La teologia papale. Tentativo di ricostruzione congetturale

Grazie alla rivista rahneriana Concilium, una luce di chiarezza abbagliante illumina certe azioni del Papa che sembrano in contrasto con le parole.
MAURIZIO BLONDET

Da un sito cattolico, leggo che «la rivista internazionale di teologia Concilium ha dedicato il suo ultimo numero al tema: Dall’“anathema sit” al “Chi sono io per giudicare?”», a partire dalla famosa frase di Papa Francesco sull’omosessualità: «chi sono io per giudicare», pronunciata di ritorno dal Brasile, nel luglio 2013.

Gli autori «ritengono che le formule e i dogmi non possono comprendere l’evoluzione storica, ma ogni problema vada collocato nel suo contesto storico e sociopolitico. Il concetto di ortodossia va superato, o quanto meno ridimensionato, perché, viene utilizzato come “punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire”… Essi definiscono l’ortodossia come “una violenza metafisica”. Al primato della dottrina va sostituito quello della prassi pastorale…» (Concilium, 2/2014, p. 11).

Concilium_5Concilium è la rivista fondata da Karl Rahner, Hans Küng e Yves Congar, «a cui collaborano più di 500 teologi di tutto il mondo»: ci affrettiamo ad esprimere tutta la nostra gratitudine a sì prestigiosa e frequentata rivista, perché finalmente fa chiarezza sulla dottrina cattolica che dobbiamo seguire da quando è papa Francesco. Perché è indubbio che quanto scritto da Concilium riflette il pensiero del pontefice; per esempio egli ha detto tempo fa alla La Civiltà Cattolica: «Chi oggi cerca sempre soluzioni disciplinari, chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale, chi cerca ostinatamente di recuperare il passato perduto, ha una visione statica e involutiva. E in questo modo la fede diventa un’ideologia tra le tante».

È più o meno chiaro che Bergoglio trova la dogmatica e la teologia di duemila anni un peso e un ostacolo all’azione pastorale. Ma il merito di Concilium è di sviluppare i pensieri che il Papa affida qua e là ad omelie estemporanee, interviste occasionali, a frasi colloquiali spesso e volentieri lasciate in sospeso a metà (tipo: «Se domani giungesse qui una spedizione di marziani, e uno dicesse: “Voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?…»). Cosa accadrebbe, non ce l’ha detto. Ma per fortuna Concilium completa queste frasi a metà, riempie i puntini di sospensione, fornisce loro contenuto; esplicita ciò che nella teologia implicita del Papa non viene detto, vien lasciato in sospeso. E così, ci consente di rispondere alla domanda che spesso ci siamo fatti: qual è la teologia di Bergoglio?

Come gli archeologi epigrafisti sono capaci di ricostruire iscrizioni latine in antiche lapidi spaccate, dove mancano lettere e parole — anche noi possiamo oggi ricostruire in modo congetturale la teologia papale cui siamo obbligati ad obbedire oggi. Grazie alla rivista Concilium, una luce di chiarezza abbagliante illumina certe azioni del Papa che sembrano in contrasto con le parole.

Qualcuno, errando, non riusciva a capire come si accorda il «chi sono io per giudicare?..» con il commissariamento senza alcuna spiegazione dei Francescani dell’Immacolata, la punizione e riduzione a domicilio coatto del Fondatore padre Manelli. Sembrava una contraddizione. Più in generale, come ha notato il vaticanista Sandro Magister, il papa continuamente «esorta a non emettere giudizi… chi giudica “sbaglia sempre”, ha detto nell’omelia del 23 giugno a Santa Marta. E sbaglia, ha proseguito, “perché prende il posto di Dio, che è l’unico giudice”. Si arroga “la potestà di giudicare tutto: le persone, la vita, tutto”. E “con la capacità di giudicare” ritiene di avere “anche la capacità di condannare”».

Eppure «Francesco è papa che giudica, sentenzia, assolve, condanna, promuove, rimuove. Ma nello stesso tempo predica in continuazione che non si deve mai giudicare, né accusare, né condannare». Ha compiuto una purga sistematica di prelati e teologi sgraditi a lui e alla sua scuola, da don Antonio Livi a padre Cavalcoli; ha brutalmente rimosso ministri vaticani come monsignor Piacenza; ha rimosso vescovi che in Argentina detestava. Non c’è contrasto? Noi non dobbiamo giudicare, e sta bene; ma lui giudica e trincia giudizi.

10599426_739251856136415_4473017707696850271_nNelle omelie di Santa Marta non perde mai occasione di condannare – senza mai nominarli – i cristiani, figli devoti della Chiesa che (come il povero Mario Palmaro) hanno protestato per quelle sue lettere e interviste corrive con Eugenio Scalfari, dove sanciva frasi come «la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza»; ma questo è relativismo, hanno detto i buoni cristiani, questo è un errore non solo teologale ma anche psicologico: la coscienza degli Scalfari è callosa, la coscienza non rimprovera mai niente al Ricco Epulone né al Fariseo — che sono però condannati da Dio…

Ebbene, che cosa ha fatto papa Francesco? Mica risponde, mica spiega e corregge. Un’omelia dopo l’altra, chiama i fedeli laici che lo criticano variamente come «pelagiani», «untuosi», «tristi», «spaventati dalla gioia», «cristiani pipistrelli», li insulta e condanna… ma senza dire precisamente a chi allude.

Ora, magari, voi prendevate questo modo di fare come sleale e poco cristiano, soprattutto in contrasto plateale con la frase più citata dai plaudenti laicisti: «Chi sono io per giudicare…» (un omosessuale)? Invece adesso sappiamo, grazie a Concilium, che non c’è alcuna contraddizione. Che le frasi «io non giudico» e la brutale repressione dei Francescani dell’Immacolata senza spiegazione, derivano dalla stessa teologia.

Cercate però di capire bene qual sia questa teologia. Potreste infatti equivocare. Concludere che il fondatore dei Francescani è stato punito, e il suo ordine messo sotto tutela prefettizia, per il fatto di essere ortodosso, e come esplica Concilium ha quindi commesso «violenza metafisica». Potreste credere che i teologi o i laici che si rifanno all’ortodossia vengono rimossi, purgati, espulsi dalle cattedre pontificie e chiamati «pipistrelli», perché li si accusa di usare la dogmatica di duemila anni «come punto di riferimento per soffocare la libertà di pensiero e come arma per sorvegliare e punire»…

Ma se pensaste così, sbagliereste, non avreste ancora compreso la sottigliezza e profondità della teologia bergogliana. Il punto qualificante di tale teologia è il «non dare spiegazioni». Colpire, epurare, insultare, rimuovere, senza dire il perché. Ciò è la conseguenza necessaria del fatto che la Chiesa bergogliana si vuole a-dogmatica. Avendo «superato» i dogmi, non deve più giustificare le punizioni che commina accusando la vittima di qualche violazione dogmatica o dottrinale; altrimenti si torna nel vecchio sistema, dove l’ortodossia veniva usata come arma per sorvegliare e punire. Oggi, si punisce senza esprimere il motivo — la conseguenza necessaria del superamento della dottrina è che le punizioni continuano a fioccare, ma nel mutismo. Non si può, non si deve motivare il perché.

E nella nuova teologia a-dogmatica, tutta pastorale e caritativa, la bastonatura e la punizione si accordano splendidamente, armonicamente, con la frase «chi sono io per giudicare..?». Si rallegri il bastonato: nessuno lo sta giudicando. Non si istruisce più un processo canonico, non si eleva un’accusa formale e formulata in parole (da cui l’accusato potrebbe persino cercar di difendersi, questo pipistrello untuoso e triste) – non siamo più ai tempi dell’Inquisizione, li abbiamo superati! – ora si danno botte da orbi nel buio, si bastona e basta. Il bastonato non chieda perché. Il perché non si può esprimere, non si deve esprimere. È la a-teologia a-dogmatica che lo richiede.

Ciò ricorda un pochino le procedure staliniane, dove a comminare 25 anni di lager («un quartino» di secolo) o la morte era non un tribunale, ma una commissione di tre funzionari del Partito, la cosiddetta Troika Amministrativa. Al tremebondo cittadino che gli avevano trascinato davanti, la Troika chiariva allegramente: noi non ti accusiamo di aver fatto nulla; ti sbattiamo al Gulag per il fatto che sei un borghese. Per questo, non abbiamo bisogno di trovarti una colpa; ci basta di accertare la tua identità: sei un borghese, dunque un nemico del proletariato. In Siberia! Un quartino! Ed era fatta.

Sicché il cristiano di base, oggi, deve stare costantemente «all’ascolto di papa Francesco» , perché è chiaro che non scriverà mai una vera e propria enciclica, non metterà mai nero su bianco quello che intende lui per «verità», che siamo obbligati a seguire, e falsità che dobbiamo sfuggire; dobbiamo ricavare la sua dottrina – che diventa dottrina della Chiesa – dalle sue esternazioni. Occasionali. Qualche volta a margine di interventi ufficiali.

«Punire severamente»
Per esempio, dopo l’Assemblea Generale dei vescovi italiani, a fine maggio scorso, nella parte della seduta meno pubblica. Alla fine della prolusione, «il papa ha dato spazio alle domande». Molto contenti i vescovi italiani hanno gareggiato a far domande che compiacessero Francesco – in altri tempi si sarebbe detta una gara di adulazione – in realtà onde fargli esplicitare la sua teologia implicita, che i vescovi ardono di applicare nelle loro diocesi, per instaurare la nuova chiesa secondo i suoi desiderata. Ed ecco cosa scrisse il 23 maggio il vaticanista de La Stampa Marco Tosatti; egli registra la «questione posta in toni “disperati” da un vescovo di una piccola diocesi (quarantamila abitanti) che si lamentava perché una parte del clero è “conservatrice” e non vuole dare la comunione sulla mano. Il Papa gli ha consigliato di prendere provvedimenti severi, perché “non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo”».

Apprezzate frase per frase, parola per parola. Anzitutto c’è un vescovo che sparla del suo clero col Papa. È disperato, dice, perché ha sotto un clero «conservatore»; tanto conservatore che – udite udite – vuol dare la comunione in bocca, come si è fatto nei secoli passati. Potrebbe sembrarvi una questione dappoco, coi tempi che corrono. Invece no, e infatti il Papa ne coglie l’estrema gravità.

E prescrive di:

  • punire quei preti (alla faccia del «chi sono io per giudicare?»);
  • severamente (come? Attendiamo con ansia: basterà la sospensione a divinis? O si rimetteranno in auge «i ferri»? Le segrete del Vaticano?).

Ma soprattutto si apprezzi ogni lettera della motivazione, perché qui siamo ai vertici della dottrina a-teologica, del «superamento dei dogmi»: «Perché non si può difendere il Corpo di Cristo offendendo il Corpo sociale di Cristo».

Esistono dunque – come adesso ci è chiaro – due corpi di Cristo: la Presenza Reale, il Cristo stesso, e i fedeli, «Corpo sociale di Cristo». Questo Secondo, se riceve il Primo in bocca anziché in mano, viene offeso. O si sente offeso. E non bisogna assolutamente «offenderlo»; meglio offendere la Presenza Reale, mettendola nelle mani di sconosciuti, magari satanisti. È abbagliante la conclusione che ne deriva: il Corpo Reale di Cristo ha meno diritti del «corpo sociale», insomma dei fedeli. Loro, non Lui, sono il vero e supremo Cristo (questa “sostituzione” è anticipata e spiegata in tutta la sua portata dal testo Mistero d’iniquità, edizioni EFFEDIEFFE, 2013).

D’accordo, questa abbagliante ermeneutica lascia sospesa più di una questione. Per esempio: non ci pare di vedere torme di fedeli che esigono, pretendono l’ostia nella mano, altrimenti si sentono offesi come Messia sociale. Dove sono? Altro interrogativo: quei cristiani che, contenti di ricevere la Comunione in bocca, non si sentono offesi da tale imboccamento, non fanno parte del Corpo Sociale di Cristo? Sono «tristi» e «spaventati dalla gioia»? Ne vanno espulsi? Il Corpo Sociale di Cristo è fatto solo di quelli che pretendono l’Ostia in mano, la Comunione ai divorziati conviventi more uxorio, il non giudicare gli invertiti? Siamo sicuri che il Santo Padre chiarirà questi punti oscuri che frasi buttate là, in qualche omelia o udienza, — e che sarà prontamente esplicitata, svolta e completata da Concilium. E dagli altri esegeti autorizzati.

Papa Francesco con mons. Nunzio Galantino.
Papa Francesco con mons. Nunzio Galantino.

Ascoltate i ventriloqui
Per nostra fortuna, infatti, sono molti i ventriloqui di Papa Francesco: cioè di prelati che lo imitano, lo copiano nella voce e nei discorsi, ma – come gli imitatori di varietà – caricando ed esagerando un po’: il che – a parte gli effetti comici che producono – è un grande merito, perché così formulano in modo completo la teologia di Bergoglio, che il suo titolare esprime solo a metà, lasciando in sospeso le frasi.

Uno dei più dotti è il cardinal Ravasi. Il quale, siccome papa Francesco twitta e ha 11 milioni di followers, ha detto che questo è il solo nuovo modo per evangelizzare: «la lingua italiana conta 150mila vocaboli mentre i giovani oggi ne usano dagli ottocento ai mille. È mutato il modello antropologico dei nativi digitali, quindi un vescovo che non sa muoversi in questa nuova atmosfera (il tweet) si mette fuori dalla sua missione». Non contento, ha finito per asseverare che Cristo, proprio come Eugenio Scalfari, aveva cessato di credere in Dio quando urlò “perché mi hai abbandonato?”». Ravasi: «Una frase che introduce un elemento che non può essere divino ma che è solamente umano. Dio, quando Gesù è sulla croce, è assente. È in pratica l’“ateismo” salvifico di Cristo».(1)

Ma naturalmente il più notorio ventriloquo e più facondo imitatore è il segretario generale imposto da papa Francesco alla CEI, il vescovo Nunzio Galantino: «Vogliamo chiedere scusa ai non credenti – ha detto a Radio Vaticana l’11 giugno (si noti il plurale majestatis, pontificale) – perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono». In una riuscitissima imitazione del pauperismo bergogliano, Galantino ha annunciato una «Chiesa vuole essere “più povera di beni terreni e più ricca di virtù evangeliche, non ha bisogno di protezioni, di garanzie e di sicurezze”» (rinunci all’8 per mille, gli ha consigliato Socci). Galantino alla domanda : «Qual è il suo augurio per la Chiesa italiana?», ha risposto fra gli applausi della platea laicista: «Che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni».

Il punto da spiegare è come mai, chi prova a «dar ragione delle proprie posizioni», se queste non piacciono al Papa e alla sua giunta sudamericana che comanda in Vaticano, viene espulso dalla cattedra, commissariato, messo a riposo senza incarico. Si attende un indizio che ci consenta di dedurre congetturalmente questo dalla a-teologia implicita in vigore.

Galantino ha criticato Papi precedenti (Wojtyła) che favorivano «certe adunate» come le marce per la vita: «In passato ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia. Non può essere così, in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa. Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza, ma con quei giovani che sono contrari a questa pratica e lottano per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». Questa frase sui «visi inespressivi di chi recita il Rosario» l’ha ricavata sicuramente da qualcosa che il Papa (che anche in Buenos Aires scoraggiò le suddette marce) gli ha detto, oppure anche fatto: magari gli ha mostrato con la mimica, facendo il verso a quei cristiani “spaventati dalla gioia” che pregano davanti alle cliniche abortiste con quelle facce tristi, untuose. Sai che risate si sono fatti, a Santa Marta!

Non è che lo dico per sospetto e pregiudizio. C’è almeno una prova del rapporto altamente confidenziale che unisce il Papa al suo imitatore e ventriloquo. Ed è il licenziamento in tronco di Dino Boffo dalla tv della CEI TV2000, avvenuta in febbraio. Un siluramento sgarbato e, come al solito, senza alcuna spiegazione. Ora, i lettori sanno se io ho particolare stima di Boffo, che fu mio direttore ad Avvenire: ma che modo è? La normale cortesia prevede che un direttore che è a quel posto da decenni venga congedato dagli editori con una gentile letterina: ringraziamento per i servizi resi, auguri di buona fortuna, riconoscenza e saluti. Invece, un calcio nel sedere, senza una parola. Tanto che il povero Boffo, «in mancanza di una spiegazione plausibile del suo licenziamento, si è rifiutato di sottoscrivere il comunicato ufficiale» messo sul tavolo per la controfirma, come ha scritto Repubblica.

Solo in aprile, sulla cacciata di Boffo qualcosa fa trapelare il segretario della CEI – sempre lui, Nunzio Galantino – quando dichiara in un’intervista alla Radio Vaticana: «Abbiamo fior di professionisti che per un malinteso senso di ecclesialità e di fedeltà alla Chiesa diventano più bigotti dei bigotti». Sandro Magister spiega che qui si allude a Boffo (come al solito senza nominarlo): «Si racconta che a papa Francesco non sia piaciuto il fervore con cui la TV della CEI e il suo stesso direttore davano lustro alle sue parole e ai suoi gesti, non solo presentandoli ma anche interpretandoli». Effettivamente, nei giorni e settimane seguenti la elezione di Bergoglio, Boffo è apparso un po’ troppo spesso nelle trasmissioni di TV2000: chiaramente voleva farsi notare da lui, forse ingraziarselo. Ha tenuto l’effetto contrario. Mi par di sentirlo, Bergoglio, davanti alla tv: «Ma chi è questo baciapile?». «Si chiama Boffo, Santità…». «Sbattetelo fuori. Come si permette di parlar di me, di interpretare i miei pensieri? Con quell’aria da bigotto, poi… Via, licenziatelo». Perché è chiaro che Galantino, queste espressioni («bigotto dei bigotti») le ha sentite dalla viva voce del pontefice.

Sappiamo anche che le punizioni mute, le bastonate senza una parola, sono coerenti con il «chi sono io per giudicare?» che è il pilastro della riforma bergogliesca: beccati “sto calcio in culo, ma tranquillo, mica ti sto giudicando”. È la base della teologia di papa Francesco, l’uomo che non deve chiedere mai; l’afasia punitiva, la randellata taciturna sono la conseguenza naturale del superamento dei dogmi, della dottrina; e persino della logica e buona educazione, evidentemente troppo «mondana».

Collegialità? Per Francesco è solo un modo per fare ciò che vuole lui.
Collegialità? Per Francesco è solo un modo per fare ciò che vuole lui.

Volevano la «collegialità»? Eccoli serviti
La collegialità è stata il cavallo di battaglia dei novatori al Concilio: volevano ridurre il magistero monocratico del Papa (il primato petrino, troppo autoritario) diluendolo nella «collegialità», obbligandolo a decidere insieme ai vescovi, quasi un primus inter pares. Appena eletto Francesco, i gesuiti americani si dicevano sicuri che il loro confratello divenuto Papa avrebbe posto la «rinnovata enfasi sulla collegialità, la collaborazione e la leadership condivisa con l’episcopato nel governo della Chiesa». Per questo sono state volute le Conferenze Episcopali nazionali, strumento che – per strana eterogenesi dei fini – doveva dare uno status di parità ai vescovi verso il Papa, e invece è riuscito a rendere i vescovi – ciascuno dei quali è discendente degli apostoli – un anonimo in un gruppo burocratico… ma questo è un altro discorso. Torniamo alla «collegialità» come l’ha applicata Francesco, anzitutto, verso la Conferenza Episcopale italiana, la CEI. Ricordando che per anni è stato il presidente della CEI a tenere il discorso inaugurale («prolusione») all’inizio della assemblea annuale dei vescovi. Ma adesso diamo la parola a Sandro Magister: quest’anno, «il cardinale Angelo Bagnasco, che ancora figura come presidente della conferenza episcopale italiana [benché Francesco l’abbia esautorato mettendogli alle costole un segretario generale, il comico Galantino], ha domandato a Francesco che sia lui, il papa, a tenere il discorso inaugurale all’assemblea plenaria dei vescovi convocata a maggio, cosa che nessun pontefice ha mai fatto. La richiesta del cardinale, si è letto nel comunicato ufficiale, “ha incontrato la pronta disponibilità del Santo Padre, che ha confidato di aver avuto in animo la medesima intenzione”. Infatti. Si sapeva da almeno un mese che Francesco aveva deciso così».

Che ve ne pare? A me, che sono vecchio e so di storia, ciò ricorda un pochino le sedute del Soviet Supremo sotto Stalin: quando tutti i delegati del Soviet (che sarebbe stato il potere legislativo), freneticamente, spontaneamente, all’unanimità, si alzavano per chiedere, implorare, pregare «il compagno Stalin» di suggerire loro le decisioni da prendere. Il compagno Stalin dapprima si sorprendeva; sùbito dopo, grato, riconoscendo che la richiesta del Soviet Supremo veniva proprio dal cuore, «ben volentieri» si degnava di prendere la guida anche dell’assemblea. Allora improvvisava un discorso che aveva preparato da qualche settimana: lanciava magari una campagna di repressione contro «i sabotatori annidati nel Partito»? Ecco le centinaia di membri del Soviet Supremo alzarsi ad applaudire freneticamente, in piedi per il sincero entusiasmo, a lungo, a lunghissimo. Nell’URSS di Stalin il Soviet poteva applaudire anche per ore, senza smettere; perché il compagno Stalin, lì presente, osservava e prendeva nota del primo che – dandosi l’aria indaffarata de membro che ha dei documenti da leggere – si sedeva e smetteva di battere le mani. Il giorno dopo, quello era scomparso.

Dite che sto esagerando? Che l’accolta dei vescovi italiani non può essere terrorizzata dal bonario, non-giudicante, simpatico e mite papa Francesco come fosse Josip Vissarionovic Stalin? Leggete il seguito di Magister: «Da quando lui è papa la CEI è come annichilita. Francesco ha chiesto ai vescovi italiani di dirgli come preferirebbero che avvenga la nomina del loro presidente e del segretario, se ad opera del papa, come è sempre stato in Italia, o con libere votazioni come avviene in tutti gli altri Paesi. Capita l’antifona, l’intenzione di quasi tutti i vescovi è di lasciare la nomina al papa. E se proprio egli vorrà che vi sia prima una votazione consultiva, la si farà, ma in segreto e senza spoglio delle schede. Le si consegneranno al papa ancora chiuse e lui ne farà quello che vuole. La CEI è la smentita vivente dei propositi di decentramento e “democratizzazione” della Chiesa attribuiti a Jorge Mario Bergoglio: l’unico che oggi vi è dotato di autorità effettiva è il segretario generale Nunzio Galantino, vescovo di Cassano all’Jonio. Ma la sua autorità è puro riflesso di quella del papa, che l’ha insediato».

Papa Francesco incontra i francescani dell'Immacolata e il kommissario Volpi.
Papa Francesco incontra i francescani dell’Immacolata e il kommissario Volpi.

Teologia della maleducazione
Qualche giornale s’è interrogato sulla condizioni di salute dell’amato Santo Padre. Ciò perché ripetutamente è mancato ad appuntamenti ed incontri anche importanti senza preavviso e senza spiegazioni. Come forse ricorderete, il 22 giugno 2013 è stato atteso inutilmente al concerto in suo onore organizzato in occasione dell’Anno della Fede. Il 4 dicembre poi Francesco ha cancellato bruscamente l’udienza al cardinale Angelo Scola e ai rappresentanti di Expo-Milano che volevano invitarlo all’evento. E ancora: il 28 febbraio, a pochi minuti dall’evento, Francesco rimanda la visita al Seminario romano; una settimana prima di partire per la Terra Santa, annulla il pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore previsto per il 18 maggio; 9 giugno: annulla improvvisamente alcune udienze, tra cui quella al Consiglio superiore della magistratura. L’ultima è stata quando ha dato buca ad una numerosa folla di fedeli che lo aspettavano al Policlinico Gemelli. Dai giornali si ricava che ha lasciato con un palmo di naso fedeli, medici ed anche i suoi collaboratori: «Grande il disappunto dei presenti che erano in attesa del Pontefice al momento dell’annuncio sul piazzale. Lo staff del Papa era già sul luogo della visita: il cerimoniere pontificio monsignor Guido Marini, alla domanda sui motivi del forfait ha risposto: «Se non lo sapete voi…». L’annuncio è stato dato dal vescovo Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico dell’Università cattolica, spiegando che la visita è stata rinviata. Giuliodori non ha aggiunto altro sui motivi dell’annullamento». Perché non lo sapeva nessuno, come si capisce, nemmeno il suo staff. A celebrare la Messa e leggere l’omelia che doveva pronunciar Francesco, è stato lasciato il cardinal Angelo Scola…

Ora, tutti questi appuntamenti bruciati, incontro stabiliti e mandati a monte senza preavviso e senza uno straccio di chiarimenti, ha indotto alcuni media a prendere per buona la scusa goffamente avanzata a posteriori dallo staff papalino («lieve indisposizione») e a chiedersi se il pontefice sia gravemente malato. Sono in grado di tranquillizzare sulla salute dell’amato papa: quando si assenta e la dà buca, è perché gli gira così. Alla curia di Buenos Aires mi hanno detto che faceva lo stesso anche quando era là come cardinale: una parrocchia lo invitava, preti e fedeli preparavano l’evento per mesi, pie donne allestivano un pranzo di festa — e lui arrivava di corsa, di corsa diceva la Messa, e scappava via di corsa, praticamente senza salutare, senza dire una parola, lasciando tutti attorno alla tavola tristemente imbandita. In curia a Buenos Aires si stupivano sinceramente di rivedere in tv Bergoglio che, nelle vesti papali, «sorride! E abbraccia i bambini!?». Molti me l’hanno descritto come uno scontroso scorbutico e sgarbato, un autoritario arbitrario che faceva più paura che simpatia; specie nella Curia, dove poteva stroncare carriere, aveva instaurato un clima di terrore. Me l’hanno descritto come un rozzo, maleducato; uno che «se la lega al dito»; uno che – fatto più grave – soggiace a innamoramenti e detestazioni fortissimi, e parimenti immotivati, per persone. Quelle che ama, le difende contro ogni evidenza e le promuove contro ogni merito; verso i suoi preferiti assume perfino atteggiamenti servili («gli fa da chierichetto alla Messa»); di quelli che odia, si vendica anche a distanza di anni.

Fin dai primi atti di pontificato, il Santo Padre ha mostrato di farsi trascinare da queste simpatie ed antipatie arbitrarie. Ognuno ricorderà come si sia innamorato del direttore dell’albergo Santa Marta dove abita, monsignor Battista Ricca, fino a nominarlo sui due piedi ai vertici dello IOR, la banca vaticana. Rievoca Magister: «Quando lo scorso giugno lo promosse a questo ruolo, papa Francesco era all’oscuro dei trascorsi scandalosi di Ricca, negli anni in cui costui era consigliere di nunziatura ad Algeri, a Berna e poi soprattutto a Montevideo», dove conviveva con il suo amante, nella sede stessa della Nunziatura. L’intimità di rapporti tra Ricca e Haari era così scoperta da scandalizzare numerosi vescovi, preti e laici di quel piccolo paese sudamericano, non ultime le suore che accudivano alla nunziatura». Informato da persone di sua fiducia dei trascorsi di Ricca e del suo ancor più scandaloso ritorno in carriera, Francesco ringraziò, si documentò e promise che avrebbe deciso di conseguenza. Ma dopo dieci mesi Ricca è ancora prelato dello IOR.

Antipatico, per contro, gli è il nunzio apostolico per l’Italia, Adriano Bernardini: «È gelo. Jorge Mario Bergoglio lo conosce bene e non gliel’ha perdonata. Quando Bernardini era nunzio in Argentina, tra il 2003 e il 2011, tirava le fila dell’opposizione all’allora arcivescovo di Buenos Aires». Bernardini contrastava Bergoglio sui «valori non negoziabili» (“Non ho mai compreso l’espressione valori non negoziabili”, ha detto il papa in una delle sue ultime interviste). Antipaticissimo gli è il cardinale di Milano Angelo Scola, suo serio concorrente al conclave: non a caso gli moltiplica le sgarberie, non si fa vedere agli appuntamenti, cancella gli incontri ufficiali con lui in Vaticano. Anche il presidente della CEI, monsignor Bagnasco, non gli piace proprio; e l’ha di fatto commissariato con Galantino, vescovo di una diocesi secondaria, parolaio e presenzialista ventriloquo del papa. L’errore imperdonabile di Bagnasco è stato di aver voluto essere il primo, all’uscita del Conclave, a congratularsi con Scola — che lui credeva eletto pontefice. Simpatia pubblica, invece per il cardinal Kasper, che ha lodato nel suo primo Angelus da San Pietro, urbi et orbi: “un teologo in gamba, un buon teologo”. Chi conosceva le idee di Kasper già ebbe così un annuncio di quel che era, implicita e non ancora pienamente espressa, la teologia bergogliana; inutilmente sperammo di no. Il proposito di dare l’eucarestia ai divorziati risposati viene da lì. Ed è da lì che, di fronte alle resistenze ed argomentazioni dei molti e seri oppositori, è venuta fuori la nota battuta: «Se domani venisse una spedizione di marziani, per esempio, e alcuni di loro venissero da noi, ecco… marziani, no? Verdi, con quel naso lungo e le orecchie grandi, come vengono dipinti dai bambini… E uno dicesse: “Ma, io voglio il Battesimo!”. Cosa accadrebbe?».

La risposta è più semplice di quella che pare. Da millenni la Chiesa battezza «marziani», aztechi, cinesi, cannibali, ex cacciatori di teste… lo fa però, dopo averli istruiti sul senso del Sacramento, insomma aver trasmesso la dottrina cattolica. Ma con la battuta dei marziani, è proprio la dottrina cattolica che si voleva dichiarare inutile — alludendo non ai marziani, ma ai divorziati che esigono la Comunione perché soffrono ad essere discriminati. Infatti, sùbito dopo, ecco il papa esplicare: «Lo Spirito soffia dove vuole, ma una della tentazioni più ricorrenti di chi ha fede è di sbarrargli la strada e di pilotarlo in una direzione piuttosto che un’altra». Capito l’antifona? Capìta: certamente la Comunione ai divorziati passerà, e il Cristo reale sarà dato a peccatori abituali non pentiti, che si suppone oggi essere il Corpo sociale di Cristo, fra gli applausi dei vescovi.

Difatti già il vescovo di Novara s’è scagliato contro un suo sacerdote (sta diventando un’abitudine, questa) che aveva spiegato che non può aver la Comunione chi convive, perché «vive in una infedeltà continuativa. Non si tratta di un peccato occasionale (per esempio un omicidio)», manca in questo caso «il dovere di emendarsi attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato e dalle occasioni che conducono ad esso». Come prevedibile, Repubblica (del caro Scalfari) fraintende: «Per il parroco di Cameri convivere è peggio che uccidere» e strilla allo scandalo. Immediatamente il vescovo del povero parroco, monsignor Giulio Brambilla, si precipita a dettare alle agenzie «una netta presa di distanza sia dai toni che dai contenuti del testo per una inaccettabile equiparazione tra convivenze/situazioni irregolari e omicidio». Ma che dico? Interviene persino un cardinal Baldisseri, nientemeno che Segretario del Sinodo per la Famiglia. Il quale per esprimere tutto il suo disprezzo per il povero parroco di Novara, detta alle agenzie: «È una pazzia. Si tratta di un’opinione strettamente personale di un parroco che non rappresenta nessuno, neanche sé stesso».

Come si permette, il cardinalone? Ma non si può dubitarne: quando vescovi e persino cardinali si mettono ad insultare, con la bava alla bocca, un povero parroco colpevole di aver detto una cosa vera, lo fanno perché sentono che ciò è gradito al Papa, che è coerente con il sistema a-dogmatico ed a-teologico implicito e in fieri con cui intende rinnovare il vecchiume della Chiesa. Sentono che possono fare questa cosa abbietta perché il povero parroco è uno di quelli che Bergoglio accusa di «tendere in maniera esagerata alla “sicurezza dottrinale”, in una visione statica e involutiva». Anche loro si fanno ventriloqui del Papa, sapendo che attaccare un debole può persino giovare alla carriera, nel nuovo clima.

Certo che questa gran passione e benevolenza per i lontani, il rifiuto di giudicare e di punire, tutta la bonomia e la comprensione per gli Eugenio Scalfari, tutta la calda misericordia per gay e divorziati, la bella e santa disposizione a mettere tra parentesi l’ortodossia per non irritare o non credenti (Galantino ha chiesto scusa ai “non credenti” perché tante volte il modo in cui viviamo la nostra esperienza religiosa ignora completamente le sensibilità dei non credenti, per cui facciamo e diciamo cose che molto spesso non li raggiungono, anzi li infastidiscono”), insomma tutta questa delicatezza, ha poi delle conseguenze violente, vilmente repressive e ripugnanti: che i vescovi si sentono in diritto di insultare e vilipendere i loro preti fedeli, che interi ordini religiosi vengono soffocati e con loro il loro carisma, e in generale il risultato è che tutta una formidabile volontà di odio, persecuzione, censura e stroncatura, si esercitano all’interno della Chiesa e contro una parte del popolo fedele.

Strani risultati della teologia progressista e che non si vuole «statica e involutiva», sganciata dalla «eccessiva sicurezza dottrinale», ma aperta e dinamica, pastorale e caritatevole senza limiti. E pazienza, se a questo prezzo, si attraessero folle e frotte di nuovi cristiani venuti da fuori, dalla miscredenza e dalle periferie esistenziali, attratti dalla riforma a-dogmatica, dal «chi sono io per giudicare» (i finocchi). Invece accade per esempio questo: chiude Ad Gentes, storica rivista missionaria, perché non vende più, e perché, come scrive il caro padre Gheddo nell’ultimo numero, «la missione alle genti sta perdendo la sua identità e interessa sempre meno, almeno in Italia: parrocchie, diocesi, seminari e il popolo di Dio. È difficile trovare un seminario che accolga volentieri un missionario e lo faccia parlare ai seminaristi. I seminaristi sono pochi, molto impegnati e le missioni interessano sempre meno. Fino al Concilio Vaticano II c’era la chiara affermazione della nostra identità: andare ai popoli non cristiani, dove ci mandava la Santa Sede, annunziare e testimoniare Cristo e il suo Vangelo, di cui tutti hanno bisogno. Certo si parlava anche delle opere di carità, di istruzione, di sanità, di promozione, di diritti e opere di giustizia per i poveri e gli sfruttati. Ma su tutto emergeva l’entusiasmo di essere stati chiamati da Gesù per portarlo a popoli che vivono senza conoscere il Dio dell’amore e del perdono. C’era l’entusiasmo della vocazione missionaria gioiosamente manifestato e quindi si parlava spesso di catechesi, catecumenato, conversioni a Cristo, preghiere e sofferenze per le missioni, del perché i popoli hanno bisogno di Cristo, ecc. Soprattutto si parlava di vocazioni missionarie, perché il missionario è un privilegiato che va fino agli estremi confini della terra per realizzare il testamento di Gesù quando sale al cielo».

Tutto questo è sparito dopo il Concilio. Oggi, istruiti dalla a-teologia ed a-dogmatica, dai ventriloqui e dagli esegeti di Bergoglio, possiamo capire meglio perché. Da una parte, se già l’affermazione dell’ortodossia è una «violenza metafisica» contro il prossimo non-credente, figurarsi cos’è la pretesa di convertire un pagano. E poi: convertirlo a che cosa, precisamente? A quali contenuti?

NOTE

1) Mi è doveroso citare almeno in nota un’altra ventriloquo formidabile, suor Fernanda Barbiero, dorotea; che il Papa tanto apprezza, da averla mandata a commissariare il ramo femminile delle francescane dell’Immacolata. Valorosa neo-teologa, suor Fernanda ritiene che quelle suore richiedano una bella riforma e spazzolata. Come ha scritto in un suo testo: «Noi religiose siamo state formate a un tipo di fede e di spiritualità che ci trattiene nella ragione. È una spiritualità congelata nella filosofia dell’essere, non più attuale per l’urgenza di costruire un’etica. Ed etica vuol dire relazione di vita, non ragione. (…) Noi dovremmo semplificare la religiosità e renderla più vicina ai bisogni reali dei poveri. C’è troppo “invisibile”, troppo arcano. La direzione della vita religiosa pare dimostrare che la santità ha il suo epicentro nell’al di là, nell’invisibile, o in una carità molto più vicina all’elemosina che alla responsabilità e all’impegno per un mondo più giusto. “Cercate il regno di Dio e la sua giustizia”, ha detto Gesù. Dove?… Dobbiamo riconciliarci con la storia come unico tempio dove Dio ha preso volto e casa». Niente più «spose di Cristo», basta con le clausure e mistiche preghiere d’intercessione e di espiazione per il mondo; nelle suore «c’è troppo invisibile, troppo arcano»; vadano a pulire i pavimenti nelle periferie esistenziali. È la vita contemplativa che viene qui del tutto condannata come inutile. È come se l’evangelica e indaffaratissima Marta avesse preso a calci la sorella Maria che stava ai piedi di Gesù bevendo le sue parole, urlandole: «Lavativa! Va’ a gettare la spazzatura, perditempo!».

© EFFEDIEFFE (2 luglio 2014)

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