Rigidità e ipocrisia. Perché continuare con questo refrain?

Breve commento di un nostro lettore all’omelia del mattino di papa Francesco del 24 ottobre 2016. Riportiamo in basso sia il resoconto di Radio Vaticana che quello de L’Osservatore Romano, in più il filmato del CTV.

Santità, perché continuare con questo refrain? Perché ogni volta che parla di chi osa difendere la “legge” lo associa alla “rigidità” e alla “ipocrisia”? Tutti siamo consapevoli di essere peccatori, ma cosa significa rigidità? Significa ritenersi degli impeccabili, oppure significa avere la consapevolezza che, malgrado le nostre incoerenze e le nostre debolezze, la legge mantiene la propria validità e la propria necessità, tanto più in un contesto che cerca il più possible di prescindere da ogni tipo di legge e in particolare dalla legge morale e che indebolisce fortemente il senso del peccato?

Ipocrita sarebbe ritenersi impeccabili — e nessuno di noi lo è –, rigido è colui che non ammette la possibilità di infrangere la legge: ma qui si contesta non l’infrazione della legge quanto il minimizzarla e il renderla opzionabile e con tale opzionabilità cancellare sia la sua necessità, sia il senso del peccato, che verrebbe comunque perdonato da Dio.

Qui non si tratta di giudicare persone, ma di principi che devono essere mantenuti, non per caricare di pesi inutili le altre persone — dato che valgono anche per noi e pesano anche a noi), né per giudicarle — perché sappiamo che in tal modo giudichiamo anche noi stessi — ma perché è la realtà delle cose e la verità della religione cattolica, la Volontà di Dio.

A che pro insistere nell’apparire come il “buono” e il “misericordioso” contro coloro che si rifanno semplicemente a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato impegnando in tal modo la sua stessa autorità ricevuta da Cristo? (P.M.)


ossrom135087_articoloNel Vangelo del giorno, Gesù guarisce una donna di sabato provocando lo sdegno del capo della Sinagoga perché – dice – è stata violata la Legge del Signore. “Non è facile – commenta il Papa – camminare nella Legge del Signore”, è “una grazia che dobbiamo chiedere”. Gesù lo accusa di essere ipocrita, una parola che “ripete tante volte ai rigidi, a quelli che hanno un atteggiamento di rigidità nel compiere la legge”, che non hanno la libertà dei figli, “sono schiavi della Legge”. Invece, “la Legge – osserva – non è stata fatta per farci schiavi, ma per farci liberi, per farci figli”. “Dietro la rigidità c’è un’altra cosa, sempre! E per questo Gesù dice: ipocriti!”: “Dietro la rigidità c’è qualcosa di nascosto nella vita di una persona. La rigidità non è un dono di Dio. La mitezza, sì; la bontà, sì; la benevolenza, sì; il perdono, sì. Ma la rigidità no! Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, in tanti casi una doppia vita; ma c’è anche qualcosa di malattia. Quanto soffrono i rigidi: quando sono sinceri e si accorgono di questo, soffrono! Perché non riescono ad avere la libertà dei figli di Dio; non sanno come si cammina nella Legge del Signore e non sono beati. E soffrono tanto! Sembrano buoni, perché seguono la Legge; ma dietro c’è qualcosa che non li fa buoni: o sono cattivi, ipocriti o sono malati. Soffrono!”. Papa Francesco ricorda la parabola del figlio prodigo, in cui il figlio maggiore, che si era comportato sempre bene, s’indigna col padre perché riaccoglie con gioia il figlio minore dissoluto, ma tornato a casa pentito. Questo atteggiamento – spiega il Papa – fa vedere cosa c’è dietro una certa bontà: “la superbia di credersi giusto”: “Dietro questo far bene, c’è superbia. Quello sapeva che aveva un padre e nel momento più buio della sua vita è andato dal padre; questo soltanto del padre capiva che era il padrone, ma mai lo aveva sentito come padre. Era un rigido: camminava nella Legge con rigidità. L’altro ha lasciato la Legge da parte, se ne è andato senza la Legge, contro la Legge, ma ad un certo punto ha pensato al padre ed è tornato. E ha avuto il perdono. Non è facile camminare nella Legge del Signore senza cadere nella rigidità”. Il Papa conclude l’omelia con questa preghiera: “Preghiamo il Signore, preghiamo per i nostri fratelli e le nostre sorelle che credono che camminare nella Legge del Signore è diventare rigidi. Che il Signore faccia sentire loro che Lui è Padre e che a Lui piace la misericordia, la tenerezza, la bontà, la mitezza, l’umiltà. E a tutti ci insegni a camminare nella Legge del Signore con questi atteggiamenti” (Radio Vaticana).


La rigidità dell’ipocrita non ha nulla a che vedere con la legge del Signore, ma ha a che fare con «qualcosa di nascosto, una doppia vita» che rende schiavi e fa dimenticare che stare dalla parte di Dio significa vivere «la libertà, la mitezza, la bontà, il perdono». Sono proprio questi gli atteggiamenti del cristiano — che non deve far finta di essere buono per mascherare «la malattia» della rigidità — indicati da Papa Francesco nella messa celebrata lunedì mattina, 24 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta. «Abbiamo pregato nel salmo responsoriale e ripetuto la preghiera “beato chi cammina nella legge del Signore”» ha subito evidenziato il Pontefice. E «dicendo questo — ha proseguito — abbiamo chiesto la grazia di camminare nella legge del Signore, perché non è facile, non è facile camminare nella legge del Signore». Proprio «il passo del Vangelo di oggi — ha spiegato il Papa in riferimento al brano di Luca (13, 10-17) — ci insegna questa difficoltà di camminare nella legge del Signore e ci segnala che è una grazia che dobbiamo chiedere: camminare nella legge del Signore». Francesco ha indicato «in questo passo del Vangelo due parole forti sulla donna: “liberata” e “prigioniera”». Luca scrive infatti che «il diavolo l’aveva imprigionata con la malattia per ben diciotto anni e Gesù la libera». Ma lo lo fa «il sabato e la legge dice chiaramente che il sabato non si lavora». Quella era «la legge antica», ha affermato il Papa, mentre «la legge nuova ci dice di non lavorare la domenica». La guarigione operata da Gesù suscita lo sdegno del capo della Sinagoga che, ha proseguito Francesco, «sente il dovere di rimproverare la donna e dice: “venite a far guarire gli altri giorni ma non il sabato che non si può lavorare!”». A queste parole però «Gesù risponde con forza: “Tu sei un ipocrita! Ad esempio, cosa fai con il tuo bue, con il tuo asino? Lo sleghi per dargli da bere, da mangiare? E a questa no?”». «La parola “ipocrita” — ha fatto presente il Pontefice — Gesù la ripete tante volte ai rigidi, a quelli che hanno un atteggiamento di rigidità nel compiere la legge, che non hanno la libertà del figlio: sentono che la legge si deve fare così e sono schiavi della legge». Ma «la legge non è stata fatta per farci schiavi, ma per farci liberi, per farci figli», ha spiegato Francesco. E san Paolo «ha predicato tanto su questo; e Gesù, con poche prediche, ma tanti fatti, ci ha fatto capire questa realtà». «Ipocriti», ha ricordato il Papa, è una parola che «tante volte Gesù ripete alla gente rigida, perché dietro la rigidità c’è un’altra cosa, sempre». Per questa ragione «Gesù dice “ipocriti!”: dietro la rigidità c’è qualcosa di nascosto nella vita di una persona». Infatti «la rigidità non è un dono di Dio; la mitezza sì; la bontà sì; la benevolenza sì; il perdono sì; ma la rigidità no!». Dunque, ha detto Francesco, «dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, in tanti casi una doppia vita». Ma «c’è anche qualcosa di malattia: quanto soffrono i rigidi e quando sono sinceri, e si accorgono di questo, soffrono perché non riescono ad avere la libertà dei figli di Dio; non sanno come si cammina nella legge del Signore e non sono beati. E soffrono tanto». Così se anche «sembrano buoni, perché seguono la legge, dietro c’è qualcosa che non li fa buoni: o sono cattivi, ipocriti o sono malati». Comunque «soffrono». Per rendere ancora più chiaro il suo ragionamento, il Papa ha riproposto la storia dei «due figli della parabola del figlio prodigo» raccontata sempre da Luca nel suo Vangelo (15, 11-32). «Il figlio maggiore era buono», tanto che «tutti i vicini, tutti gli amici del padre» dicevano: «Che buono questo figlio, fa sempre quello che il padre dice!». Ma poi nei loro commenti aggiungevano: «Povero padre con il secondo figlio che è stata una calamità, se ne è andato con i soldi e porta una vita sporca, una vita da peccatore!». Alla fine, però, la storia «si rovescia e quel peccatore, che se ne è andato, si accorge di aver fatto male e torna e chiede perdono e il padre fa festa». Il figlio «buono», invece, «è lì e fa vedere cosa c’è dietro alla propria bontà». Ossia, «la superbia di credersi giusto: “A questo tu gli fai festa, che è un tale e quale, e a me, che sono tanto buono, che ti ho servito sempre, non mi fai festa?”». Ecco, ha spiegato Francesco, l’atteggiamento dell’«ipocrita: dietro il fare il bene, c’è superbia». Il figlio prodigo, da parte sua, «sapeva che aveva un padre e nel momento più buio della sua vita è andato dal padre». Il figlio maggiore, invece, «del padre capiva soltanto che era il padrone, ma mai lo aveva sentito come padre: era un rigido, camminava nella legge con rigidità». Ancora: il figlio prodigo «ha lasciato la legge da parte, se ne è andato senza la legge, contro la legge, ma a un certo punto ha pensato al padre ed è tornato e ha avuto il perdono». «Non è facile camminare nella legge del Signore senza cadere nella rigidità — ha detto il Pontefice — ma i rigidi, come ho detto, soffrono tanto». A tal punto che anche il capo della Sinagoga, di cui parla Luca nel Vangelo, «alla fine si è vergognato perché Gesù lo ha fatto ragionare» dicendogli: «Ma questo non lo fai tu con il tuo asino?». Invece la folla intera, si legge ancora nel brano evangelico, esultava per tutte le meraviglie compiute da Gesù. In conclusione, il Pontefice ha invitato a pregare «per i nostri fratelli e le nostre sorelle che credono che camminare nella legge del Signore è diventare rigidi: il Signore faccia sentire loro che lui è padre e che a lui piace la misericordia, la tenerezza, la bontà, la mitezza, l’umiltà». E «a tutti ci insegni a camminare nella legge del Signore con questi atteggiamenti». (L’Osservatore Romano)


Un pensiero riguardo “Rigidità e ipocrisia. Perché continuare con questo refrain?

  1. Temo molto che ormai queste parole del papa siano percepite dalla maggioranza dei credenti come parole in libertà, sganciate da una riflessione non superficiale della Parola (questo anche alla luce di come egli opera in rimozioni, trasferimenti, punizioni di suoi sottoposti o commissariamenti di inermi ordini religiosi. Chiedo: in questo operare – con il bastone e senza carota – prevale la misericordia o cos’altro? E, già che si parla, oltre che di ‘rigidità’ vogliamo parlare anche di un minimo di ‘coerenza’?).

    Comunque, nell’accezione che papa Bergoglio ha della parola ‘rigidità’, occorre essere conseguenti fino in fondo e dedurre che sono rigidi:

    – l’agente di Polizia locale che si attiene al Codice stradale nel valutare infrazioni stradali;
    – il farmacista che si attiene al prontuario farmaceutico nel dosaggio dei principi attivi nella preparazione di farmaci anziché ai maneggi da ‘apprendista stregone’;
    – il medico che non si abbandona alla fantasia per le sue diagnosi ma si rifà all’arte e alla scienza medica;
    – il chirurgo ospedaliero che, nei suoi interventi su pazienti, si attiene ai protocolli stabiliti e non si dà alla creatività chirurgica per esplorare ‘nuove frontiere’ sperando (hai visto mai?) di vincere il Nobel per la Medicina;
    – e una marea di altre figure – professionali e non – che si attengono nella loro vita alla verità e ad esperienze consolidate – proprie e altrui – invece di lasciarsi andare a fantasticherie da figli dei fiori e da fricchettoni; che saranno, queste ultime, magari anche divertenti ma che, a furia di extravagare, portano a qualcosa che assomiglia all’ecolalia. Dopodiché, domandiamoci…

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