sugarco, 1988).

[7] Fedeli a Dio e all’uomo. I Gesuiti, un’avanguardia obbediente di fronte alle sfide della modernità. Intervista a P. Peter Hans Kolvenbach di Renzo Giacomelli (Edizioni Paoline, 1990).

[8] Il Papa Dittatore (Marcantonio Colonna, Kindle Direct Publishing, 2017)

[9] «La madre è la Compagnia, e ce ne basta una» (Papa Francesco, Dialogo con i gesuiti dell’America centrale, 26-01-2019, in La Civiltà Cattolica, 16-02-2019).

[10] “Bisogna riformare Roma con Roma”: quel Modernismo che governa oggi la Chiesa (Cooperatores Veritatis, 06-05-2019).

[11] 60° anniversario dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II (Papa Francesco, Omelia della Messa della memoria di San Giovanni XXIII, 11 ottobre 2022).

[12] Il Vaticano II e il fumo di Satana all’interno del tempio di Dio (Roberto de Mattei, RadioRomaLibera.org, 15-10-2022).

[13] Pope Francis, the dangers of a permanent state of synod (Andrea Gagliarducci, Monday Vatican, 24-10-2022). I pericoli di uno stato di Sinodo permanente (Andrea Gagliarducci, Korazym.org, 24-10-2022)

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