Divorziati-risposati, “cavalcolata” sulla Comunione spirituale

È necessario chiarire che la Comunione spirituale non nasce per occultare uno stato di peccato — né tanto meno per sostituire quella sacramentale — rimandando, di giorno in giorno, la cessazione del peccato manifesto, l’accesso alla Confessione e perciò all’assoluzione nel sacramento della penitenza e riconciliazione. Eppure il card. Kasper prima e il teologo Cavalcoli adesso sostengono il contrario.

Essendoci già occupati della “nuova veste” teologica del rev.do Padre Giovanni Cavalcoli O.P. – vedi qui – e delle sagge risposte di mons. Antonio Livi – vedi quie vedi qui, il dibattito continua e non spetta a noi certamente giungere a delle conclusioni per altro già fatte dalla Chiesa, però una cosa la possiamo fare ed è quanto intendiamo approfondire parlando della Comunione spirituale.

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In una nuova risposta di padre Cavalcoli a mons. Livi, nella quale ovviamente si succedono sempre un “mons. Livi ha capito male; mons. Livi mi fa dire cose che non ho detto…” come a dire che tutti hanno capito male, spicca però una intera frase che in quanto laici possiamo liberamente discutere e trattare, dice padre Cavalcoli:

La Chiesa non dice da nessuna parte che queste persone siano costantemente prive della grazia di Dio, ossia in peccato mortale. Anzi, già il permesso attuale che esse hanno di fare la Comunione spirituale, suppone che esse possano essere in grazia, giacché, come si potrebbe pensare di fare la Comunione spirituale in uno stato di peccato mortale?

Quel che suona stonato è quel lasciar pensare e far passare che colui che vive in uno stato di manifesto adulterio (non essendo stato risolto il primo ed unico vero matrimonio), non si troverebbero in grave stato di peccato e che la prassi della Comunione spirituale essendo solo per chi è in stato di grazia, potrebbero riceverla, dunque, anche i divorziati-risposati.

Ma è proprio così?

Walter card. Kasper
Walter card. Kasper

Per la verità già il cardinale Walter Kasper, nell’introdurre il concistoro del febbraio 2014, citò le parole di Benedetto XVI del 2012 a Milano, secondo cui “i divorziati risposati non possono ricevere la comunione sacramentale ma possono ricevere quella spirituale”.

Ma il cardinale Kasper citò Benedetto XVI per avallare la sua teoria secondo la quale dice: “Molti saranno grati per questa apertura. Essa solleva però diverse domande. Infatti, chi riceve la comunione spirituale è una cosa sola con Gesù Cristo. […] Perché, quindi, non può ricevere anche la comunione sacramentale?

In verità il discorso che faceva Benedetto era assai diverso, egli aveva semplicemente detto che i divorziati risposati “non sono ‘fuori’, anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’eucaristia. Devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa… Anche senza la ricezione ‘corporale’ del sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo corpo“.

Seppur per vie diverse, alla fine, Cavalcoli finisce per sostenere le teorie di Kasper, entrambi finiscono per strumentalizzare la Comunione spirituale per arrivare, in verità, a far ricevere poi la Comunione sacramentale ai risposati che non hanno ottenuto lo scioglimento del primo matrimonio sacramentale.

Vediamo di sbrogliare questa matassa e, scusandoci per la lunga citazione, leggiamo come nasce e si sviluppa la vera Comunione spirituale:

La comunione spirituale, raccomandata dal santo Concilio di Trento, è un’estensione vantaggiosissima del Sacramento adorabile della Eucaristia, la quale produce ed aumenta la grazia secondo i gradi di amore e l’ardore dei desideri l’accompagnano. Anche accade alcuna volta che il frutto della comunione spirituale eguaglia quello della comunione sacramentale, questo ha luogo quando la fede è più viva e il desiderio più ardente.

Questa era ed è o dovrebbe essere la vera ed autentica Comunione spirituale. Che cosa è cambiato oggi?

Giovanni Cavalcoli OP
Giovanni Cavalcoli OP

Diciamo chiaramente che la Comunione spirituale nasce, come abbiamo letto sopra, non certo per sostituirsi alla Comunione sacramentale, al contrario, essa è rinforzo, il desiderio di quanti non potevano ricevere quella sacramentale ma non perché si trovassero in uno stato di peccato o di peccato mortale, ma per altri motivi legati ad impedimenti naturali quali il trovarsi senza una Messa, trovarsi in preghiera e desiderare Gesù ardentemente, trovarsi in malattia e sapendo di non poterLo ricevere sacramentalmente, e così via.

Ma deve essere chiaro che questa prassi non nasce per occultare uno stato di peccato o sostituirla con quella sacramentale rimandando, di giorno in giorno, la cessazione del peccato manifesto, l’accesso alla Confessione e perciò all’assoluzione nel sacramento della penitenza e riconciliazione mentre, sia Kasper quanto Cavalcoli, entrambi spingono a far credere il contrario.

La Comunione spirituale si sviluppa all’interno della Chiesa attraverso le parole di Gesù stesso: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21) e “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Gli Apostoli hanno inteso che davvero ci si poteva unire personalmente al Signore dall’interno del proprio cuore. Perciò san Pietro scriveva: “adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” (1 Pt 3,15) [si legga qui la saggia risposta di padre Angelo Bellon O.P. in Amici domenicani]

Così specifica Giovanni Paolo II nella enciclica dimenticata Ecclesia de Eucharistia:

“Proprio per questo è opportuno coltivare nell’animo il costante desiderio del Sacramento eucaristico. È nata di qui la pratica della «comunione spirituale», felicemente invalsa da secoli nella Chiesa e raccomandata da Santi maestri di vita spirituale. Santa Teresa di Gesù scriveva: «Quando non vi comunicate e non partecipate alla messa, potete comunicarvi spiritualmente, la qual cosa è assai vantaggiosa… Così in voi si imprime molto dell’amore di nostro Signore»”.

Dice ancora:

L’integrità dei vincoli invisibili è un preciso dovere morale del cristiano che vuole partecipare pienamente all’Eucaristia comunicando al corpo e al sangue di Cristo. A questo dovere lo richiama lo stesso Apostolo con l’ammonizione: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice» (1 Cor 11, 28). San Giovanni Crisostomo, con la forza della sua eloquenza, esortava i fedeli: «Anch’io alzo la voce, supplico, prego e scongiuro di non accostarci a questa sacra Mensa con una coscienza macchiata e corrotta. Un tale accostamento, infatti, non potrà mai chiamarsi comunione, anche se tocchiamo mille volte il corpo del Signore, ma condanna, tormento e aumento di castighi»”.

Il Pontefice recentemente canonizzato aggiunge:

“In questa linea giustamente il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce che: «Chi è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla comunione». Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, « si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale».

L’Eucaristia e la Penitenza sono due sacramenti strettamente legati. Se l’Eucaristia rende presente il Sacrificio redentore della Croce perpetuandolo sacramentalmente, ciò significa che da essa deriva un’esigenza continua di conversione, di risposta personale all’esortazione che san Paolo rivolgeva ai cristiani di Corinto: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5, 20). Se poi il cristiano ha sulla coscienza il peso di un peccato grave, allora l’itinerario di penitenza attraverso il sacramento della Riconciliazione diventa via obbligata per accedere alla piena partecipazione al Sacrificio eucaristico.

Il giudizio sullo stato di grazia, ovviamente, spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza. Nei casi però di un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale, la Chiesa, nella sua cura pastorale del buon ordine comunitario e per il rispetto del Sacramento, non può non sentirsi chiamata in causa. A questa situazione di manifesta indisposizione morale fa riferimento la norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti « ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto »(1).

E allora, seguendo i ragionamenti di san Giovanni Paolo II è evidente che sia Kasper quanto Cavalcoli entrambi sbagliano.

Padre Cavalcoli intende affermare che chi vive la seconda unione (mentre era sposato ed ha divorziato) non commette “sempre” peccato, non sarebbe cioè sempre in uno stato di peccato grave… lo sappiamo è incomprensibile quanto afferma, ma questo è.

San Giovanni Paolo II, il "papa della famiglia".
San Giovanni Paolo II, il “papa della famiglia”.

Non è comprensibile quando, tale coppia, sarebbe in peccato e quando sarebbe invece, come afferma, in uno stato di grazia vivendo essi in uno stato che è peccato.

Il “peccato grave manifesto” di cui parla Giovanni Paolo II è proprio quella testimonianza pubblica attraverso la quale e nel nostro caso ( i casi sono tanti e diversi), i concubini-risposati civilmente, vivono in uno stato di peccato manifesto. Che oggi la Chiesa abbia tolto loro una certa “gravità” (a partire dalla  revoca di scomunica ai divorziati nel Diritto Canonico del 1983), non significa che questo non resti un peccato e per di più il “peccato manifesto”, il quale può essere assolto soltanto attraverso il sacramento della riconciliazione.

Il fatto che oggi la Comunione spirituale sia sollecitata a tutti, anche a chi è peccatore, non significa che tale “peccato manifesto” sia venuto meno, al contrario, il ricorso alla Comunione spirituale deve servire per cessare il peccato e il peccato pubblico, e non in attesa che la Chiesa legalizzi un certo peccato, in questo caso che giunga a legalizzare il matrimonio civile di seconde nozze (con in piedi quello sacramentale), come auspicato e sperato sia da Kasper quanto, oggi, da Cavalcoli.

Per questo noi sosteniamo piuttosto la saggia risposta di mons. Livi a padre Cavalcoli – vedi qui – laddove sottolinea:

“La Chiesa considera giustamente queste persone come in “stato di peccato”, ossia in una situazione oggettiva che li priva della grazia di Dio e che non consente loro di ricevere l’assoluzione sacramentale se non dopo aver mostrato al confessore segni concreti di conversione (pentimento interiore e riparazione esteriore), il che consentirebbe loro di tornare a uno stato di grazia e di potersi accostare alla Comunione.”

Non ci rimane che mettere in guardia dall’uso ed abuso strumentale che si fa ora della Comunione spirituale per giungere a formalizzare una situazione di peccato manifesto e pubblico. Vogliamo concludere con l’articolo di Sandro Magister del 31.12.2014 – vedi qui il testo integralmente – dove, citando un altro padre domenicano diceva:

La comunione spirituale, infatti, può essere intesa in modi diversi e quindi prestarsi ad equivoci anche gravi. Il testo che segue è stato scritto proprio per fare chiarezza su questo punto. L’autore, il teologo domenicano Paul Jerome Keller, professore dell’Athenaeum of Ohio di Cincinnati (..) per un numero speciale dedicato ai temi del sinodo, con otto saggi di altrettanti dotti domenicani degli Stati Uniti…. (..)  e scrive il domenicano Keller:

È un po’ sorprendente non trovare una menzione della comunione eucaristica spirituale in nessuna delle quattro costituzioni del Concilio Vaticano II o nel Catechismo della Chiesa cattolica. È forse per questo motivo che l’idea di fare una comunione spirituale non è un’opzione familiare ai fedeli dei nostri giorni. Quando la comunione spirituale è menzionata nell’insegnamento ufficiale della Chiesa [di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI] sembra esserlo unicamente nei termini di una comunione di desiderio. […]

È in questo quadro che noi possiamo procedere a esaminare la posizione del cardinale Kasper sulla santa comunione ai divorziati risposati, chiarendo ciò che è messo in gioco riguardo alla comunione spirituale.

Chi può fare una comunione spirituale?

Siccome Cristo ha stabilito il legame matrimoniale sacramentale come indissolubile, e a motivo di ciò Cristo non consente il divorzio e un nuovo matrimonio, una persona che vuole risposarsi mentre un suo precedente legame sacramentale di matrimonio continua a sussistere non può pretendere di essere una cosa sola con Gesù Cristo, perché così contraddice almeno questa parte del comandamento di Cristo.

Pertanto, tale persona non è in grado di ricevere la comunione sacramentalmente e nemmeno spiritualmente. Solo una persona che realmente stia cercando di rimediare a ciò che le impedisce la piena comunione con Cristo può iniziare a essere in condizione di fare una comunione spirituale. […]

Dobbiamo evitare l’errore di pensare che la comunione spirituale sia il sostituto della comunione sacramentale per i divorziati risposati e in definitiva per chiunque sia impedito a ricevere l’eucaristia a causa di un peccato mortale. Il pericolo pastorale insito in questa credenza è che prendano spazio un errore e una confusione circa la dottrina della Chiesa, inducendo a pensare che il peccato che impedisce la comunione sacramentale “non sia poi così male”, poiché uno può avere a disposizione comunque la sostanza della comunione. […] Per poter ricevere le grazie della comunione con Cristo, sia sacramentale che spirituale, per tutti in qualsiasi stato di vita, ciò che è necessario è l’interiore conversione a Cristo e una manifestazione di questa conversione nelle azioni esterne e nel modo di vivere. […]

Non c’è nessuna strumentalizzazione della persona sofferente, sia essa il divorziato risposato o il catecumeno (che anche lui deve essere reso giusto sacramentalmente prima di ricevere la santa comunione). C’è solo la mano tesa e trafitta del Crocifisso e Risorto, il quale, tramite la Chiesa, offre la salvezza a ogni persona che sceglie di rivolgersi a Cristo, abbracciando lui solo anche nelle decisioni più difficili della vita. Egli offre continuamente il suo corpo e il suo sangue affinché tutti coloro che scelgono di indossare l’abito nuziale bianco (cfr Mt 22, 11-14; Ap 19, 8) possano accedere al suo banchetto eterno.

Esposta davanti ad ogni persona c’è la festa dell’eucaristia, offerta in modo che tutti noi possiamo sperimentare sempre di più la fame per il pane della vita, sia sacramentalmente che spiritualmente. Per ogni cristiano, il pentimento è la trasformazione dell’inedia in fame, una fame che Cristo promette di soddisfare al di là di ogni nostra immaginazione.”

__________

1) san Giovanni Paolo II, enc. Ecclesia de Eucharistia.

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