Sottomettetevi a Dio, resistete al diavolo. Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?

Preferiremmo 100 volte esser noi anatema per la Chiesa di Cristo che prendere atto di quel che ha scritto papa Francesco di suo pugno nell’Amoris Laetitia.

di Francesco Lamendola (05-12-2017)

Per quasi duemila anni, la Chiesa, pur tra molte difficoltà e cadute, pur nella indegnità personale di molti suoi membri e perfino di alcuni pontefici, non ha mai perso la bussola della vera dottrina; il Magistero non ha mai fallito; il Deposito della fede è sempre stato ben custodito, e nessuno, neppure un Alessandro VI Borgia, forse il più corrotto, il più moralmente esecrabile dei successori di san Pietro, ha mai ardito modificarlo o stravolgerlo.

E la predicazione della Chiesa, l’insegnamento della Chiesa, per quasi duemila anni, sono stati sempre gli stessi: Sottomettetevi a Dio, resistete al diavolo; in altre parole, lo sforzo verso la santificazione e la costante richiesta d’aiuto per ricevere la grazia divina, che si ottiene mediante l’annullamento della propria volontà, delle proprie passioni, del proprio io. Questa è sempre stata la via maestra per giungere a Cristo; e questo è stato, costantemente, il modello al quale si sono ispirati i Santi nel corso della storia. E giova ricordare che nessuno nasce già santo; santi si diventa; e si diventa tali facendo quel che ora si è detto: spogliandosi del proprio io e facendosi tutto a Gesù Cristo, donandosi totalmente a Lui.

Ora, da qualche tempo, specialmente a partire dal Concilio Vaticano II, e poi sempre più spesso, e in maniera sempre più clamorosa negli ultimissimi anni, pare che, d’un tratto, il Magistero sia cambiato e che la Chiesa abbia smesso d’insegnare quel che ha sempre insegnato, e si sia fatta banditrice di un vangelo tutto nuovo, radicalmente rivisto e “aggiornato”, a un punto tale che molti cattolici non lo riconoscono più, non vi trovano più dei punti di contatto con quello che hanno sempre amato e cercato di seguire, con quello che era stato trasmesso loro dai genitori e dai sacerdoti della loro fanciullezza; un vangelo che, sovente, li lascia perplessi, confusi, frastornati, e, non di rado, turbati, amareggiati, traumatizzati. Un vangelo che è divenuto di scandalo ai cattolici! Come: è mai possibile? Si era mai vista, si era mai udita una cosa del genere, in duemila anni di storia della Chiesa? No, mai; tranne che nei movimento ereticali. Ma la Chiesa cattolica, apostolica e romana, mai: mai essa era stata occasione di scandalo ai fedeli sul piano della dottrina, semmai su quello dei comportamenti individuali; mai essa aveva spinto le anime verso l’apostasia, o verso l’incredulità, o verso la disperazione. Eppure noi personalmente possiamo testimoniare di persone che sono rimaste talmente sconvolte, talmente addolorate, talmente scandalizzate dal “vangelo” predicato negli ultimi anni da pastori e da sacerdoti della Chiesa cattolica, da essere stati spinti, come pecore allo sbando, sui tristi sentieri dell’apostasia, o dell’incredulità, o della disperazione. Responsabilità gravissima, imperdonabile, che non dovrebbe concedere neppure un minuto di riposo, neppure un minuto di pace a quanti se ne sono resi responsabili, e che non possono invocare neppure l’ingenuità o la buona fede, perché, e ormai da diverso tempo, quel turbamento, quell’amarezza, quella disperazione si sono fatti palesi, e un numero crescente di cattolici ha fatto sentire la sua voce per deplorare questa raffica di “novità” pastorali, liturgiche e, a quel che pare, perfino dottrinali, le quali, con cadenza ormai pressoché quotidiana, si abbattono sul gregge di Cristo e lo lasciano come folgorato, annichilito.

E non diciamo a casaccio che si tratta di una responsabilità “imperdonabile”: in effetti, si tratta del peccato contro lo Spirito Santo, l’unico del quale Gesù in persona ha affermato che non sarà perdonato. Le sue parole sono state terribili: parlando di coloro i quali danno scandalo alla fede dei “piccoli” e dei “semplici”, Egli ha detto che sarebbe meglio, per costoro, che si legassero una macina da mulino al collo, e si precipitassero nel mare. Come si vede, e contrariamente a quel che insegnano i vari Kasper, Galantino, Paglia e lo stesso papa Francesco, non è vero che Dio perdonerà tutti, accoglierà tutti, chiamerà tutti presso di Sé; nossignori: vi sono dei peccati che non otterranno perdono, specialmente se non vi sarà stato, da parte dei peccatori, il benché minimo pensiero di pentimento, il più debole segno di una volontà d’espiazione.

In fondo, si tratta di concetti molto semplici da comprendere, beninteso se non si pretende di ragionare come ragiona il mondo, ma ci si sforza di pensare e di sentire secondo la volontà di Dio. Il compito della Chiesa è salvare le anime, condurle sulla strada del paradiso: questo, e non altro. Ma la strada che conduce al paradiso non è agevole e costellata di fiori; al contrario, è irta di sacrifici e disseminata di spine. È la strada della Croce. Non è forse la Croce il simbolo del cristianesimo? E i cristiani, benché oggi facciano di tutto per non esser identificati come tali, e perfino i preti cerchino di mimetizzarsi da laici nella folla, non hanno forse la Croce quale simbolo della loro fede? Chi non crede alla Croce, al valore di redenzione della Croce, chi non accetta il fatto che per giungere a Cristo bisogna prendere sulle spalle la Croce, così come Lui ha preso la nostra sulle sue, non è un cristiano: Dio lo sa cosa è, ma non un cristiano. Uno gnostico, forse; o un manicheo; o un panteista; o un naturalista; o un sincretista: qualunque cosa, ma non un cristiano, e tanto meno un cattolico. Il cattolico sa che senza la Croce non si va da nessuna parte; e sa che la Croce di Cristo ha redento il mondo, ha saldato il debito del Peccato originale, riconciliando l‘umanità con il Padre celeste. Chi nega o minimizza la dottrina del Peccato originale, chi nega o minimizza il fatto che la Redenzione di Cristo ha questo significato: l’espiazione delle nostre colpe; chi afferma che si può giungere in paradiso per un’altra strada, più comoda e piana, che passa anche attraverso l’accettazione e la “normalizzazione” del peccato, è fuori dal cristianesimo e fuori dal cattolicesimo. Il peccato, per il cattolico, non va accettato, ma combattuto; e se non ce la fa da solo a vincerlo – infatti, nessuno può farcela da solo – deve farsi piccolo e umile, gettarsi in ginocchio davanti a Dio, e scongiurarlo di venire in aiuto alla sua fragilità e alla sua vigliaccheria.

Si rilegga, per un utile confronto, questo passo della esortazione apostolica Amoris laetitia (§ 303): «…Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore, e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia. Ma questa coscienza può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo».

Stupefacente brano di prosa, uscito dalla penna di un romano pontefice: il più stupefacente fra quanti i precedenti 265 papi abbiano mai licenziato, affidandoli al sacro Magistero. Tre cose colpiscono, turbano e scandalizzano in esso: primo, la scomparsa della parola “peccato” (stiamo parlando dei divorziati-risposati, ma il riferimento alla coscienza individuale fa capire che si potrebbe parlare di qualsiasi altra circostanza), sostituta da circonlocuzioni e perifrasi involute, come situazioni che non rispondono obiettivamente alla proposta generale del Vangelo (sicché il Vangelo, da annuncio della Verità, diviene una semplice “proposta”, che, a quanto pare, si può seguire per tre quarti, o per metà, o per un quarto, e così via); secondo, che questa condizione di “non obiettiva risposta alla proposta del Vangelo”, cioè questa condizione di peccato, per dire le cose come stanno, è la sola cosa che si può “offrire” a Dio, come se Dio gradisse i peccati come offerta, e per giunta l’aggettivo “generosa” riferito a una simile offerta; terzo, e questa è la cosa più sconvolgente, che Dio non chiede al peccatore nulla di diverso da quel che sta facendo, vale a dire rimanere nel suo peccato. Non gli chiede di uscirne; non gli chiede di domandare a Lui la forza per farlo; non lo esorta ad essere perfetto, come Gesù ha raccomandato ai suoi seguaci di esserlo, ad imitazione del Padre celeste. No: gli chiede di restare nel peccato. Tanto, anche se non è ancora “l’ideale oggettivo” del Vangelo, in fondo non ci manca tanto. Quel che conta sono le buone intenzioni, e, più di ogni altra cosa, il giudizio della propria coscienza.

Da cosa si giudica se una cosa è buona o non è buona? Dal giudizio della propria coscienza. Non dal Vangelo; non dalla parola di Gesù; e nemmeno dai Dieci Comandamenti. Quelle sono cose superate, robe della vecchia teologia. Ora i tempi sono cambiati; ora abbiamo la fortuna di avere un papa moderno e dinamico, molto comprensivo, molto aperto e dialogante con tutti, che non condanna, che non respinge nessuno (tranne i veri cattolici). Non stupisce affatto che non abbia mai risposto ai quattro cardinali che gli domandavano chiarimenti su quel documento, né abbia mai concesso loro la richiesta udienza privata; anzi, non stupisce che non abbia mai fatto pervenire loro neppure un cenno di accusata ricevuta, come si usa fare perfino nella più arida corrispondenza burocratica. Infatti, che cosa mai avrebbe potuto rispondere?

E adesso si confronti il brano di Amoris laetitia con quanto scrive san Giacomo nella lettera del Nuovo Testamento che porta il suo nome (4, 1-10; traduzione dalla Bibbia di Gerusalemme):

«Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: “Dio resiste ai superbi; / agli umili invece dà la sua grazia”. Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti. Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà».

Quale differenza abissale, non solo di stile e di accenti, ma proprio di contenuti, fra i due brani: quello di papa Francesco e quello dell’Apostolo Giacomo. E quale dei due riflette pienamente il messaggio di Gesù Cristo: quello del suo Apostolo o quello di un papa argentino vissuto duemila anni dopo, e che non parla mai del peccato, non parla mai del giudizio, non parla mai della vita eterna, della morte, dell’inferno e del paradiso? Resistete al diavolo: ma padre Sosa ha dichiarato tranquillamente che il diavolo non esiste, è solo un simbolo; e il papa non l’ha ripreso.

Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio No che non lo sappiamo, con simili pastori: al contrario, da parecchi anni la neochiesa è impegnata a persuaderci che non c’è niente di più bello e di più santo che mettere d’accordo Dio e il mondo; anche se Gesù in persona aveva ammonito che nessuno può servire due padroni. Gente infedele! Via, che razza di linguaggio: ma è mai possibile? No; bisogna dire: “poverino, sei ferito? Vieni qui che ti medichiamo; non lo sapevi che la chiesa è un ospedale da campo? Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi”. È talmente chiaro… ma no; bisogna rendere complicate anche le cose più semplici; qualunque cosa, pur di non staccarsi dalle proprie brame, dai propri appetiti disordinati: si vuol tornare Dio, ma senza rinunciare al peccato. E allora ecco che si tira fuori “la complessità concreta dei limiti”, per dirla con papa Francesco.

Immaginiamoci Gesù e la donna adultera, per esempio: Gesù che le dice: Donna, capisco la complessità concreta dei limiti della situazione in cui ti trovi; perciò io non ti chiedo di non peccare più, ma, per adesso, di fare quel che puoi, meglio che puoi; e se non puoi far altro che tradire tuo marito, ebbene, continua a tradirlo: questa è l’offerta generosa che puoi fare a Dio, in questo momento, con sincerità e onestà. Sì; lo sappiamo: è blasfemo mettere in bocca al nostro Signore Gesù Cristo parole simili. Eppure, questo è proprio quanto si evince da Amoris laetitia, scritta dal suo vicario in terra; non ci siamo inventati nulla, purtroppo.

Preferiremmo cento volte esser noi anatema per la Chiesa di Gesù, che prendere atto di quel che ha scritto il papa, di suo pugno. Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete… Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà. Perché il papa non esprime mai concetti simili? Perché parla come se tutto ciò che fanno gli uomini, anche fuori del Vangelo, andasse sempre bene?

(fonte: accademianuovaitalia.it)

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