Papa Francesco corregge Gesù: vuole cambiare il Pater Noster!

Che cosa è, oggi, tutta questa smania di nuovo e di cambiamento se non quel monito paolino: “stanchi di udire la solita dottrina” (2Tim.4,1-5), attraverso la quale si vuole dare una “nuova” immagine di Dio e della Chiesa?

Dal latino della prima Vulgata di san Girolamo: “…et ne nos indúcas in tentatiónem…” e non ci indurre in tentazione, il primo a storcere il naso su questa traduzione fu Martin Lutero, sì, proprio lui che ovviamente lasciò ai suoi discepoli e alla “sua chiesa”, l’opportunità di ritradurre il finale con: “E non esporci alla tentazione, ma liberaci dal maligno, perché tuo è il regno e la potenza e la gloria in eterno. Amen“.

La versione della CEI del 1978 manteneva ancora la frase tradizionale della Vulgata: “e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male“. Mentre, già dalla versione del 2008 abbiamo una modifica davvero grottesca in: “e non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal male“. Una traduzione, quest’ultima, che Benedetto XVI non volle usare nel lezionario liturgico.

Chi ha ragione e chi ha torto? Ha torto il Protestantesimo ieri e la CEI con Papa Francesco, oggi, perché la traduzione protestante fu volutamente ideologica, come ideologica lo è oggi. Milioni di cattolici in tutto il mondo e da duemila anni hanno sempre pregato con la versione – tradotta in lingua propria – dalla Vulgata attraverso la quale, per altro, per duemila anni migliaia di Santi hanno pronunciato in latino le medesime parole.

_063 addio al Pater noster 2Il messaggio che si vuole far passare è che “la Chiesa può sbagliare” e che per duemila anni ha sbagliato, finalmente oggi abbiamo un Papa così coraggioso e misericordioso, da rimettere le cose a posto. Riportiamo questo passaggio molto interessante da chi ha già discusso l’argomento:

“La parte a cui mi riferisco, tradotta e utilizzata per secoli, è proprio il versetto di Matteo 6,13a: “non ci indurre in tentazione” , che nella nuova versione è stato maldestramente tradotto con “non abbandonarci alla tentazione”. Naturalmente anche qui ha prevalso il “politicamente corretto”. Come può Dio “indurre” in tentazione? Allora cambiamo con una traduzione più morbida, più sdolcinata, più sentimentale. Cosa sbagliatissima… Il latino “inducere”, molto opportunamente usato da san Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco eisphérein; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo temptationem, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco.

Quanto poi all’italiano indurre in, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico. Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca.” (vedi qui il resto).

Il Pontefice,  durante la settima puntata del programma di Tv2000 intitolato proprio Padre Nostro  contesta – ALLA CHIESA CATTOLICA – il modo in cui è stata tradotta la frase «e non indurci in tentazione». «Nella preghiera del Padre Nostro – chiosa papa Francesco – Dio che ci induce in tentazione non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non mi lasci cadere nella tentazione”: sono io a cadere, non è Lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito», ha spiegato Bergoglio, sottolineando che «quello che ti induce in tentazione è Satana, quello è l’ufficio di Satana».

Che l’abbiano cambiata i francesi non è certo una dimostrazione concreta, una prova, che san Girolamo avesse torto, e con lui la Chiesa Cattolica bimillenaria!! Come al solito Bergoglio non chiarisce, non spiega e soprattutto mente, perché non dice che la nuova traduzione servirebbe a far sentire più uniti i cattolici e i protestanti insieme, tanto non si prega più in latino, neppure nella Messa, perciò un cambiamento alla frase finale, e come la vogliono i protestanti da sempre, è un compromesso accettabile, per papa Francesco.

Che cosa sta accadendo? Che cosa è, oggi, tutta questa smania di nuovo e di cambiamento se non quel monito paolino: “stanchi di udire la solita dottrina” (2Tim.4,1-5), attraverso la quale si vuole dare una “nuova” immagine di Dio e della Chiesa? E’ chiaro che, come da anni si sta dando addosso anche al concetto del CASTIGO DI DIO per mitigarlo e cambiarlo, facendo passare solo una pastorale verso un Dio bonaccione, piacione (la cui nuova immagine è papa Francesco), misericordioso, atto a non dover mai giudicare alcun peccato degli uomini, così ora si attacca il Pater Noster per dimostrare che TUTTO dipende solo dagli uomini, e che Dio non ha alcun ruolo nelle nostre vite.

Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione”(Sir.2)

Insegna san Paolo: “Che diremo dunque? C’è forse ingiustizia da parte di Dio? No certamente!  Egli infatti dice a Mosè: Userò misericordia con chi vorrò, e avrò pietà di chi vorrò averla. Quindi non dipende dalla volontà né dagli sforzi dell’uomo, ma da Dio che usa misericordia. Dice infatti la Scrittura al faraone: Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra.  Dio quindi usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole. Mi potrai però dire: «Ma allora perché ancora rimprovera? Chi può infatti resistere al suo volere?».  O uomo, tu chi sei per disputare con Dio?” (Rm.9.14-20).

Ascoltiamo la risposta di sant’Agostino: “Se Dio è autore di tutto e vuole tutto, se è lui che indurisce, come può poi lamentarsi, minacciare, biasimare: come può rimproverare l’uomo del suo comportamento peccaminoso, se è Dio che, irresistibilmente, vuole tutto questo? Il problema è posto in termini chiari. Ma Paolo avverte subito la difficoltà di una risposta adeguata: quindi, mentre implicitamente afferma che l’uomo è libero è responsabile, e che quindi Dio ha tutti i diritti di rimproverare, situa il problema nel suo contesto naturale: la trascendenza divina. Fa questo anzitutto con una interrogazione retorica: come può l’uomo mettersi a discutere, quasi da pari a pari con Dio fino a contraddirlo? È la posizione assurda con cui l’uomo pone dei problemi che toccano la trascendenza divina, posizione che Dio rimprovera, ad esempio, a Giobbe (58-39)…” (tratto da 83 Questioni; questione n.68).

E dunque, perché affermiamo che la traduzione modernista del Pater Noster è sbagliata, è ideologica ed è protestante?

Beato l’uomo che poteva trasgredire e non ha trasgredito, che poteva fare il male e non lo fece” (Sir 31,10).

_063 addio al Pater noster 3In una delle trasmissioni di Radio Maria, il compianto esorcista Padre Amorth tenne una lectio proprio sul “VALORE DELLA TENTAZIONE” partendo proprio dal racconto del Libro di Giobbe dove si legge testualmente… “C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe. Quest’uomo era integro e retto; temeva Dio e fuggiva il male…. Un giorno i figli di Dio vennero a presentarsi davanti al SIGNORE, e Satana venne anch’egli in mezzo a loro. Il SIGNORE disse a Satana: «Da dove vieni?» Satana rispose al SIGNORE: «Dal percorrere la terra e dal passeggiare per essa».  Il SIGNORE disse a Satana: «Hai notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male».  Satana rispose al SIGNORE: «È forse per nulla che Giobbe teme Dio? Non l’hai forse circondato di un riparo, lui, la sua casa, e tutto quel che possiede? Tu hai benedetto l’opera delle sue mani e il suo bestiame ricopre tutto il paese. Ma stendi un po’ la tua mano, tocca quanto egli possiede, e vedrai se non ti rinnega in faccia».  Il SIGNORE disse a Satana: «Ebbene, tutto quello che possiede è in tuo potere; soltanto, non stender la mano sulla sua persona». E Satana si ritirò dalla presenza del SIGNORE… (Gb.1,1-12)

Il resto della storia dovremo conoscerlo…. Giobbe perderà TUTTO, Satana chiederà che Giobbe sia anche provato sulla sua persona attraverso delle malattie, la prova sarà immensa, la tentazione immane, ma vincerà donando – anche culturalmente – il famoso detto “la pazienza di Giobbe”, leggete il Libro, imparerete tutti qualcosa!

La Bibbia, spiegava Padre Amorth, tratta la tentazione come una beatitudine:”Beato l’uomo che sostiene la tentazione, poiché una volta collaudato riceverà la corona della vita che Dio promise a quanti lo amano” (Giacomo 1,12). Un grande santo e dottore della Chiesa, S.Giovanni Crisostomo, arrivò ad affermare che il demonio (certamente suo malgrado) è il “santificatore delle anime”. E’ evidente perciò che non va cambiato il Pater Noster, ma cercare di capire cosa intenda la Bibbia per TENTAZIONE, e perché, semmai, Dio che è davvero misericordioso, la permette.

Nel 2010 già Cantuale Antonianum faceva questo appello ai Vescovi: Per favore, non cedete alla tentazione di cambiare il Padre Nostrovedi qui, facendo osservare: “Non ci si accorge che la traduzione proposta, se proprio vogliamo dirlo, si espone a domanda di egual tenore: “Ma può Dio abbandonare i suoi figli alla tentazione?”, non dice forse la Scrittura (Gc 1,14) che “Dio non permette che siamo tentati sopra le nostre forze”? Quindi è ovvio che non ci abbandona alla tentazione se noi prima non abbiamo abbandonato lui! Ma leggiamo in Mt 4,1: “Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo” (Tunc Iesus ductus est in desertum a Spiritu, ut tentaretur a Diabolo)….

Anche Gesù, ricordiamolo (Lc 22,42), pregò il Padre, con umanissimo timore, di far passare il calice della prova della Passione, ma si rimise alla sua volontà (il ditelismo – le due volontà – è dogma di fede). Il Padre lo sostenne nella tentazione finale, quella di scappare dalla croce, e Cristo superando la prova potè affermare: “tutto è compiuto” (Gv 19,30). Infatti senza la tentazione nessuno è adatto alla prova, tanto in se stesso, come si ha nella Scrittura: Chi non è stato tentato che cosa sa? (Sir 34, 9.11)” Prosegue poi Agostino: “Quindi con quella preghiera non si chiede di non essere tentati, ma di non essere immessi nella tentazione, sulla fattispecie di un tale, a cui è indispensabile essere sottoposto all’esperimento del fuoco, e non chiede di non essere toccato col fuoco, ma di non rimanere bruciato. Infatti la fornace prova gli oggetti del vasaio e la prova della sofferenza gli uomini virtuosi (Sir 27,6)”. (De Sermone Domini in Monte II,9.30)

Ci viene quasi il sospetto che papa Francesco, come il suo preposto gesuita Arturo Sosa, non creda alle parole di Gesù perchè… “a quei tempi non c’era un registratore“, tanto da sentirsi autorizzato a modificare una traduzione che è limpida fin dai primi secoli…. che non fu una interpretazione, come sta tentando di fare lui oggi, e come fece Lutero ieri, ma che è una semplice ed autentica traduzione.

La tentazione E’ LA PROVA…. senza la quale nessuno di noi potrebbe entrare in Paradiso! Vogliamo concludere con le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica, vedi qui, a dimostrazione che papa Francesco sta sbagliando, ha sbagliato la CEI con la nuova traduzione, e sbaglia questa nuova pastorale modernista:

Noi chiediamo al Padre nostro di non « indurci » in essa. Tradurre con una sola parola il termine greco è difficile: significa «non permettere di entrare in», «non lasciarci soccombere alla tentazione». «Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Gc 1,13); al contrario, vuole liberarcene. Noi gli chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta «tra la carne e lo Spirito». Questa domanda implora lo Spirito di discernimento e di fortezza. (n.2846)

Lo Spirito Santo ci porta a discernere tra la prova, necessaria alla crescita dell’uomo interiore (Cf Lc 8,13-15; At 14,22; 2 Tm 3,12)  in vista di una «virtù provata», (Cf Rm 5,3-5) e la tentazione, che conduce al peccato e alla morte. Dobbiamo anche distinguere tra «essere tentati» e «consentire» alla tentazione. Infine, il discernimento smaschera la menzogna della tentazione: apparentemente il suo oggetto è «buono, gradito agli occhi e desiderabile» (Gn 3,6), mentre, in realtà, il suo frutto è la morte. (n.2847)

«Dio non vuole costringere al bene: vuole persone libere […]. La tentazione ha una sua utilità. Tutti, all’infuori di Dio, ignorano ciò che l’anima nostra ha ricevuto da Dio; lo ignoriamo perfino noi. Ma la tentazione lo svela, per insegnarci a conoscere noi stessi e, in tal modo, a scoprire ai nostri occhi la nostra miseria e per obbligarci a rendere grazie per i beni che la tentazione ci ha messo in grado di riconoscere».

5 pensieri riguardo “Papa Francesco corregge Gesù: vuole cambiare il Pater Noster!

  1. Finalmente dopo alcuni anni di incomprensione, qualcuno qui mi ha spiegato chiaramente cosa sta accadendo.
    Da qualche anno infatti assisto e sento una cacofonia (effetto sgradevole provocato da certi accostamenti di parole) durante la recita del Padre Nostro in chiesa perché ognuno termina la preghiera con parole diverse.
    Ho provato a chiedere al sacerdote, seppe solo dirmi che la CEI aveva lasciato una certa libertà sulla traduzione finale perché “Dio non ci induce nella tentazione”.
    Rimasi sbigottito, ho una certa età, sono nonno, ma mai, pregando il Padre Nostro, ho mai pensato che il Buon Dio voglia il mio male!!
    Il Don non mi seppe rispondere.
    Avviene così che neppure sulla Preghiera che ha unito milioni di cristiani in così tanti secoli, c’è più un parlare con un cuore ed una anima sola. Ecco perché penso alla cacofonia quando sento oggi il Padre Nostro in chiesa.
    Senza alcun dubbio reciterò il Padre Nostro in latino.
    Ancora una volta, seguire la vera Tradizione, ci eviterà il caos, la torre di Babele.

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  2. Tutti i tentativi messi in atto da papa Bergoglio fin dall’inizio del suo pontificato sembra vogliano dipingere il Signore come la figura AMERICANIZZATA di Babbo Natale.

    Sul Padre Nostro:
    non sono naturalmente all’altezza di prendere una posizione qualificata in merito alla traduzione corretta, ma nel mio piccolo rilevo che forse la cosa più urgente sarebbe quella di sostituire quel “… liberaci dal male.” (assolutamente generico e troppo minimizzante) con “… liberaci dal MALIGNO”, che mi pare più fedele al Vangelo di Nostro Signore.

    Accludo il parere del padre domenicano Angelo, apparso sul sito Amici Domenicani il 17.10.2015, per il caso possa aggiungere altri particolari alla trattazione:

    ” ” ” Carissimo,
    1. il testo latino della preghiera del Pater recita da sempre: “Et ne nos induca in tentationem” (Mt 6,13).
    In greco c’è l’espressione “eisenènkes” che significa “introdurre, condurre dentro, lasciar cader in”.
    In italiano finora è stato da sempre tradotto “non ci indurre in tentazione”,
    La versione nuova dice: “Non abbandonarci alla tentazione”.

    2. Certamente l’espressione di sempre poteva lasciar intendere che Dio tentasse le persone.
    Ma questo non può essere perché Dio non tenta nessuno. L’ha detto lui stesso per bocca di Giacomo: “Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno” (Gc 1,12).
    San Paolo fa capire che la tentazione non viene da Dio. Dio la permette, ma nello stesso tempo dà sempre la forza per superarla: “Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di uscirne per poterla sostenere” (1 Cor 10,13).

    3. La Bibbia di Gerusalemme, che viene chiamata così perché le introduzioni e le note sono curate dai domenicani delle celebre Ècole biblique” fondata in quella città dal p. M. J. Lagrange, osserva: “Il senso permissivo del verbo aramaico usato da Gesù, “lascia entrare” e non “fare entrare” non è reso dal greco e dalla volgata”.
    Come vedi, nell’interpretazione di questo versetto si è voluto andare addirittura al linguaggio usato da Gesù: l’aramaico.
    D’altra parte sappiamo che Matteo prima scrisse un Vangelo in aramaico, che è andato perso, poi ne ha scritto uno in greco.
    In aramaico dunque quell’espressione ha un significato permissivo.
    Come nota la Bibbia di Gerusalemme questo significato permissivo non appare nel testo greco e neanche in quello latino della Volgata dove sembra avere un significato attivo.

    4. La Bibbia di Gerusalemme scrive ancora: “Domandiamo a Dio di liberarci dal tentatore e lo preghiamo di non entrare in tentazione, e cioè nell’apostasia”.
    E fa riferimento a Mt 26,41 quando Gesù dice agli Apostoli nell’orto degli olivi “Vegliate e pregare per non entrare in tentazione”.
    Qui la tentazione è consistita nell’abbandono (apostasia) del Signore: “allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono” (Mt 26,56).

    5. Per cui il non indurci in tentazione sta per “non lasciarci cadere in tentazione”. O, come scrive la tradizione della Cei: “non abbandonarci alla tentazione”.
    A mio modestissimo parere, “non lasciarci cadere in tentazione” sarebbe stato meglio che il “non abbandonarci” perché ricorda che senza il aiuto di Dio non possiamo superare le prove.

    6. Sant’Agostino commenta: “Senza tentazione nessuno può essere provato né di fronte a se stesso né di fronte agli altri; davanti a Dio invece ognuno è conosciutissimo prima di ogni tentazione.
    Quindi non si prega per non essere tentati, ma perché non siamo indotti in tentazione (cioè di non cadervi): così quando uno deve essere esaminato nel fuoco, non prega perché non ci sia il fuoco, ma perché non sia bruciato” (De Sermone Dom. 2,9).
    E ancora: “Quando dunque diciamo “non ci indurre in tentazione” siamo avvisati di chiedere che non veniamo privati del suo aiuto e acconsentiamo ingannati a qualche tentazione o cediamo” (Lettera Proba, L. 130,11).

    7. San Tommaso: “Forse Dio induce al male dal momento che ci fa dire: “non ci indurre in tentazione”?
    Rispondo che si dice che Dio induce al male nel senso che lo permette, in quanto, cioè, sottrae all’uomo – a causa dei suoi molti peccati precedenti – la sua grazia, tolta la quale, egli scivola nel peccato. Per questo noi diciamo col salmista “Non abbandonarmi quando declinano le mie forze” (Sal 70,9).
    Dio però sostiene l’uomo, perché non cada in tentazione, mediante il fervore della carità che, per quanto sia poca, è sufficiente a preservarci da qualsiasi peccato. Infatti che “le grandi acque non possono spegnere l’amore” (Ct 8,7)” (Commento al Pater).

    8. Circa le ultime due questioni di dettaglio: se sia previsto recitare il Pater stringendosi la mano: nella celebrazione liturgica non è previsto. Fuori della celebrazione liturgica si può fare.
    Non saprei invece se questa melodia sia prevista nel repertorio dei canti sacri.

    Ti auguro ogni bene in questo tempo di Pasqua, ti ricordo al Signore e ti benedico.
    Padre Angelo
    ” ” “

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  3. Il tentativo forse più riuscito è quello di padre Giovanni Vannucci (1913-1984), del quale non si potrà certo dire che fosse un tradizionalista!! Egli era solito dire che «nella Chiesa cattolica il più grande martire è il Padre nostro», a motivo della trascuratezza con cui viene recitato e… vissuto.
    Egli faceva notare che nell’ebraico ci sono due lingue: quella delle comunicazioni ordinarie e quella sacra che, diceva, «va riscoperta pazientemente, tenacemente, attentamente, ma soprattutto nel silenzio e nell’ascesa del nostro essere. Ora, la lingua sacra ebraica conosce soltanto due tempi: lo stato di perfezione e lo stato di imperfezione».
    Questo, secondo padre Vannucci, si applica anche al Padre nostro, le cui espressioni non indicano un puro desiderio condizionato alla fallibile volontà dell’uomo, ma contengono un’affermazione di fede nella quale si riflettono gli immutabili disegni divini.
    E così per padre Vannucci, come per santa Teresa d’Avila, questa fu una vera e propria scoperta. Secondo padre Giovanni Vannucci, questa versione DALL’ARAMAICO nel nostro idioma della preghiera di Gesù, è più fedele all’autentico senso originario della lingua parlata da Cristo ed era coerente con altre parole di lui riportate nei racconti evangelici:
    «Padre nostro che sei nei cieli, / santo è il Tuo Nome, / il Tuo Regno viene, / la Tua volontà si compie / nella terra come nel cielo. / Tu doni a noi il pane di oggi / e di domani. / Tu perdoni i nostri debiti / nell’istante in cui / li perdoniamo ai nostri debitori. / Tu non ci induci in tentazione, / ma nella tentazione / tu ci liberi dal male».

    Quindi, dall’aramaico, san Girolamo fece poi dal greco la traduzione latina più fedele:
    Tu non ci induci in tentazione, / ma nella tentazione / tu ci liberi dal male.
    Non serve cambiare la frase, ma capirne il senso. Se ciò non bastasse, restiamo fedeli al Pater Noster in latino e ritroveremo l’unità delle parole, ma soprattutto della Fede della Chiesa di ogni tempo.

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  4. Riportiamo questo invito:
    Invitiamo a leggere Ratzinger, a quanti insistono sulla vergognosa tentazione di modificare il senso delle parole di Gesù nel suo Pater Noster
    Benedetto XVI aveva risolto l’aspetto della TRADUZIONE DIFENDENDO IL SENSO TEOLOGICO E DOTTRINALE DELLA FRASE CHE E ‘ GIUSTA – GRAZIE:

    – E non c’indurre in tentazione

    Le parole di questa domanda sono di scandalo per molti: Dio non ci induce certo in tentazione! Di fatto, san Giacomo afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (1,13).

    Ci aiuta a fare un passo avanti il ricordarci della parola del Vangelo: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt.4,1). La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve, come abbiamo visto, sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo «discendere negli inferi», nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l’alto.
    Qui il testo integrale: https://cooperatores-veritatis.org/2016/08/18/gesu-di-nazaret-la-preghiera-del-signore-2/

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