AMV: “possiamo dire che esistono già due Chiese…”

Nulla di nuovo sul fronte occidentale, recitava il titolo di un noto film, ma qui non è di un film che parliamo, purtroppo è una dura e triste realtà, seppur sarà a lieto fine dal momento che fortemente crediamo nella promessa del Cristo: “le porte degli inferi non prevarranno“; e che attendiamo con FEDE il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, promesso da Fatima.

Riportiamo così,  un passaggio della Presentazione del nuovo libro di Aldo Maria Valli perché la riteniamo un valido aiuto e sostegno al duro lavoro che da mesi anche noi ci siamo impegnati a fare: raccontare di questo Pontificato – le cronache – non per “attaccare” un Papa, ma per capire in quale direzione questa “new-chiesa” vuole andare e pretenderebbe portarci. Riteniamo queste parole di Valli, che condividiamo totalmente, utilissime per capire la grave situazione che stiamo vivendo e, perdonateci l’ardire, per confermarci che non sono solo “nostre opinioni o sensazioni”, ma che c’è in atto qualcosa di grave… di cui non rigettiamo la croce e la sofferenza, ma che non possiamo però neppure tacere e fingere che tutto va bene!

A seguire vi proponiamo anche l’intervista interessante che Alessandro Gnocchi ha fatto ad Aldo Maria Valli, davvero imperdibile.

Buona lettura.


Il caso Viganò

Il dossier che ha svelato il più grande scandalo all’interno della Chiesa

ALDO MARIA VALLI

Introduzione

Non è facile spiegare perché sto combattendo questa battaglia per la verità. Tanti sentimenti si affollano dentro di me. Faccio fatica a trovare la lucidità necessaria e capisco che ogni parola può essere equivocata o male interpretata.

Perché ho accettato di pubblicare il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò? Perché ho creduto in ciò che l’ex nunzio negli Stati Uniti mi ha detto? Perché ho ritenuto necessario farmi alleato di Viganò in un’opera di denuncia che certamente – mi è stato ben chiaro fin dal primo istante – mi avrebbe provocato tante difficoltà a tutti i livelli?

Una risposta a queste domande non può che partire dalla figura di papa Francesco e da alcune convinzioni che piano piano sono maturate in me circa questo pontificato.

Francesco è stato eletto per voltare pagina rapidamente dopo la crisi dell’ultima parte del pontificato di Benedetto XVI, segnata dalla fuga di notizie dall’appartamento, dall’arresto del maggiordomo, dalle polemiche sullo IOR, dall’impossibilità di gestire efficacemente la macchina di governo. Dal punto di vista dell’immagine l’operazione è riuscita, perché Francesco effettivamente si è imposto sulla scena con uno stile nuovo, molto apprezzato dalla cultura dominante. Ma è stato pagato un prezzo: superficialità e demagogia nell’analisi dei fenomeni e dei problemi (migrazioni, ecologia, globalizzazione, Islam); ambiguità dottrinale (Amoris laetitia); cedimenti ingiustificati nel confronto con il luteranesimo; svalutazione del magistero papale ridotto spesso (interviste a Scalfari e ad altri, conferenze stampa in aereo) a discorso generico o, peggio, a valutazione sventata; desiderio smodato di piacere al mondo. Di conseguenza, sconcerto e perplessità crescenti in tanti fedeli. Quanto alla riforma della curia, annunciata come punto qualificante del pontificato, moltissima la carne al fuoco, ma con scarsi risultati e tanta confusione.

Francesco, lo sappiamo, ha messo al centro del suo insegnamento l’idea della misericordia divina. Ritiene che per un’umanità come la nostra, largamente indifferente rispetto alla fede religiosa ma con un fondo di nostalgia per la parola di Dio, la misericordia sia la chiave che permette di aprire la porta del cuore e ripristinare un contatto tra la Chiesa e una creatura che si è allontanata. In questa visione c’è una logica: puntare di più sull’amore di Dio e meno sulle obbligazioni morali derivanti dalla fede può essere una via per riportare qualche pecorella nel recinto. Ma Francesco ha purtroppo banalizzato la misericordia divina spogliandola della dimensione del giudizio e trasformandola in misericordismo. Il Dio dei cristiani, è vero, è un padre che accoglie e non si stanca di perdonare, ma da parte del figlio occorre una presa di coscienza che conduca alla conversione. Dalla complessiva predicazione di Francesco, invece, risulta quasi che Dio abbia il dovere di perdonare a fronte di un diritto al perdono preteso dalla creatura. Ecco perché Francesco piace tanto ai laicisti e ai credenti che si riconoscono nella formula “Dio sì, Chiesa no”: li conferma nella loro scelta di fare sostanzialmente come gli pare mettendo davanti il nobile principio del “seguire la coscienza”. Ma la coscienza, come insegna il cardinale Newman e come ha ribadito Benedetto XVI, di per sé non conduce al bene. Occorre che la coscienza sia ordinata a Dio. Insomma, Francesco ha profondamente sconcertato e confuso tanti che non si sono sentiti confermati nella fede e hanno visto nell’intera operazione un pericoloso e triste cedimento di Pietro nei confronti del mondo.

Da quel che vedo e sento (per informazioni rivolgersi a tanti parroci), le persone oggi chiedono molto alla Chiesa, anzi pretendono, ma non sono disposte a mettersi in discussione. E Francesco in larga misura rafforza questo atteggiamento, per esempio ogni volta che parla genericamente della necessità di una Chiesa “in uscita”, non autoreferenziale. Ma che significa “in uscita”? Se per uscire devo rinunciare alla mia identità e devo annacquare il depositum fidei, se per uscire devo affermare che il centro della vita cristiana è la misericordia ma senza la verità e la giustizia di Dio, se per uscire devo dimenticare la questione del peccato originale, se per uscire devo trascurare tutto ciò che riguarda la contrizione e il pentimento, di certo non rendo un buon servizio né alla Chiesa né tanto meno alle anime. Arrivo a dire che la Chiesa ha il dovere di essere autoreferenziale, nel senso che deve continuamente ricercare e ritrovare il suo centro: Gesù Cristo. Non può esserci accoglienza senza una guida sicura dal punto di vista dottrinale e morale, senza una proposta chiara verso la conversione. Non può esserci pastorale senza retta dottrina. Altrimenti c’è solo genericità, ci sono soltanto parole di consolazione superficiale. La direzione spirituale comporta la necessità di esprimere giudizi chiari su ciò che è oggettivamente bene e ciò che è oggettivamente male. Comporta il dovere di dire chiaramente che cosa è peccato. Su questo punto, pur con tutta la cordialità possibile verso il mondo, i pastori non possono transigere. Appellarsi soltanto al concetto di “discernimento” è ambiguo. Discernere è sempre necessario, ma per arrivare a Dio, non per giustificare tutto e legittimare il soggettivismo imperante.

La Chiesa cattolica è drammaticamente divisa. Si può dire che lo sia da sempre, perché le divisioni, o quanto meno le incomprensioni, ci furono fin dai primi apostoli, ma adesso vediamo che il rischio dello scisma è reale. Da un lato c’è una Chiesa del misericordismo e del dialogo con il mondo a ogni costo; dall’altra c’è la Chiesa di chi vuole rendere gloria a Dio, non all’uomo. Nel Catechismo leggiamo che il primato del successore di Pietro ha lo scopo di custodire il depositum fidei giunto fino a noi attraverso la tradizione conservata e trasmessa da generazioni e generazioni, perché questo patrimonio non si disperda e possa continuare ad assicurare la salvezza. Il confronto con il mondo è necessario e doveroso, perché la Chiesa vive nel mondo, ma non può mai diventare cedimento o compromesso. Ecco perché anche lo slogan sul “costruire ponti e non muri” appare superficiale e ambiguo. Il ponte più importante è quello che unisce l’uomo a Dio (da cui pontifex). E a volte il muro occorre per difendere l’identità e la fede. Non si tratta di diventare superbi, ma di essere consapevoli del tesoro che si è chiamati a custodire e a tramandare. Oggi la grande sfida, come aveva capito Benedetto XVI, si gioca sul terreno del soggettivismo e dunque del relativismo. Sotto questo profilo possiamo dire che esistono già due Chiese: ce n’è una che, avendo fatto del dialogo con il mondo una sorta di dogma, di fatto legittima il soggettivismo interpretativo e il relativismo morale, e ce n’è un’altra che continua ad appellarsi alla legge divina. La spaccatura è netta. Il compito del successore di Francesco si annuncia di una difficoltà senza pari.

L’ambiguità dottrinale di Francesco tocca in Amoris laetitia il suo vertice. Il documento contiene di tutto. C’è l’esaltazione del matrimonio cristiano, fondato sull’indissolubilità e sull’apertura alla vita, ma c’è anche, specie a proposito dell’ammissione alla comunione dei divorziati risposati, l’idea che, di fronte ai comportamenti umani, il giudizio caso per caso sia preferibile al rispetto della legge immutabile, con il che si apre la strada al soggettivismo e al relativismo. Camminare accanto alle persone e condividerne le eventuali difficoltà è doveroso, ma la prima forma di misericordia, la più decisiva, consiste nel ribadire il contenuto della legge divina, così che la creatura possa orientarsi, riconoscere il peccato, e ritrovare la strada del vero bene. Amoris laetitia, invece, a causa dell’ambiguità, produce confusione. Tanto è vero che le interpretazioni, in un senso o nell’altro, si sprecano e il documento può essere interpretato in un modo nella diocesi A e in un altro modo nella diocesi B, il che è inammissibile. Di fatto, ogni pastore è chiamato a regolarsi in proprio, ma questa è la fine della Chiesa cattolica. Alcuni amici mi dicono che io sono troppo diffidente, perché in realtà, sostengono, la dottrina è ribadita, salvo qualche eccezione. Ma il problema sta proprio in quel “salvo qualche eccezione”. Quando si introduce questo principio, si apre uno spiraglio attraverso il quale il soggettivismo dilaga. E a nulla vale invocare il discernimento, perché, occorre ripeterlo, il discernimento ha senso solo in presenza di principi chiari, altrimenti ogni scelta è legittimata. Il che, alla fine, è proprio ciò che chiede il mondo. Ma lungo questa strada il messaggio cristiano si riduce a vago sentimentalismo, a un accompagnamento di natura emozionale che mette da parte il dialogo tra fede e ragione, elimina dall’orizzonte umano la ricerca della Verità e si limita a predicare una consolazione che possiamo trovare ovunque, senza il bisogno di rivolgersi alla Chiesa.

All’inizio di questo pontificato ho creduto molto in Francesco. Ho amato Benedetto XVI, ma pensavo che Francesco avrebbe potuto portare un clima di maggiore fiducia nella Chiesa. Mi sono aggrappato a questa speranza con tutte le forze, ma dopo Amoris laetitia ho capito che mi ero sbagliato. Francesco, purtroppo, sta conducendo la barca di Pietro sugli scogli del relativismo e del soggettivismo. E se il timoniere sbaglia la rotta, tocca a ogni battezzato richiamarlo e chiedergli di convertirsi, rispettando l’eterna legge di Dio e la retta dottrina, senza utilizzare l’alibi della pastorale e del discernimento, perché, occorre ribadirlo, una pastorale fondata su una dottrina distorta può portare soltanto frutti avvelenati e perché un discernimento che non abbia la legge divina come stella polare serve solo a giustificare il peccato.

Nel corso del tempo la mia attività di giornalista che si occupa della Chiesa, del Vaticano e del papa mi ha fatto conoscere sempre meglio, e sempre più da vicino, la corruzione morale presente, purtroppo, anche ai vertici della gerarchia ecclesiastica. Da semplice figlio della Chiesa, nato e cresciuto nel suo seno grazie a tanti bravi preti e pastori, a lungo ho preferito chiudere gli occhi e non credere agli allarmi. Ma a un certo punto non è stato più possibile. Qui si colloca il mio incontro con monsignor Carlo Maria Viganò e di qui la mia scelta di appoggiare l’arcivescovo nella sua difficile battaglia. Per giungere a una purificazione occorre un cambiamento radicale, ma il cambiamento, che deve riguardare tutti, anche la stampa, può avvenire soltanto nella verità. Provo molto dolore, ma credo che questa sia l’unica strada che ci è rimasta.

Il prezzo da pagare è alto, in tutti i sensi. Sotto il profilo professionale potevo starmene tranquillo, senza espormi. Potevo continuare a godere i privilegi di una posizione di spicco, invidiata da molti. Invece ho messo tutto in discussione. In termini umani avevo tutto da perdere, nulla da guadagnare. Allora perché l’ho fatto? Me lo sono chiesto spesso e non passa giorno senza che me lo chieda di nuovo. Alla fine credo di poter dire così: il giudizio che mi sta a cuore è quello di Dio, non quello degli uomini. E quando il buon Dio mi chiamerà a giudizio voglio potergli dire che ho fatto tutto quanto mi era possibile per salvare la fede e per il bene della Chiesa. In fondo l’unica domanda che conta è sempre la stessa: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc 18,8).

Lo strumento che ho utilizzato è stato il mio blog, che si chiama Duc in altum perché l’ho aperto nel ricordo di san Giovanni Paolo II e della sua esortazione a prendere il largo, a pensare in grande, a non aver paura, a non lasciarci irretire dalle logiche umane. Nelle pagine che seguono troverete, in ordine cronologico, gli articoli che su Duc in altum ho dedicato alla vicenda Viganò, a partire dal giorno in cui ho pubblicato il memoriale dell’arcivescovo. Uno degli articoli riguarda le circostanze e le modalità che hanno caratterizzato gli incontri con l’ex nunzio negli USA, per cui non mi dilungo qui su tali aspetti. Voglio solo ringraziare mia moglie Serena e i miei figli, che hanno partecipato in presa diretta alla vicenda e hanno sempre profondamente rispettato il mio travaglio interiore. Ringrazio inoltre Giovanni Zenone di Fede & Cultura che, con il consueto coraggio, mi dà la possibilità di raccogliere gli articoli, così da aiutare il lettore a farsi un quadro d’insieme.

La Chiesa vive una fase difficile. Per un cattolico della mia generazione (ho sessant’anni) è come muoversi in un altro mondo. Se qualcuno, solo qualche anno fa, mi avesse predetto che mi sarei trovato a combattere questa battaglia, dopo aver provato sconcerto e turbamento di fronte all’insegnamento, ai comportamenti e ai silenzi del successore di Pietro, avrei risposto: tu vaneggi. E invece eccomi qua.

Ripeto continuamente: Signore, abbi pietà di me.


 

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Il caso Viganò raccontato in un libro di Aldo Maria Valli. A colloquio con l’autore – di Alessandro Gnocchi

By  On  · 

In genere, gli editori storcono il naso quando gli si propone di pubblicare una raccolta di articoli o di saggi usciti su giornali o riviste. È pur vero che, ormai, gli editori storcono il naso quando gli si propone semplicemente di pubblicare un libro, però nel caso delle raccolte hanno spesso ragione. Non so se Giovanni Zenone, cioè Fede&Cultura, lo abbia fatto quando Aldo Maria Valli gli ha proposto di raccogliere in un volume quanto ha scritto sulle rivelazioni di monsignor Viganò circa le coperture vaticane degli scandali sessuali che hanno scosso la chiesa americana. In ogni caso, ecco fresco di stampa Il caso Viganò. Il dossier che ha svelato il più grande scandalo all’interno della Chiesa: editore Fede&Cultura, cioè Giovanni Zenone, autore Aldo Maria Valli. Non è una semplice raccolta di articoli usciti dal 26 agosto a oggi su un tema di cronaca scottante, ma è un pezzo di storia della Chiesa dal quale gli storici non possono prescindere a partire da oggi. Ma è anche il racconto scritto da un cristiano che può e deve essere letto da ogni cristiano, prima ancora che dagli storici, perché ha un pregio raro: quello di essere scritto con amore per la verità, con tutte le difficoltà che ciò comporta. Proprio di questo ho voluto parlare con Valli per raccontare che cosa sia il libro, ma, soprattutto, chi è il suo autore.

AG Partiamo dall’abc del mestiere: il controllo delle fonti. Hai già raccontato i tuoi incontri con monsignor Viganò. Ma a me piacerebbe sapere che cosa ti ha detto immediatamente il tuo istinto di giornalista e che cosa hai fatto quando ti sei trovato la notizia tra le mani.

AMV Più che di istinto di giornalista parlerei di semplice istinto umano. Per natura sono portato a dare fiducia alle persone, però credo di avere anche un certo fiuto che mi permette di riconoscere il male, la malvagità e la menzogna. Ti dirò anzi che quando avverto la presenza del male si tratta per me di una sensazione molto fisica, e allora in quei casi sai che faccio? Scappo! Proprio così: me ne vado, mi allontano da quella che avverto come la fonte del male. Potrei raccontarti alcuni episodi in proposito, ma non voglio farla lunga.

Ora, nel caso di monsignor Viganò, al contrario, ho avvertito subito in lui una carica di verità. Vedi, l’ex nunzio non ha un carattere facile, non sa essere “empatico”, come si usa dire oggi. E non ha fatto proprio nulla per ingraziarsi il sottoscritto. In lui mi hanno colpito l’evidente sofferenza e il timor di Dio, merce rara oggi, anche fra i prelati. Non ha deciso di parlare, come ha insinuato qualcuno, per vendetta, perché inacidito a causa di una mancata promozione a cardinale. Ha detto: “Sono anziano, mi avvicino alla morte; non mi interessa il giudizio degli uomini, ma quello del Padre, e quando il Padre mi chiederà che cosa ho fatto per la Chiesa voglio potergli dire che ho fatto di tutto per salvarla”.  No, in lui non ho visto un uomo risentito, ma un servitore della Chiesa addolorato, direi prostrato. E siccome anch’io, quando lui mi ha cercato, ero in condizioni simili, è come se ci fossimo riconosciuti nella comune prostrazione.

Quando poi il monsignore mi ha passato la sua prima testimonianza, ha voluto che io la leggessi subito, accanto a lui, così che gli potessi immediatamente fare domande e riferire eventuali dubbi o perplessità. Si è messo totalmente a mia disposizione, e ovviamente le domande non sono mancate. Date, nomi, circostanze. Credo di averlo sottoposto a un autentico interrogatorio, e lui nemmeno per un istante si è tirato indietro, né si è mai confuso o contraddetto. Però, onestamente, qualche volta mi ha risposto: “Questo non lo ricordo”. Inoltre, come ho già raccontato altrove, ho voluto che i nostri primi due incontri avvenissero a casa mia, alla presenza di mia moglie e dei nostri figli, perché desideravo che ci fosse un riscontro da parte delle persone che amo e che sotto molti aspetti hanno la mia stessa sensibilità, e devo dire che tutti abbiamo avuto la stessa impressione: davanti a noi c’era un uomo che parlava della sua morte, del giudizio di Dio, della vita eterna, un uomo profondamente amareggiato, ma non per se stesso, bensì per lo stato della Chiesa.

Ricordo che quando il monsignore se ne andò, dopo averlo salutato dissi a mia moglie: “Pensa che cosa deve provare adesso. Tutta la sua vita è stata dedicata alla Chiesa. Chi, come lui, è formato alla carriera diplomatica, ha un particolare attaccamento nei confronti del papa. Lo spirito di abnegazione in queste persone è totale. Ebbene, se un uomo così, con una tale formazione, ha deciso di svelare quello che sa, significa proprio che è mosso da motivi estremamente seri”.

AG Mi piacerebbe che tu tracciassi un breve un ritratto di monsignor Viganò, per far capire ai lettori perché hai deciso di dargli credito, di pubblicare il suo memoriale e continuare a sostenerlo.

AMV Qualcosa ti ho già detto. Aggiungo che il monsignore sa essere, quando occorre, un autentico amministratore e dirigente. Con un puntiglio, una cura e, direi, un senso del dovere che è (o almeno era) un tratto tipico di noi lombardi (lui è di Varese, io di Rho), Viganò prende qualsiasi impegno con una serietà straordinaria. E non è mai accomodante.

Quando fu messo alla guida del Governatorato, fece saltare tutti sulle sedie. Volle controllare ogni cosa e mise il naso dappertutto: contratti, collaborazioni, fatture. E quando si rese conto del malcostume e degli intrallazzi, passò immediatamente all’azione, senza farsi problemi di opportunità e senza temere di pestare i piedi a qualcuno. Tanto è vero che si fece un sacco di nemici. Se chiedi in Vaticano, se lo ricordano ancora: neppure uno spillo poteva essere acquistato senza che il monsignore verificasse la reale necessità di acquistarlo e mettesse a paragone le diverse offerte. Quando si accorse che lavori anche molto importanti erano assegnati ad “amici”, senza chiedere diversi preventivi, rimase allibito e cambiò le regole. Infatti, fece risparmiare al Vaticano un sacco di soldi. E negli Stati Uniti si comportò nello stesso modo, riuscendo a unire le doti dell’amministratore con quelle del diplomatico.

Mi fanno sorridere quelli che dicono: “Però in un incontro pubblico con il cardinale McCarrick non disse niente contro di lui e anzi lo salutò cordialmente”. Chi parla così non sa che cosa significhi essere nunzio, cioè rappresentante diplomatico del papa, un ruolo che implica la capacità di tenere ben distinte le proprie reazioni private e i comportamenti pubblici, specie se parliamo, come nel caso, di un gala alla presenza di centinaia di invitati.  Certo, neppure Viganò è perfetto, ci mancherebbe. Lui stesso mi ha confidato di aver commesso tanti errori. Ma credo di poter dire che è un uomo, non un ominicchio, non un mezzo uomo e non un quaraquaquà.

AG Non hai mai avuto qualche perplessità prima di pubblicare quanto sei venuto sapere?

AMV Ne ho avute due, soprattutto. La prima: ma questa denuncia servirà davvero? La seconda: è proprio necessario, da parte di Viganò, arrivare a chiedere le dimissioni del papa? La prima perplessità era, ed è, motivata dalla consapevolezza del fatto che la Chiesa nel corso dei secoli ne ha viste tante e da sempre è abituata a fare, per dire così, resistenza passiva: lasciare che la bufera passi, senza reagire. La seconda perplessità era, ed è, motivata da una domanda: poiché il papa, anche quando sbaglia, resta pur sempre il vicario di Cristo e il garante dell’unità della Chiesa, chiedere un suo passo indietro non è una forzatura? E non può dare l’impressione che ci sia un risentimento personale da parte dell’arcivescovo nei confronti del papa?

Devo dire che le due perplessità sono ancora vive in me. Però, nel caso della seconda, anche in base a quanto mi ha spiegato il monsignore, credo che lui abbia voluto la forzatura per sottolineare che la Chiesa non è del papa, ma di Cristo. In questo modo ha voluto rispondere anche a una certa “papolatria” che oggi va per la maggiore ma non ha nulla di cattolico, perché il papa è servus servorum Dei, non è il ”padrone” della Chiesa.

AG A molti che fanno il nostro mestiere è capitato di scrivere qualcosa con la consapevolezza che, dopo, niente sarebbe stato più come prima. Il momento in cui si decide di farlo è liberatorio, ma solo per un momento… Per te cosa è accaduto dopo?

AMV Guarda, io sono un timido. Ma, come sai, i timidi a volte saranno essere molto decisi. Così, una volta che, dopo aver pregato e consultato moglie e figli, ho preso la decisione di pubblicare, sono andato dritto per la mia strada e ho provato una grande serenità. Sapevo che avrei pagato di persona, in diversi modi, ma non ho più avuto tentennamenti. E così è ancora adesso, a distanza ormai di due mesi dalla pubblicazione del primo memoriale.

Qualcuno mi ha chiesto: “Sicuro di non essere stato strumentalizzato? Sicuro che tu non sia stato mosso anche dal desiderio di fare uno scoop?”. Strumentalizzato, non credo. Viganò non mi hai mai forzato e ha risposto a tutte le mie domande e perplessità. Quanto alla voglia di scoop, credo di non avere questa malattia. Sono d’accordo con quanto disse una volta Benny Lai, uno dei maestri di noi vaticanisti: “Uno scoop vaticano non è anticipare una notizia. È piuttosto dare la giusta lettura di una notizia. Oggi, in pochi sono in grado di capirlo”. Ecco, io sono contento non quando do per primo una notizia, ma quando riesco a dare al lettore le chiavi di lettura. Che è poi ciò che cerco di fare nel mio blog Duc in altum e anche su Riscossa cristiana, visto che tu sei così gentile da riprendere i miei articoli.  Credo che oggi uno dei compiti più importanti di noi vaticanisti sia fare controinformazione rispetto a una certa “narrativa” che non solo l’istituzione, ma anche la grande stampa cerca di imporre.

AG Io penso che chi scrive con coscienza debba dire tutta la verità senza peccare di omissione. Ma sono anche convinto che questa grande palude burocratica che è diventata la Chiesa cattolica sia in grado di fagocitare tutto. Secondo te è possibile invece innescare un meccanismo che dia qualche speranza?

AMV Sinceramente non lo so. Ci sono giornate in cui nutro qualche speranza e altre in cui, invece, mi sembra che la palude sia in grado inghiottire e ricoprire tutto sotto acque nere e impenetrabili. Un grande incoraggiamento mi arriva però dai lettori, che mi ringraziano e mi chiedono di andare avanti. Loro, insieme alla fede, sono il mio vero propellente. Certo, mi arrivano anche tanti insulti, spesso terribili, ma mi sono reso conto che mi attacca non ha mai argomenti: non fa che appiccicare etichette (“tradizionalista”, “ultratradizionalista”, “traditore”) senza mai sviluppare un ragionamento degno di questo nome.

AG Che idea ti sei fatto sull’origine di quanto è accaduto?

AMV L’origine sta decisamente in una mancanza di fede. «Ho visto Dio in un uomo» disse un pellegrino dopo aver conosciuto il Curato d’Ars. Ecco: diciamo che oggi vedere Dio in un uomo di Chiesa non è proprio così scontato. «Chiunque vuol essere amico di questo mondo, si fa nemico di Dio» (Gc 4,4) leggiamo nelle Scritture. Invece vediamo tanti pastori che vogliono essere amici di questo mondo. Cito ancora il santo Curato d’Ars: “Quando ci si lascia guidare da Dio, facendo ciò che Lui vuole, non ci si può sbagliare… L’occhio del cristiano che fa la volontà di Dio vede fino al fondo dell’eternità”. Ebbene, noi oggi abbiamo pastori che parlano come sociologi, economisti, psicologi, ma raramente parlano di Dio e dell’eternità. Tutti i problemi, fino ad arrivare agli estremi degli abusi, nascono da questa drammatica mancanza di fede.

AG Secondo te, da cosa si dovrebbe partire per porre rimedio a questa situazione? 

AMV Prima di tutto bisognerebbe decidersi a guardare in faccia la realtà, per quanto spaventosa. Tre gli elementi ormai chiari e che andrebbero presi in considerazione: a) il marciume e la corruzione morale non sono episodici, ma sistematici e diffusi; b) la lobby gay gioca in tutto ciò un ruolo decisivo; c) il silenzio di tanti “buoni” che non parlano per “il bene della Chiesa” in realtà contribuisce a lasciare che i cattivi continuino ad agire indisturbati. Sulla base di questa consapevolezza, bisognerebbe incominciare a ricostruire partendo dalla figura del prete e dalla centralità dell’Eucaristia. Occorre sfrondare tutto il resto. E i pastori dovrebbero tornare a essere tali. Dovrebbero tornare a essere uomini di Dio, il che implica che abbiano il sacro timor di Dio. Proprio quello che vedo in Viganò e in pochissimi altri.

AG La strategia e l’atteggiamento della curia romana davanti a una bomba come quella sganciata da monsignor Viganò sono quelli che ti aspettavi?

AMV Purtroppo sì, e dico purtroppo perché è un atteggiamento, secondo me, sbagliato. Salvo rare eccezioni, non vedo una reazione sincera e soprattutto non avverto una reale volontà di conversione spirituale. Si parla di “piani d’azione”, di “commissioni”, di “protocolli”, ma non si va alla radice: la fede in Dio, l’intimità con Lui, il rigetto del peccato. Il papa stesso, individuando la radice del male nel “clericalismo”, non aiuta a fronteggiare il problema, perché fa riferimento a un’astrazione. È un po’ come quando, di fronte a tutto ciò che non va nel mondo, diciamo che la colpa è della società. Non significa nulla.  E poi c’è questa insopportabile cappa di silenzio, di copertura. Non si è capito che nell’era della comunicazione questa strategia non paga. Si parla tanto di trasparenza, ma non si agisce di conseguenza. L’ideologia della segretezza e del sotterfugio è non è più applicabile. Anzi, indebolisce la Chiesa perché ne mina la credibilità.

AG Quali sono il fatto e la considerazione che ti fanno più paura in questa vicenda? E quali sono, invece, quelli che ti consolano di più?

AMV Non posso dire di provare paura, perché sono certo che il Signore, se ci manda una prova, lo fa per il nostro bene, per la salute della nostra anima. Mi preoccupano però il silenzio dei pastori, la loro ambiguità, la mancanza di chiarezza, la confusione sempre più diffusa nella Chiesa e le divisioni profonde tra fratelli nella fede. Mi preoccupa il fatto che da un po’ di tempo mi accorgo di non riuscire più a fidarmi, nemmeno del supremo pastore. Ne ho viste e ne ho sentite talmente tante, e mi arrivano tante e tali notizie, che ormai la cultura del sospetto si è insinuata in me, e questo non mi piace. È come se una certa innocenza fosse andata perduta per sempre. La consolazione arriva dalla preghiera e dall’amicizia di moltissime persone che mi esprimono vicinanza e affetto, e mi chiedono di andare avanti. Nonostante le deviazioni e le infedeltà dei pastori, il popolo di Dio conserva la fede in modi davvero sorprendenti.

AG Tu non sei critico solo da ora nei confronti di questo pontificato. Se guardi alla tua storia, il tuo rapporto con la fede e con la Chiesa, che cosa ti insegna questa vicenda?

AMV Mi accorgo che ora, rispetto a un tempo, anche solo a pochi anni fa, guardo di più all’essenziale e lascio perdere tutto il contorno. L’essenziale è la Parola di Dio, è il rapporto con Gesù, è la fede. Mi lascio condizionare molto meno dalle questioni di opportunità e dal rispetto umano. Penso molto di più al giudizio di Dio e alla vita eterna. È per questi motivi che, pur con tutti i miei limiti, avverto sempre di più il bisogno di sottoporre a verifica ciò che arriva dal magistero, per vedere se e in quale misura mi conferma nella fede.

La svolta, per quanto mi riguarda, c’è stata dopo Amoris laetitia. Avevo già alcune perplessità, ma quel documento le ha portate allo scoperto. Quando ho capito che lì c’è il tentativo di introdurre il soggettivismo nel pensiero della Chiesa e di codificarlo, ho avvertito l’esigenza di intervenire. Perché a quel punto in gioco non c’è più soltanto una valutazione umana, ma c’è la stessa legge divina. Lì c’è il tentativo di mettere l’uomo al posto di Dio. Il fatto poi che in Amoris laetitia questo tentativo avvenga in modo surrettizio, attraverso l’uso subdolo di qualche nota a piè di pagina, mi ha messo ancora di più in allarme. Vi ho visto una malizia (Amoris furbitia è stata ribattezzata l’esortazione apostolica) che non appartiene, non può appartenere alla nostra madre Chiesa.

Più in generale, vedo un grave pericolo in questo misericordismo dilagante, che sgancia la pastorale dalla dottrina, mette in ombra la questione del giudizio divino e riduce la fede a fattore sentimentale, a strumento per il benessere psicofisico e non per la salvezza dell’anima. Vedo che si sta arrivando alla teorizzazione di un presunto dovere di Dio al perdono a fronte di un presunto diritto della creatura a essere perdonata. Non si parla più della conversione e del timor di Dio. Lo stesso concetto di peccato viene opacizzato a causa di un relativismo sempre più evidente. Tutto ciò non può lasciarmi indifferente.

AG Che cosa può fare oggi un giornalista che vuole bene alla Chiesa?

AMV Dare le notizie! E, credimi, non è una battuta. Troppo spesso noi giornalisti non facciamo più il nostro mestiere. E nella vicenda di monsignor Carlo Maria Viganò me ne sono accorto ancora di più. Spesso il problema non è la censura o il condizionamento che arriva da fuori, ma l’autocensura. Inoltre, occorre sempre proporre, accanto alle notizie, chiavi di lettura, così che il lettore possa orientarsi. Come dicevo prima, in gran parte è un lavoro di controinformazione rispetto a una visione che viene imposta tenacemente dalla grande stampa. Il che implica tanto studio e la disponibilità di fonti molteplici, anche a livello internazionale, perché noi in Italia, avendo il Vaticano in casa, siamo portati a essere molto “papisti”. Infine, occorre argomentare e non cadere mai nella trappola della contrapposizione frontale tra “partiti”, contrapposizione che si nutre di insulti e, a poco a poco, ci rende incapaci di sviluppare veri ragionamenti.

 

11 pensieri riguardo “AMV: “possiamo dire che esistono già due Chiese…”

  1. Avete mai notato come molte sante persone o comunque uomini e donne di retta e divinamente inspirata coscienza, ci abbiano lasciato negli ultimi anni? Padre Amorth, padre Gruner (esperto di Fatima, grande accusatore di papa Francesco), molti esorcisti e pie figure pare abbiano lasciato questo mondo negli ultimi 5 anni. Son sicura stiano lottando dall’alto con noi questa battaglia, ma di fatto siamo stati lasciati soli, almeno fisicamente!! Chi non vede e riconosce i segni di questi tempi si trovera’ a non riconoscere e a servire l’anticristo, che potrebbe venire mentre noi siamo ancora in vita. Lo adoreranno, ben preparati ad accettare tutto da questa falsa/parallela chiesa.

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  2. La falsa chiesa e’ ben insediata a Roma ed e’ costituita anche dai clerici in tutto il mondo che rinnegano la tradizione, ossia la Parola rivelata. La vera chiesa e’ costituita da entrambi consacrati e laici che non accetteranno mai di tradire Cristo.

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  3. non esistono due chiese,esiste la Chiesa di Cristo fondata sul Sangue della Crocifissione e resa invincibile con la Grazia della Redenzione,UNICA,CATTOLICA ,APOSTOLICA ,ROMANA.SI,invincibile,perchè è vero che il demonio è potente ma Dio ,solo Dio è Onnipotente.Se ne facciano una ragione tutti quei principi e presbiteri della Chiesa di Cristo che insieme al loro capo hanno tradito intenzionalmente Cristo.In nome del libero arbitrio Cristo non li trattiene,non si vuole amato per forza.Ma ,grazie al Cielo, non sono tutti.Un terzo delle “stelle del cielo”si sta lasciando trascinare nel fango dal drago,si salverà un “piccolo resto”.La Vergine SS ci aiuti a far parte di questo “piccolo resto”.

    __________________________________________

    RISPONDIAMO QUI

    Gentile Giulia, non faccia dire ad altri ciò che non dicono 😉
    Il concetto di “due” chiese è evidente che è un aspetto METAFORICO anche dalla Visione stessa della beata Emmerich, lei stessa ha difficoltà a spiegare cosa “VIDE”…
    Nel 2010 è Benedetto XVI a denunciare in un Discorso ufficiale il pericolo DELL’IMPORSI di un DOPPIO MAGISTERO, lo chiama il “magistero PARALLELO”, contro appunto il vero Magistero dottrinale della Chiesa, comprende?
    E’ evidente che si sta segnalando non la “fondazione” di una chiesa, ma che NELLA Chiesa vera ed unica di Cristo, attualmente vige una chiesa che non è quella vera e che sta seminando L’ERRORE…
    Del resto, se non accettassimo la verità di questo tempo cupo e difficile, nel quale sembra tutto naufragare, a cosa servirebbero le due promesse? Una è quella del Cristo che le porte degli inferi non prevarranno, l’altra è del trionfo del Cuore Immacolato di Maria: da che cosa dovrebbero PROTEGGERCI queste promesse se non vi fosse in atto un tentativo di far fuori la VERA CHIESA? 😉

    E’ questa la chiave di lettura… non dell’affermazione “non esistono due chiese”…. questo lo sappiamo tutti e lo sa anche Valli che sta soffrendo per le confessioni che ha ritenuto dover fare…

    Cordiali saluti, la Redazione

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  4. Rispondendo a Claudio Gazzoli, direi che l’altra Chiesa la stava costruendo Don A. Minutella, l’unico (che io sappia) che è passato dalla critica astratta ad una reale e concreta alternativa, e cioè, da sterili e inconcludenti denunce a conseguenti fatti concreti, che lo hanno portato a dichiarare che, avendo l’attuale pontefice Bergoglio (il nome di Francesco, è stato un atto di astuta “usurpazione”), tradito e disperso il “depositum fidei” tramandato dagli apostoli e consolidata dalla tradizione, non aveva piu alcun titolo di rappresentare la Chiesa, per cui essendosi volontariamente escluso dalla comunione ecclesiale, doveva ritenersi decaduto dalle sue funzioni istituzionali e conseguentemente essere reintegrato, il papa emerito Benedetto XVI (in attesa della convocazione di un nuovo conclave).
    Ma avendo nessuno dei numerosi ed autorevoli critici dell’attuale deriva morale e dottrinale bergogliana, ritenuto utile e opportuno manifestargli la propria adesione, ne una cristiana solidarietà (AMV e Gnocchi compresi) si è trovato – suo malgrado – nelle condizioni di desistere dal suo lodevole tentativo e di limitarsi a coltivare questo suo sogno di rinnovamento di fede in Gesù Cristo – come nostro Signore e figlio di Dio – nella sua ristretta cerchia privata.

    Così ci ritroviamo daccapo a leccarci le ferite, senza che nessuno osi pianificare quella salvifica alternativa, che ci potrebbe risparmiare dall’inevitabile sfascio di questo mondaiolo “barcone” bergogliano di festanti orfani apolidi
    senza radici e senza patria “celeste”, sugli scogli delle “sirene” del mondo.

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  5. La Chiesa, possiamo dire, dopo il Concilio Vaticano II, ha intrapreso un cammino di dialogo con il mondo, con le culture non cristiane, con le religioni che, se da un lato, ha inaugurato un clima di rinnovamento, dall’altro, ha aperto molte fessure in termini di perdita di identità, ma soprattutto di credibilità in relazione alla trasmissione della Fede.
    Questo nuovo processo, che con il pontificato di Francesco ha visto una progressiva e rapida accelerazione,non sappiamo dove porterà. Certamente, al momento, riscontriamo serie problematiche : la presenza di due papi, l’imporsi di un doppio magistero, il cedimento della dottrina, il compromesso con il mondo, ecc.
    Naturalmente, non possiamo negare l’esistenza di una evidente spaccatura nella chiesa, e vorrei dire, nel concetto stesso di Chiesa!
    Per molti, infatti la Chiesa non dovrebbe giudicare i comportamenti o le scelte morali delle persone. Oggi, per molti cattolici, la Chiesa dovrebbe accogliere tutti e non proporre la Verità così come la Dottrina ci insegna da secoli.
    Questo è falso! E’ lo stravolgimento della Chiesa,che è Madre e Maestra!
    Ecco perché noi cattolici, fedeli al Magistero di sempre, non possiamo accettare questa nuova proposta che spalanca le porte al modernismo, al relativismo dottrinale e morale, alla perdita della Fede.

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  6. Conferenza:
    “CONTINUITÀ O ROTTURA NELLA MISSIONE DELLA CHIESA? UN BILANCIO QUINQUENNALE DEL PONTIFICATO DI PAPA FRANCESCO”

    LUNEDÌ 26/11/18 – ore 18.00 – nell’Auditorium AGORÀ, Via Valpetrosa 3, Milano (a 100 m dalla metropolitana M1, fermata Duomo).

    Interverranno:
    Prof. Massimo DE LEONARDIS, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano;

    Prof. Tommaso SCANDROGLIO, Università Europea di Roma;

    José Antonio URETA, scrittore e saggista.

    Moderatore: Federico CATANI, direttore SOS Ragazzi.

    Nel corso dell’incontro sarà presentato il libro di José Antonio Ureta “Il cambio di paradigma di papa Francesco. Continuità o rottura con la missione della Chiesa?”, Istituto Plinio Correira de Oliviero, Roma 2018, pp 233.

    Gradita conferma telefonica al n° 348.381.2471 oppure via email all’indirizzo: info@atfp.it .
    Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, Via Nizza 110, 00198 Roma

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    1. grazie per la segnalazione, ma non mi interessano i convegni dove, in modo raffinato, si dibatte se quando, di giorno, il tempo è buono, il cielo è azzurro o no. Preferisco il buon senso semplice di un muratore che, l’altro ieri, mi diceva: “ma che cosa sta succedendo, questa non è più la Chiesa in cui sono cresciuto!…”

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      1. Contento lei.
        I convegni tenuti da persone formate e informate, rette di intelletto e di spirito, e animate da amore e da coraggio per combattere i lupi che vogliono sfigurare la Chiesa di NSGC, servono anche per dare risposte ai muratori cercatori di Verità.
        Cordialmente.

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