Papa Francesco interviene in difesa di Asia Bibi

“Le favole non dicono ai bambini che i draghi esistono. Perché i bambini lo sanno già. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti.”
(GK Chesterton)

Lasciamo ora la tastiera a Don Felice Prosperi….

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La Bibbia e il Corano? Hanno lo stesso spirito. Parola di papa Francesco

E come si fa a non chiamarla “ennesima bergoglionata”? Diversamente dovremo chiamarla col suo vero nome: eresia. Ma poi ti accusano di dare dell’eretico al Papa e dunque tanto meglio lasciare la bergoglionata naufragare tra i rivoli della rete, insomma far finta di nulla e pensare, semmai, di aver capito male noi.

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Aggressioni e bombardamenti, quando i “buoni sentimenti” fanno più male che bene

di Antonio Socci (21/08/2014)

Strage di cristiani in Iraq.
Strage di cristiani in Iraq.

Ieri la stessa mia osservazione critica a Bergoglio era fatta da uno certamente di sinistra e non neocon né tecocon, Adriano Sofri, sicuramente simpatizzante di questo Papa.

Dunque Sofri scriveva: “Caro Papa Francesco, ti dirò una cosa ovvia, ma vera, che la tua idea che sia lecito ‘fermare gli aggressori’ è giusta (non è solo lecito, è doveroso), ma che la condizione, ‘che non significa bombardare’, annulla la premessa… Il desiderio umanissimo e cristiano di fermare gli aggressori senza impiegare mezzi adeguati alla loro brutalità, lascerebbe alla loro mercé donne bambini vecchi e uomini, di tutte le fedi e nazioni”.

Questo è il punto. E lo centra perfettamente uno che certamente non è un fan della crociata, né un guerrafondaio.

Dichiarazioni come quelle che esortano a “fermare” gli assassini, ma senza torcere loro un capello servono solo a salvarsi la faccia, mentre si lasciano gli innocenti e gli inermi nelle mani dei carnefici…

E’ su questo che si deve discutere. Ma negli articoli di chi pretende di “fermare gli aggressori” senza la forza, non c’è traccia del pianto delle vittime, né si dice “come”, quale altro mezzo propongono.

Il resto è fuffa, francamente stucchevole…

Stamani ho visto che il “Sussidiario” ha lanciato un articolo di un mio amico, Luca Doninelli, che voleva essere polemico con me. Titolo: “Socci e il Papa / Doninelli: ecco la vera differenza fra Francesco e i ‘crociati’ “. Ho letto con curiosità, ma deluso mi sono reso conto che Luca invece di prendersela come me, come promesso dal titolo, mena il can per l’aia e polemizza con suoi ignoti interlocutori. Nel merito dei miei articoli Doninelli non dice nulla. E soprattutto, ahilui, non dice una parola su quei poveracci, uomini donne e bambini, inermi e braccati che rischiano di finire sgozzati, crocifissi o violentati come altre migliaia.

È questo l’aspetto imbarazzante dei tanti che oggi corrono a “difendere” papa Bergoglio, che non ne ha bisogno perché è da tutti lodato. Anche e soprattutto da lui attendiamo lumi su cosa si dovrebbe fare. L’infantile e opportunistica papolatria di tanti non aiuta nessuno. E le chiacchiere su crociate o non crociate sono un modo per voltare la testa dall’altra parte…

MA SE NELLE MANI DEGLI SGOZZATORI DELL’ISIS CI FOSSERO I VOSTRI FIGLI E LE VOSTRE MOGLI O I VOSTRI MARITI RAGIONERESTE ANCORA COSI’?

© Antonio Socci pagina ufficiale

Quando Bergoglio filo-islamico attaccava Ratzinger

Il duello dopo il discorso di Ratisbona del settembre 2006.

di Fausto Carioti (22 agosto 2014)

Una storia di otto anni fa, accaduta a Buenos Aires, aiuta a capire la posizione adottata da papa Francesco nei confronti dell’Isis, lo «Stato islamico» che ha intrapreso una spietata caccia ai cristiani. Evitando come sempre di nominare l’islam e i fanatici islamisti, Jorge Mario Bergoglio ha invitato a «fermare l’aggressore ingiusto», ma senza «bombardare» né «fare la guerra». Una scelta che non sembra lasciare salvezza alle vittime e per questo è giudicata sterile da molti: credenti (incluso, su queste colonne, Antonio Socci) e non (è il caso di Massimo Cacciari).

Papa Francesco con padre Guillermo Marcó.
Papa Francesco con padre Guillermo Marcó.

In realtà questo intervento è perfettamente in linea con le idee che Bergoglio ha espresso in tanti anni: sempre improntate all’appeasement, all’accomodamento con quelli che il papa, anche di recente, ha chiamato «i nostri fratelli musulmani». L’episodio più clamoroso risale appunto al 2006, subito dopo il discorso tenuto da Joseph Ratzinger nell’aula magna dell’università di Ratisbona, il 12 settembre. In quell’occasione il papa tedesco aveva citato una frase dell’imperatore bizantino Manuele II: «Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava». Parole, spiegò poi Ratzinger, che gli servivano per «evidenziare il rapporto essenziale tra fede e ragione», e che non implicavano identica condanna dell’islam da parte del papa. Ma questa sottigliezza accademica e teologica non fu colta dal mondo islamico, che si scagliò compatto contro Ratzinger, il quale fu anche minacciato di morte.

A colpire il pontefice, però, furono soprattutto le accuse che gli lanciarono alcuni esponenti della Chiesa. Tra questi, l’allora arcivescovo di Buenos Aires.

Il futuro papa non parlò in prima persona. A intervenire fu padre Guillermo Marcó, portavoce di Bergoglio. Parlando con l’edizione argentina del settimanale Newsweek, usò toni durissimi: disse che quella di Ratzinger era stata una dichiarazione «infelice». E ancora: «Le parole del Papa non mi rappresentano, io non avrei mai fatto quella citazione». Concludendo: «Se il Papa non riconosce i valori dell’islam e tutto resta così, in venti secondi avremo distrutto ciò che è stato costruito in vent’anni».

Parlava Marcó, ma tutti sapevano che quelle frasi rappresentavano il pensiero del suo superiore. Così, mentre il papa difendeva le proprie ragioni dinanzi al mondo islamico, una delle voci più influenti della Chiesa latinoamericana, di fatto, si schierava dalla parte dei musulmani. Parole «inaudite», quelle del portavoce di Bergoglio, tanto che dentro le mura leonine «per un pezzo non si è parlato di altro», ha riferito un monsignore al Clarín, uno dei principali quotidiani argentini. Messo di fronte allo scandalo, Marcó sostenne di aver detto quelle cose non come addetto stampa di Bergoglio, ma in qualità di presidente dell’Istituto per il dialogo inter-religoso, altro incarico da lui ricoperto. Giustificazione poco credibile, tant’è che da Roma partirono pressioni sull’arcivescovo affinché lo sconfessasse. «Come è possibile che il suo portavoce abbia fatto simili dichiarazioni e Bergoglio non si senta obbligato a smentirlo e rimuoverlo immediatamente?» domandò al Clarín una fonte vaticana. Il sacerdote, però, rimase al proprio posto. Fu sostituito qualche mese dopo, quando a chiederne la testa, per altre ragioni, fu il ministro dell’Interno argentino, evidentemente ritenuto più importante di Benedetto XVI.

Joaquín Piña Batllevell (1930-2013)
Joaquín Piña (1930-2013)

Nel frattempo il Vaticano aveva tolto uno degli uomini di Bergoglio, il gesuita Joaquín Piña, dall’incarico di arcivescovo di Puerto Iguazú: Piña aveva rilasciato alla stampa dichiarazioni simili a quelle di Marcó. Il quotidiano inglese The Telegraph, ricostruendo la vicenda, racconta che da Roma avvisarono Bergoglio che sarebbe stato rimosso anche lui, se avesse continuato a delegittimare Ratzinger. E che Bergoglio reagì cancellando il viaggio che avrebbe dovuto portarlo al sinodo convocato dal papa. La cosa non finì lì.

Il 22 febbraio 2011 il nunzio apostolico in Argentina, l’arcivescovo Adriano Bernardini, proprio a Buenos Aires pronunciò un’omelia di fuoco contro i nemici di Ratzinger. Il Santo Padre, disse, è vittima di una «persecuzione», è stato «abbandonato dagli oppositori alla Verità, ma soprattutto da certi sacerdoti e religiosi, non solo dai vescovi». Molti di quelli cui si riferiva erano lì, in chiesa, davanti a lui. Bernardini, oggi nunzio in Italia, non è annoverato tra le simpatie di papa Bergoglio.

© LIBERO QUOTIDIANO

Francesco, uno come noi

di Piero La Porta (22 agosto 2014)

Francesco è come noi, né più né meno; per questo piace tanto a tutti, anche ai fratelli mussulmani in Iraq e alle loro avanguardie fra noi.

Abbiamo, anzi ci fu dato Francesco. Chi ha detto che i pontefici debbano essere sempre superlativi? Quanti di noi hanno vissuto a cavallo di due secoli, credenti o non, diciamoci la verità, ci siamo convinti che i pontefici, anche quelli detestati, debbano avere qualità speciali. Chi ci osservasse dall’alto, stupirebbe per la nostra follia.

Ci fu dato un gigante della fede e della carità come Pio XII; l’abbiamo calunniato, bistrattato, ricoperto d’ogni contumelia. Abbiamo calpestato la sua dignità e la sua immensa e silenziosa carità, dando credito a un teatrante, prezzolato da satanici fabbricanti del male. Sprofondati costoro nelle fognature della storia, non di meno lasciamo Papa Pacelli nell’ombra.

Dopo alcuni turni arrivò, come avesse un appuntamento con la storia, il grande Giovanni Paolo II, grande al punto da portarci oltre l’Unione Sovietica senza far scoppiare una guerra. Se fosse stato vivo Charles De Gaulle gli si sarebbe genuflesso. Il grande generale, per la verità un po’ antipatico e arrogante, non smetteva di ripetere che gli Stati nascono e muoiono grazie alle guerre, secondo un’immutabile legge millenaria. Se De Gaulle avesse assistito la notte del Santo Natale del 1991 allo scioglimento imbelle dell’Unione Sovietica, non avrebbe esitato a piegare la fronte davanti al grande papa polacco. Era il Santo Natale cattolico, non quello ortodosso, per dire la coincidenza.

Egli giunse dopo trenta giorni di interregno di papa Luciani (in qualche misura un antesignano di Bergoglio). L’accoglienza per Giovanni Paolo II? Gli abbiamo sparato, lo abbiamo diffamato (a mezza voce, s’intende, ché il personaggio non era indifeso); non appena le forze gli sono venute meno, quanti digrignavano i denti fin dai primi attimi del suo regno si sono fatti avanti per insozzarne la memoria, come iene intorno a un leone morente.

Il caso o la Sua mano, fate un po’ voi, ci offri non dimeno un’ulteriore opportunità. Benedetto XVI, un altro gigante della fede, per di più sorretto da un’intelligenza vertiginosa come la sua cultura. La sua qualità più grande era tuttavia la bontà. Accoglienza? Ostilità e trappole a Bruxelles come a Washington, a Parigi come nell’amata Berlino e prima ancora a Monaco e a Petersburg, a Londra come a Roma, di qua e di là del Tevere. Travolto da una malvagità sconfinata, s’è ritirato e prega per noi.

È arrivato Bergoglio e scopriamo che non c’è una scuola dove si insegna come fare il papa. Una persona normale, persino più accessibile del parroco che incontriamo a messa, ci parve una soluzione per un mondo impazzito.

Buona sera, disse affacciandosi per la prima volta dalla loggia petrina. Avrebbe potuto dire “sia lodato Gesù Cristo”, preferì un saluto mondano. Poi chiese alla piazza di pregare per lui. La piazza obbedì, ignara di quanto necessaria e opportuna fosse quella richiesta.

Tornato da Lampedusa è andato in Corea del Sud sorvolando, andata e ritorno, il deserto di Ninive dove centomila agnelli sono massacrati, castrati, sgozzati, violentati, schiavizzati, abbandonati a se stessi o tutt’al più destinatari di armi regalate dalle satrapie europee. Domani o fra qualche mese il sangue traboccherà e la cristianità sta come la gallina fascinata dal serpente, illusa d’essere risparmiata per la sua paralisi. Il sangue tuttavia s’approssima, incurante delle astuzie semantiche. «Siate candidi come colombe e prudenti come serpenti» raccomandò Cristo ai suoi discepoli, vedendo molto lungo, come gli fu consueto. Da tempo si disputa se Cristo disse “prudenti” o, come altri invece sostengono, raccomandò di essere “astuti”. Comunque sia andata, sul sacro aereo si direbbe sia mancata tanto la prudenza quanto l’astuzia mentre aleggiava la nuova dottrina petrina sulla guerra giusta: «È lecito fermare l’aggressore. No bombardare.»

Speriamo che i fratelli mussulmani non abbiano sentito: se tutt’al più li si può “fermare”, il territorio sinora acquisito appartiene a loro, visto che non li si deve bombardare né muovere guerra, come il papa ordina. Neppure li si potrà cacciare, armi alla mano, dalle nostre città se decideranno d’impossessarsene. Li potremmo tutt’al più fermare. In verità, fermarsi qui è un esercizio ben conosciuto da tempo, col favore delle cooperative e della Caritas che speculano sulle generose sovvenzioni dello Stato, senza dimenticare il sostegno dei politici che è lecito sospettare alquanto e concretamente interessato. Appare quindi un tantino bizzarra, questa nuova dottrina del “fatto compiuto” mediante l’apostolico “fermare”, ma sicuramente è dottrina meditata, anzi premeditata.

Se sul santo aereo vi fosse stato un giornalista avrebbe potuto fare qualche osservazione. Santità, lei è il Vicario di Cristo, nessuno meglio di lei può applicare la propria dottrina, peraltro già messa in opera nel lontano 452. Vada lei a fermarli, come fece Leone Magno con Attila.

Tra l’altro sarebbe più facile, con l’aereo è un momento: atterrare, benedire i fratelli mussulmani in armi e poi dire loro soavemente come Leone Magno ad Attila: fermatevi!

Né bombe né guerra, vada dunque, Santità.

«Se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea possiamo andare in Iraq. Era una delle possibilità»

Ed è, questo diciamolo, un buon messaggio mediatico, come il «Vergogna!», quello lanciato da Lampedusa verso le telecamere raccolte a Roma da padre Federico Lombardi, di casa sotto l’albero del bene e del male.

«Se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea possiamo andare in Iraq. Era una delle possibilità» Posporre il passato col presente per dare a intendere di fare ciò che invece si omise ci parve un po’ differente dall’evangelico «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», ma non sottilizziamo. D’altronde padre Lombardi è molto soddisfatto mentre il Papa esegue diligentemente, peccato però che non si arresti: «In questo momento…». Francesco non è abbastanza gesuita e Lombardi ha un sussulto di contrarietà vedendo la pentola scoperchiarsi: «In questo momento…».

Francesco s’interrompe, ha capito d’essersi cacciato in trappola, cerca le parole, imbarazzato infine sparacchia: «In questo momento…non è… la cosa migliore… da fare, ma sono disposto ad andare in Iraq». Padre Lombardi è livido, l’espediente è riuscito a metà. Ci penseranno i cortigiani a passare il messaggio: «Il Papa vuole andare in Iraq» cioè l’esatto contrario di quanto è nei fatti avvenuto. «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», ma dopo tutto è solo il Vangelo, un vecchio libro di origini incerte.

Se nel sacro aereo vi fosse stato un giornalista si sarebbe chiesto: «Non è la cosa migliore da fare? Sotto i nostri piedi, mentre li sorvoliamo, i fratelli mussulmani, meno moderati del consueto, scannano, tagliano le teste, castrano i bambini per farne eunuchi nei ginecei dove rinchiudono le loro madri e sorelle. Tagliano le teste, seppelliscono vivi, mutilano i morti. Un gregge di centomila disperati, e noi che eravamo a Lampedusa con le telecamere, per duecento vittime della fatalità, oggi sorvoliamo l’ecatombe, affrettandoci verso le nostre (per ora) sicure dimore.

Qual era la cosa migliore da fare, in quel momento, per il Papa? Chi prima di lui dovrebbe dare l’esempio se non per “fermare” i fratelli mussulmani, almeno per consolare le vittime?

I fratelli mussulmani sono avvertiti. Poiché altro non è consentito se non “fermare”, più avanti si portano, più cristiani uccidono, più bambini massacrano, meglio è. Il “fatto compiuto” è dunque il nuovo dogma petrino sulla guerra giusta. Duemila anni di civiltà cattolica sono a una svolta. Bene, se questo deve essere così sia e Francesco dia l’esempio e vada a fermarli.

Ci fu dato più d’un pontefice dall’intelligenza finissima e dalla fede adamantina, profeti bistrattati, assassinati, derisi. Oggi abbiamo Bergoglio.

«Gesù stesso», ricordò Francesco nell’omelia del 4 aprile, «lo disse ai Farisei, come narra quel celebre capitolo 23 di san Matteo che ci farà bene leggere. Gesù è esplicito: i vostri padri hanno ucciso i profeti ma voi per togliervi la colpa, per ripulirvi, ai profeti fate un bel sepolcro!». Rileggiamolo, quel brano. Dopo quattro mesi non abbiamo fatto per i santi martiri profeti dell’Iraq neppure il poco che fecero i Farisei, neppure abbiamo benedetto i loro sepolcri, neppure salmodiando “fermatevi”, se non a distanza di sicurezza.

Suvvia, nessuno obbliga la sorte o lo Spirito Santo a darci un papa che sia un genio e un gigante della fede. Dopo tutto Francesco è in buone mani: padre Lombardi suggerisce le sapienti mosse e seleziona i docili cortigiani amanuensi che le consegnano alla storia, in cambio possono fare la spesa allo spaccio del Vaticano e succhiare la benzina con lo sconto. A questo prezzo orinano sulla verità, miserabili. Con questi mezzi, insieme a questi amici fidati fermeremo i moderati fratelli mussulmani, guardando con fiducia al futuro, perché abbiamo Francesco, un Papa che è come noi, né più né meno; per questo piace tanto a tutti, anche ai moderati fratelli mussulmani in arrivo e alle loro avanguardie fra noi.

Francesco! Francesco! Francesco, dove vai?!?

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I figli cristiani massacrati dal satanico “califfo” musulmano, mentre il padre, più o meno santo, non è mai sostituibile

di Padre Ariel S. Levi di Gualdo (18/08/2014)

Mentre l’odore dei cadaveri di uomini, donne e bambini sale ormai al cielo gridando vendetta al cospetto di Dio, nel deserto di Ninive decine di migliaia di cristiani sono perseguitati da integralisti islamici [qui, qui, qui, qui, ecc..] che hanno tradotto in violenza e morte il verbo del falso profeta Maometto. E qui è bene chiarire subito: gli ecumenisti spinti ed i politici del dialogo interreligioso privi di memoria storica e di prospettiva futura che giocano rischiosamente con le torce accese attorno ai barili di benzina aperti, sono liberi di indicare questa discutibile figura del VI secolo come “profeta”, o persino come “il grande profeta dell’Islam”, sfoggiando così anche un tocco di piaggeria, che per quei cattolici che dialogano con tutto e con tutti meno che col Cattolicesimo e coi cattolici, non guasta mai. Libero però dal canto mio, senza alcuno ledere e senza alcuna religione vilipendere, di considerare invece Maometto un falso profeta, volendo potrei anche pensare: chissà che si trovi davvero là dov’ebbe a collocarlo Dante Alighieri? [Inferno, XXVIII, 27-51, qui]. Oppure: può essere che dimori nel luogo in cui lo dipinse Giovanni da Modena in un’opera del XIV secolo conservata tutt’oggi nella con-cattedrale di San Petronio in Bologna e ispirata alla Divina Commedia? [qui, qui]. Rimango in ogni caso d’accordo in fede e coscienza col vescovo e martire Stefano Pendinelli [qui], che quando nel 1480 i saraceni irruppero nella cattedrale di Otranto intimandogli: «Smetti di nominare Cristo, Maometto è quello che ora regna!». Egli rispose: «Miseri ed infelici, perché vi ingannate invano? Poiché Maometto, vostro legislatore, per la sua empietà soffre nell’inferno con Lucifero e gli altri demoni le meritate pene eterne; ed anche voi, se non vi convertite a Cristo e non ubbidite ai suoi comandamenti, sarete nello stesso modo bruciati con lui, in eterno». Detto questo fu sgozzato sul suo seggio episcopale. Il 13 agosto, circa ottocento abitanti di quella città, furono giustiziati dai musulmani [qui] ed i loro resti sono oggi conservati e venerati nella antica cattedrale [Cf. Antonio de Ferrariis, de Situ Japigiae, 1558].

Merita poi ricordare che Maometto, ultra cinquantenne, pur avendo già una decina di mogli ed in più varie concubine nella sua riserva [qui], sposò infine una bimba di sei anni, Aisha, figlia del primo califfo dell’Islam Abū Bakr. Un dato storico imbarazzante se letto con le categorie odierne, come dimostra una gazzarra televisiva avvenuta pochi anni fa [qui, qui, qui]. Per questo diversi studiosi islamici contemporanei tentano di ipotizzare che la piccola potrebbe essere stata data in moglie a Maometto a 10 anni con la consumazione del matrimonio avvenuta a 15, altri posticipano persino l’età della consumazione a 19 anni; un’età elevata per la cultura e la società dell’epoca. Secondo la maggior parte delle fonti l’età indicata è però quella di sei anni per il matrimonio e di nove per la sua consumazione. Lo conferma il professor William Montgomery Watt, considerato uno tra i più grandi storici dell’Islam, celebrato come tale dal mondo arabo alla sua morte avvenuta nel 1960. Per l’insigne studioso l’età del matrimonio di Maometto con Aisha e la consumazione dello stesso è quella indicata dalla maggior parte delle fonti islamiche: 6 e 9 anni [Cf. Sahih Muslim, libro VIII, 3310, Sahih Bukhari, vol. VII, libro 62, n. 64]. A poco val dunque cambiare la storia passata per evitare imbarazzi presenti, specie considerando che di recente, in Egitto, il partito dei salafiti ha avanzato la proposta di legge che un uomo possa sposare una femmina già dall’età di 9-10 anni ed iniziare a svolgere su di lei attività sessuali moderate, rifacendosi in tal senso all’esempio dato dallo stesso Maometto. Proposta grazie a Dio respinta, ma che in sé la dice però lunga sull’aria che tira in non pochi ambienti islamici [qui, qui].

Chi afferma che il variegato e frammentato mondo islamico — che non è una religione omogenea, con una dottrina e un magistero più o meno univoco, con una struttura centrale ed una guida mondiale — è una “religione d’amore”, mente e nega la realtà. l’Islam è una religione strutturalmente violenta, perché la violenza è contenuta nei suoi testi “sacri”. Quando infatti si parla di “violenza” in rapporto ai testi, non si esprime una vaga opinione peregrina ma si fa un preciso riferimento storico e scientifico a documenti scritti. Quando invece si parla di testi sacri, ci si riferisce a documenti scritti che da una parte sanciscono una dottrina e dall’altra una legge vincolante, specie in paesi islamici nei quali non esiste neppure il concetto di separazione tra potere politico e potere religioso, sia storicamente sia politicamente. E chiunque avesse argomenti per smentire questi dati di fatto, sappia che i nostri spazi sono sempre lieti di ospitare repliche senza limiti e senza censure, essendo noi dei sereni pensatori cattolici animati dalla libertà dei figli di Dio, non degli jihadisti che staccano le teste dai tronchi dei corpi di chi non la pensa come loro giocando poi con esse a pallone tra scherni e risa [qui, qui, qui]. Il tutto sempre per rimanere nel tema delle religioni che producono quell’amore che, se non esiste nella realtà, deve esistere comunque per i surreali bisogni dettati dalle nostre necessità di sicurezze socio-psicologiche, per le quali siamo pronti — pur di difenderci dall’orrido vero — di vedere e di cogliere amore là dove proprio non c’è. A tal proposito l’Arcivescovo di Mosul, Amel Nona, riparato con molti suoi fedeli sopravvissuti ad Erbil, ha recentemente dichiarato: «Ho perso la mia diocesi. Il luogo fisico del mio apostolato è stato occupato dai radicali islamici che ci vogliono convertiti o morti […] voi pensate che gli uomini sono tutti uguali, ma non è vero. L’Islam non dice che gli uomini sono tutti uguali. I vostri valori non sono i loro valori. Se non lo capite in tempo, diventerete vittime del nemico che avete accolto in casa vostra» [qui].

Chi afferma che i musulmani adorano il nostro stesso Dio rischia di scivolare nella blasfemia, oltre a non tenere in considerazione il fatto che noi cattolici, nel frammentato mondo islamico, siamo considerati — in tal caso univocamente — degli idolatri e degli infedele bestemmiatori che attraverso la Trinità adorano tre dèi, uno dei quali è l’uomo Gesù, che era solo il penultimo profeta che precedette l’ultimo “grande” profeta, Maometto; e che da noi sarebbe stato divinizzato in somma profanazione al Nome di Dio.

Per buon galateo interreligioso, o più semplicemente per non porre a rischio la nostra pelle o quella dei nostri fedeli che vivono perseguitati dai musulmani in vari angoli del mondo, bisogna guardarsi bene dal replicare, in sereni e pacati discorsi scientifici improntanti sulla antropologia delle religioni, che Maometto, come la storia dimostra, era sì un profeta: il profeta dei barman, al quale riconosciamo indubbio talento nell’uso dello shaker per la preparazione dei cocktail. Dopo avere infatti raccolto e attinto da Ebraismo, da Cristianesimo e da non pochi culti pagani, ha preso e infilato tutto in una centrifuga, servendo per i secoli avvenire il composto di un’unica mistura. Per non parlare delle ripetute forme d’ignoranza palese e manifesta — termine da leggere, ignoranza, nel senso etimologico di mancanza di conoscenza — attraverso le quali mostra di non conoscere bene né tanto meno a fondo diversi testi sacri ebraici e cristiani dai quali attinge per dare vita a un nuovo composto, creativo e rispettabile fuori d’ogni discussione, ma opinabile.

Noi teologi e storici cattolici siamo abituati ormai da secoli a discutere con studiosi non credenti che cercano di de-costruire con il loro rigore scientifico i dogmi della nostra fede; e talvolta, il loro ingegno e la loro cultura, sono così elevati e profondi che ottengono per tutta risposta la nostra stima e il nostro apprezzamento per l’acume col quale portano avanti tesi che noi non possiamo condividere, ma che riconosciamo essere loro sacrosanto diritto esprimere in parole, conferenze, pubblicazioni …

Quando anche i musulmani di diversi paesi arabi, mediorientali, africani, nordafricani e orientali — che come noi non sono passati per le forche caudine della Rivoluzione Francese e dell’Illuminismo e che non hanno mai elaborato i criteri di separazione tra potere politico e potere religioso — impareranno questo, capiranno quant’è importante discutere e convivere con gli altri, anziché tagliar loro le teste in nome della suprema verità dell’unico vero Dio. Impareranno a considerare che lo stesso Dio si è proposto all’uomo, ma non si è mai imposto con violenza all’uomo, al quale Egli riconosce da sempre la libertà di rifiutare lo stesso Creatore che l’ha generato.

Com’ebbi modo di scrivere in un mio libro del 2006 [qui], i grandi apprendisti stregoni del dialogo interreligioso sembrano operare movendosi sul rifiuto di quella realtà che non vogliono cogliere e vedere, questa: i musulmani amabili, sereni e amorevoli, che esistono e che sono molto più numerosi dei demoni della jihad, quelli che convivono senza problemi di sorta con ebrei e cristiani, quelli che senza alcun timore si inseriscono nei vari paesi dell’Occidente, quelli animati da uno spirito che con improprio linguaggio occidentale siamo soliti indicare come liberali e liberisti, quelli coi quali da sempre, io stesso come prete, ho rapporti ottimi, con alcuni legami di amicizia che durano da anni, sono tutti, di rigore, non osservanti. Quelli che invece osservanti lo sono davvero, hanno uno spirito sprezzante e strutturalmente violento, mossi dal totale rifiuto di adattarsi e di inserirsi in seno alle società e manifestando la pretesa — appunto violenta — di modificare le società a loro uso e consumo, o per meglio dire: di islamizzarle, perché nell’altro vedono un infedele da piegare e da convertire, all’occorrenza anche con quella violenza legittimata da certi loro testi “sacri” e legislativi. O forse qualcuno ricorda di aver visto ritornare in Italia taluni dei tanti bambini e bambine che non pochi padri musulmani hanno portato dalla sera alla mattina nei propri paesi di origine? E quando le madri italiane, dopo lunghi iter giudiziari hanno lamentato attraverso rogatorie internazionali il rapimento dei figli, chiedendo il riconoscimento del diritto perlomeno a vederli, che cosa si sono sentite rispondere da numerosi tribunali di diversi paesi arabi nei quali si applica la Sharia, la legge religiosa islamica? Questo: che per la legge islamica la prole appartiene al padre [qui, qui], come chiarisce il Ministero degli affari esteri in un proprio protocollo ufficiale redatto per dare risposte e indicazioni riguardo casi di rapimento che nel tempo sono stati tutt’altro che rari e isolati [vedere qui, pag. 13-15]. Motivo per il quale l’allora vescovo segretario della Conferenza Episcopale Italiana Mariano Crociata, pur usando un linguaggio molto paludato, affermò: «I matrimoni misti con musulmani, di cui si è occupato un documento dei vescovi italiani, non sono da incoraggiare, perché il passare degli anni porta spesso a ritornare alle condizioni culturali e ai rapporti sociali, religiosi e giuridici di origine, con conseguenze a volte drammatiche che possono ricadere sui figli» [qui, qui].

Tanti sarebbero gli episodi da narrare e numerosi gli atti di violenza spinti sino a gesti estremi non poi così rari: padri musulmani osservanti che in Italia, come in altri paesi d’Europa, hanno ucciso o tentato di uccidere le figlie perché invece di frequentare unicamente il ghetto islamico avevano stretto amicizie o relazioni con giovani cattolici, donne obbligate alla infibulazione per mano di praticoni, con tutti i rischi del caso per la loro salute, a partire dalla setticemia, fanciulli tenuti isolati e distanti dai figli delle famiglie cristiane per evitare contaminazioni, adolescenti finite ripetutamente nei pronto soccorso in seguito alle percosse dei padri che avevano scoperto che fuori casa si toglievano il velo di testa [qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, ecc …], il tutto, va da sé: in nome di una religione che è una religione d’amore, s’intende, i cui fedeli osservanti adorano mistici e benevoli il nostro stesso Dio, s’intende …

A tal proposito sarebbe sufficiente fare un giro per i vari paesi europei e prendere atto di quella realtà che per pura politica, o che per laico odio distruttivo verso se stessi, gli europei non vogliono vedere: siamo in fase avanzata di colonizzazione islamica, che alla resa dei conti non risulterà migliore bensì assai peggiore dell’irruzione dei musulmani a Otranto. Mentre infatti i nostri eterni adolescenti occidentali si decidono a fare un figlio — forse — alle soglie dei quarant’anni, certe coppie di islamici osservanti naturalizzati in Europa a quell’età si accingono a diventare nonni, dopo averne messi al mondo tre o quattro, di figli.

I maestri del dialogo interreligioso onirico e della laica politica dell’integrazione che traggono fondamento dal libro di Alice nel Paese delle Meraviglie usato come fosse un manuale scientifico, non vogliono poi fare i conti con un’altra realtà tanto evidente quanto pericolosa: come fa, un operaio con uno stipendio di 1.200 euro al mese, a mantenere una moglie casalinga e tre o quattro figli? Nessun mistero perché anche a questo c’è risposta, anche se i maestri del dialogo interreligioso onirico e quelli della laica politica dell’integrazione che traggono fondamento dal libro di Alice nel Paese delle Meraviglie usato come fosse un manuale scientifico, la risposta non desiderano neppure sfiorarla. Meno che mai accettare la pericolosa realtà che alla prova dei fatti è la seguente: molte di queste persone ricevono aiuti e sovvenzioni da alcuni ricchi paesi arabi, a partire dall’Arabia Saudita. Lo prova il fatto che la gran parte degli islamici giunti in Europa, nei loro paesi d’origine — in particolare quelli provenienti dal Magreb, dove per osservanza religiosa non si brilla — a casa loro non sapevano neppure che cosa volesse dire osservare i precetti dell’Islam. Parlo in tal senso come testimone oculare, perché quando non ero neppure sfiorato dall’idea di poter diventare un giorno prete e come giovanotto spensierato giravo all’occorrenza per il mondo, ricordo di avere visto anni e anni fa, a Casablanca ed a Tunisi, ragazze così libere nei costumi da far impallidire le giovani più disinvolte che si potevano incontrare all’epoca per la strade delle grandi città italiane. Giunti però in Europa, d’improvviso e d’incanto molti di questi magrebini si sono scoperti osservanti, mentre le loro mogli che a Casablanca ed a Tunisi portavano gonne corte, pantaloni e vestiti scollati, dalla sera alla mattina si sono coperte le gambe, le braccia ed i capelli col velo.

Quale ineffabile e misteriosa folgorazione può avere reso possibile questi radicali cambiamenti di vita e di costume del tutto repentini?

Nessuna folgorazione, nessuna mistica rivelazione. Semplicemente i soldi e gli aiuti di quei ricchi paesi arabi che hanno pianificato da tempo una precisa conquista dell’Europa che passa di necessità attraverso la famiglia e il più alto numero di figli partoriti in paesi dove il tasso di natalità — come per esempio nella nostra Italia — è ormai da anni al di sotto dello zero.

Al contrario, invece, i musulmani non osservati, quelli europeizzati od occidentalizzati, alla stessa stregua degli italiani e degli altri europei non riescono affatto ad avere tre o quattro figli e una moglie casalinga con 1.200 euro al mese di stipendio, perché a loro, di soldi, tramite il circuito catalizzatore di certi centri di cultura islamica sovvenzionati da precisi paesi arabi non ne arrivano proprio.

Passiamo ad altro.

Sotto gli occhi impotenti del mondo, gli integralisti islamici foraggiati di armi e di soldi dall’ipocrita doppiezza di Arabia Saudita e Qatar, stanno scannando i nostri cristiani in vari angoli del mondo. Il tutto mentre una voce autorevole, che a parere di taluni sembra non esprimersi con chiarezza su questa colossale tragedia, lascerebbe ad altri l’incombenza di parlare, come emerge dalle righe di Sandro Magister [qui]. Altri sostengono invece che avrebbe parlato, o che parlerebbe comunque col proprio linguaggio, che passerebbe però inosservato per immane dolo dei mass media, interessati a riportare solo quel che vogliono e nel modo che vogliono, come lascia invece capire Massimo Introvigne [qui].

Desidero aprire un tema che non possiamo manco definire anticonformista, perché si tratta di un vero tabù: l’uso legittimo della forza e delle armi. Discorso impossibile a farsi perché da tempo la buona società laica, distrutti i dogmi di quella fede cattolica ai quali ormai si richiama giusto per inscenare ironie e sberleffi [qui], ha finito col creare dei nuovi “dogmi”, uno di questi è: «Pace a tutti i costi».

Sia chiaro, tutti vogliamo la pace, ma non possiamo reclamarla in modo cieco, peggio «a tutti i costi», perché il drammatico monito del salmista dovrebbe renderci sempre realisti e vigili: «Io sono per la pace, ma quando ne parlo essi vogliono la guerra» [salmo 119, 7 qui]. Vi sono infatti situazioni estreme nelle quali per difendere la pace e per tutelare l’incolumità e la vita delle persone inermi sottoposte a violenza è necessario, anzi doveroso l’uso della forza e delle armi [qui, qui, qui]. In tal senso la dottrina cattolica non lascia spazio a dubbi: «Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 2309, qui].

Molti pacifondisti della nostra buona società laica, quelli che per paradosso sono poi favorevoli ad aborto ed eutanasia, al “dogma” del «no alla guerra a tutti i costi» ne fanno seguire appresso un altro: «No alla pena di morte, sempre!». Ce lo insegna il più famoso indemoniato della storia della Repubblica Italiana: Marco Pannella, con la sua fedele accolita Emma Bonino al seguito, l’amabile fabbricante di angeli che praticava aborti con una pompa da bicicletta [qui]. I due prodi, spaziando all’occorrenza tra marce di protesta e scioperi della fame, hanno levato il civile vessillo urlando: «No alla pena di morte, sempre!» [qui, qui], definendo però al tempo stesso l’aborto come una “conquista sociale” e come “acquisizione di un grande diritto civile” [qui, qui]. Ebbene, non essendo io incline ad usare le parole a caso, tanto venero la lingua italiana, torno a ripetere che persone del genere non hanno una mente semplicemente borderline, ma proprio una radicale mente satanica.

Ovviamente sono d’accordo col “no” alla pena di morte, ciò sul quale non posso essere moralmente d’accordo è il “sempre!”. Un’affermazione assoluta che basandosi sull’emotività ideologica e sul rigoroso rifiuto della realtà, non tiene in conto di elementi rari e straordinari presenti nella storia passata e recente e che come tali possono sempre riproporsi. Per esempio: se anziché morire suicida nel suo bunker di Berlino, Adolf Hitler fosse sopravvissuto e finito agli arresti, qualche pacifondista ideologico o qualche radicale libero, sarebbe forse pronto a sostenere che andrebbe prima di tutto processato — ovviamente — poi condannato ad adeguata rieducazione tramite l’affidamento ai servizi sociali, da svolgere semmai presso una fondazione ebraica impegnata nella cura degli orfani rimasti senza i genitori morti dentro le camere a gas dei campi di concentramento e ridotti cadaveri in cenere dentro i forni crematori?

Riguardo la pena di morte la nostra dottrina afferma che «L’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell’identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l’unica via praticabile per difendere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani» [Catechismo della Chiesa Cattolica, 2267, qui]. I cattolici più o meno adulti o più o meno mondani che sostengono altro e che si uniscono solidali al coro surreale e conformista dei laicisti pacifondisti, non esprimono quindi un pensiero cattolico, solo un pensiero loro personale, rispettabile, ma opinabile e non conforme alla dottrina e alla morale cattolica.

Vi sono poi casi estremi, rari se vogliamo, ma presenti nella storia e sempre riproponibili al presente, nei quali uccidere un essere umano è “doveroso” perché la sua soppressione fisica è l’estremo ed unico mezzo per salvare intere popolazioni, perché la semplice permanenza in vita di certe figure-simbolo potrebbe prolungare delle guerre in corso e produrre la morte di altri milioni di uomini, donne e bambini, pure se simili figure carismatiche fossero rinchiuse a vita dentro un carcere di massima sicurezza. Questo è infatti il problema: restando in vita, vi rimarrà anche la loro ideologia di odio e di morte che in molti assassini al loro seguito seguiterà a generare morte e distruzione. Altrettanto non si può dire di un comune assassino, o anche del peggiore dei serial killer, che una volta rinchiuso in un carcere sicuro, non potrà più nuocere. In quel caso condannarlo alla sedia elettrica o ad altra pena capitale è quando di più inutile si possa fare, anche se ciò fa storicamente parte di una certa cultura di stampo calvinista molto radicata negli Stati Uniti d’America, terra delle opportunità, delle libertà e dei diritti umani.

Vogliamo forse dimenticare che mentre la Germania era ormai in ginocchio, il regime hitleriano mandava a morire adolescenti di sedici anni arruolati in un esercito alla totale disfatta che si ostinava a combattere una guerra che era già inesorabilmente perduta? Cosa che proseguì sin quando Adolf Hitler rimase in vita e con lui viva la speranza. Non a caso, appena fu resa ufficiale la notizia della sua morte, un’ondata di suicidi percorse la Germania; e molti caddero di propria stessa mano sul cadavere bruciato di quell’uomo-simbolo, assieme al quale era stato incenerito anche il carisma diabolico e la speranza che in molti era sempre viva, anche dinanzi alla evidente disfatta della guerra ormai perduta.

Questo il motivo per il quale «io sono per la pace», non però a “tutti i costi”. Questo il motivo per il quale sono contro la pena di morte, non però “sempre”, anche se le eccezioni al “sempre” sono rare e legate a figure che hanno più del diabolico che dell’umano, come il sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi [qui], al quale nessuna mente umana può augurare lunga vita, né una condanna con successivo affidamento ai servizi sociali, col possibile rischio che, appresso, l’indemoniato Marco Pannella lo candidi nelle liste del Partito Radicale Transnazionale alle elezioni europee, minacciando in caso contrario scioperi della fame dai quali però (che strano… ) esce sempre brillantemente.

Per questo prego e spero che si proceda quanto prima con un intervento armato per salvare certe popolazioni inermi, dopo che “mamma America” avrà ben valutato i propri interessi petroliferi assieme ad altre due illustri dame che si proclamano da sempre culle della civiltà e dei diritti delle libertà: Francia e Inghilterra. E una volta catturato quel pericoloso ossesso del sedicente califfo che sta seminando morte e terrore — ammesso che sia lasciato in vita fino al processo da coloro che lo avranno catturato — forse sarà necessario giustiziarlo, se la sua permanenza in vita comportasse l’invio alla morte di adolescenti di sedici anni vestiti dalla sera alla mattina da soldatini, prolungando la guerra e aumentando a dismisura la morte di civili inermi e innocenti. Il tutto memori del fatto che noi siamo per la pace, ma quando ne parliamo, certi servi del Demonio vogliono più che mai la guerra.

Prima di passare ad altro discorso merita far cenno a un argomento che sarebbe di per sé enciclopedico, qualora si volesse parlare della “grande mamma” e di certe “dame” cui accennavo poc’anzi. Per farsi breve: sappiamo tutti com’era e chi era Saddam Hussein, ma non dimentichiamo che era un laico, ed il suo primo ministro, più volte capo del governo, Tareq Aziz, era addirittura un cattolico caldeo. Come del resto era laico lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, la cui monarchia fu fatta cadere dalla madre patria dei diritti di liberté, egalité e fraternité, perché Ruhollāh Khomeyni, per andare a conquistare quel Paese che poi diverrà l’Iran, non partì dalla Capitale dell’Arabia Saudita, ma da Parigi, mentre poco dopo, Francia e Inghilterra, ottenevano da quell’autocrate religioso contratti petroliferi più vantaggiosi rispetto ai precedenti concessi dal decaduto monarca. E detto questo ci fermiamo, perché l’argomento sarebbe appunto enciclopedico. Una cosa è certa: tutte le volte che per i propri interessi certi paesi dell’Occidente hanno fatto cadere alcuni regimi retti da dittatori tutt’altro che teneri, al loro posto è sempre subentrato il peggio, dai Khomeyni ai Bin Laden, nella “migliore” delle ipotesi sono scoppiate sanguinose guerre civili. Ma, come si sa da sempre: Parigi o Londra … val bene un barile di petrolio!

Attualmente mi trovo in Sicilia, per l’esattezza a Siracusa, dove quando posso trascorro alcuni periodi di tempo. Durante i miei soggiorni celebro la Santa Messa domenicale al Santuario della Madonna delle Lacrime [qui], fermandomi ad amministrare le confessioni a penitenti di passaggio ed a penitenti che mi conoscono da anni. La scorsa domenica, un giovane penitente, mi ha ispirato una riflessione sul problema del padre …

… il ragazzo mi dice:

“Purtroppo ho un genitore che mi ispira disprezzo, secondo lei, commetto peccato?”.

Rimango in silenzio, ed anche lui tace, fin quando riprende a parlare:

“Cosa mi dice?”.

A quel punto rispondo:

“Figliolo, sei tu che devi spiegarti, domandando anzitutto a te stesso: perché lo disprezzo?”.

Il giovane cominciò:

“Provo per lui disprezzo perché è umorale e spesso prende decisioni assurde … perché con i suoi discorsi imbarazza noi familiari che gli stiamo attorno … perché si potrebbe prenderlo e rivoltarlo come un calzino, ma senza riuscire a tirare fuori dalla sua bocca un chiaro si o un chiaro no, il suo parlare è tutta ambiguità e vaghezza … perché in pubblico trabocca gioia e sorriso, ma quando è tra le mura di casa è intrattabile … perché è permaloso, a volte pure vendicativo … perché … perché … perché …”.

Replico:

“Figliolo, non aspettarti che io ti dica cose del tipo: porta la tua croce santificandoti in tal modo con questa penitenza offerta per i peccati dell’universo mondo. Tutt’altro desidero chiederti: pensi che tuo padre, al quale possiamo riconoscere tutti questi difetti da te elencati, sia sostituibile? Perché vedi: volendo puoi anche rompere qualsiasi relazione con lui, puoi anche rinnegarlo e non vederlo mai più, puoi anche affermare che lui non è più tuo padre e che tu non sei più suo figlio. Tutte decisioni possibili e fattibili, semmai a caro e doloroso prezzo, ma una cosa non sarà mai né possibile né fattibile: sostituirlo».

Mi domanda il giovane:

«Perché mi dice questo?».

Rispondo:

«Perché credo di essere andato all’origine del tuo dolore: l’impossibilità di sostituire ciò che non è sostituibile, che ti piaccia o che non ti piaccia, perché lui sta all’origine fondante della tua vita, del tuo essere ed esistere; e per quanto indegno o inadeguato possa apparirti e forse essere, rimane il naturale e insostituibile pater familias. Tu hai messo in luce tutti i difetti e le inadeguatezze di tuo padre, che dal primo all’ultimo sono sicuramente veri; e di essi hai preso atto. Adesso devi però prendere atto della cosa più dolorosa da accettare e da vivere: il fatto che non cesserà mai di essere il tuo unico, vero e legittimo padre».

Domanda il giovane:

«Dunque, che cosa devo fare?»

Replico:

«Cercare di accettare il padre che hai, se puoi, ma soprattutto cercare di non distruggere mai, a prescindere da lui, l’idea del padre».

Mentre lo assolvevo dentro di me mi sono detto: «Figlio amatissimo, forse non immagini neppure quanto ti capisco, ed assieme a te, possa il Signore perdonare anche me».

Terminato quell’ultimo pensiero ho lanciato uno sguardo di congedo verso il quadretto della Madonna delle Lacrime che era lì, in alto sull’altare, con un tenero sorriso stampato sul volto [qui, qui]. Sembra infatti che oggi la Beata Vergine Maria abbia ormai esaurite tutte le lacrime che aveva da piangere, incluse quelle di sangue, piante anni fa — e non penso a caso — proprio alle porte di Roma, bagnando col sangue dei propri occhi anche le mani di un vescovo [qui, qui]. E, come sempre: chi vuole intendere intenda, finché siamo ancora in tempo, forse …

Nel mentre affidiamoci alla intercessione di Maria Auxilium Christianorum, alla Madonna delle Vittorie, alla quale successivamente sarà dato il nome di Madonna del Rosario [qui], al Vescovo Stefano ed ai Santi Martiri di Otranto, affinché per grazia di Dio, la Lega Santa, possa vincere in un vicino futuro la nuova battaglia di Lepanto, che sarà sicuramente più temibile ancora di quella del 1571.

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Perché sono scandalizzato

Chi sono io per scandalizzarmi? Sono un semplice cattolico, un peccatore, che però è ancora in grado di intendere e di volere e anche di raggiungere un limite di pazienza. Sia detto col più assoluto rispetto per il Vicario di Cristo, ma le parole di Bergoglio sugli aggressori e su come fermarli, sono inaccettabili.

di Paolo Deotto (20/08/2014)

Ci sono riflessioni che è meglio fare “a freddo”, per evitare toni polemici, spesso inutili, se non dannosi. Altri amici ben più capaci di me sono già intervenuti sulle sconcertanti iniziative “di pace” a cui abbiamo di recente assistito e a cui assisteremo. Dal famoso incontro di preghiera nei giardini vaticani (ai quali è seguita, impossibile non notarlo, una furiosa ripresa di ostilità nella striscia di Gaza… ), alla programmata “partita di calcio per la pace” è difficile capire dove stia dirigendosi una politica vaticana che non riesce a far nulla di concreto per la pace, ma in compenso riesce a seminare dubbi ed equivoci.

Ma parliamo delle parole pronunciate ieri nell’intervista in aereo da Bergoglio. Le conosciamo tutti.

Perché mi dichiaro scandalizzato?

Perché abbiamo una situazione spaventosa: un mondo islamico che getta la maschera, almeno per chi ancora credeva ingenuamente in questa maschera da Biancaneve che nascondeva le fattezze del lupo, e si scatena in una strage spaventosa. Il lupo non ha più alcun freno per sfogare il suo sanguinario istinto contro i cristiani. Le efferatezze che si consumano ogni giorno sono note a tutti. È nota a tutti anche la “reazione” occidentale, che per ora si è concretizzata in qualche missione di bombardamento ordinata da quel signore che per masochismo degli americani siede alla Casa Bianca, e che con l’occasione ha reso di nuovo attuale il dubbio sulla sua appartenenza o meno all’islam.

I demoni, che per l’occasione si chiamano “Isis”, sono armati e organizzati militarmente. Sarebbe interessante anche capire come abbiano fatto a raggiungere questa potenza; ma siamo anche sicuri che, volendolo realmente, l’Occidente avrebbe i mezzi per spazzarli via rapidamente.

Già, signori. Perché i delinquenti vanno spazzati via, non c’è altra soluzione. Troppe teorie fanno sì che la virtù del “porgere l’altra guancia” sia spostata sulla condizione di porgere l’altra guancia, purché si tratti della guancia altrui.

Perché mi dichiaro scandalizzato? Perché quando leggo su La Stampa che il Vescovo di Roma dice che “dove c’è un’aggressione ingiusta, soltanto posso dire che è lecito “fermare” l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo “fermare”, non dico bombardare, fare la guerra, ma fermarlo. I mezzi con i quali si può fermare dovranno essere valutati. Fermare l’aggressore ingiusto è lecito. Ma dobbiamo avere memoria, quante volte sotto questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto la vera guerra di conquista. Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Dopo la Seconda Guerra mondiale c’è stata l’idea della Nazioni Unite, là si deve discutere e dire: c’è un aggressore ingiusto? Sembra di si, e allora come lo fermiamo? Soltanto questo, niente di più”; quando leggo queste affermazioni, mi chiedo davvero: ma sono parole dette dopo un minimo di riflessione su ciò che si dice, o sono parole buttate lì, a casaccio? Di sicuro molto ben inquadrate in quel pacifismo che propone inutili e inaccettabili festival di parole, magari seguiti dall’invio di qualche contingente di “Caschi blu”, la cui perfetta inutilità è stata sperimentata fin troppe volte.

Mi dichiaro scandalizzato perché leggo che il Papa, che non ha forze militari, ma ha un’enorme influenza morale anche sul mondo non cattolico, si rimette al giudizio dell’Onu, al tempio di quel mondialismo che sta distruggendo il mondo. Da quando in qua il Vicario di Cristo rinuncia a formulare un giudizio e un’indicazione morale su un problema di così spaventosa portata, e “delega” le Nazioni Unite?

Nessuno ama la guerra, ma ci sono casi in cui è inevitabile, e ci sono casi in cui è anche giusta e lecita.

Mentre in Iraq si consumano le stragi, la proposta è quella di istituire qualche bel “tavolo” per decidere se l’aggressione è più o meno ingiusta (c’è ancora qualche dubbio?) e poi decidere se e come agire per fermarla. Nel frattempo gli aggressori sanguinari potranno agire come vogliono. Gli altri, i fuggitivi, i cristiani, sono liberi di farsi sgozzare, crocefiggere, decapitare, seppellire vivi. Staremo a vedere se con queste impostazioni ci sarà ancora qualcuno vivo per gioire di una splendida iniziativa come la partita di calcio per la pace.

Non mi soffermo nemmeno su un seguito di altre affermazioni ad alta quota, intrise di quello strano ecumenismo che sempre più sembra scivolare nel sincretismo. Per scandalizzarmi mi basta questo atteggiamento assurdo verso una strage continua, queste affermazioni che suonano – mi sia consentito – come una mancanza di rispetto per le terribili sofferenze delle vittime.

Diamo dunque incarico all’Onu per aprire una bella discussione, magari preceduta da una seduta del Consiglio di sicurezza. Alla fine si potrà redigere un bel documento di condanna contro tutte le violenze. Ma a quel punto le violenze saranno cessate, perché saranno finite le vittime. Tutti morti. In attesa che la ferocia islamica si scateni in altre parti del mondo, rassicurata anche dal fatto che la Chiesa ha rinunciato al suo ruolo di guida morale e lo ha delegato all’Onu.

Scusate, ma a questo punto è così strano essere scandalizzati?

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Persino Cacciari se n’è accorto: papa Francesco rompe con la Tradizione

Qua sotto troverete un articolo che ho pubblicato e che approfondisce le frasi sull’Iraq pronunciate in aereo da papa Bergoglio. A chi però continua a dire o pensare che sia un mio puntiglio, quasi frutto di un pregiudizio, segnalo anche l’intervista che oggi il filosofo Massimo Cacciari ha dato alla Repubblica. Le persone che riflettono colgono la realtà.

di Antonio Socci (20/08/2014)

Riporto qualche passaggio di Cacciari: “Si tratta di una svolta radicale nella teologia politica della Chiesa… ma questo è un bel problema… Francesco considera legittimo un intervento nella misura in cui viene deciso dall’Onu – siamo in presenza di una laicizzazione dell’idea cattolica di ‘guerra giusta’… La posizione di Francesco è fragilissima. La sua è una posizione che potrebbe sostenere un Renzi o una Merkel. Se mi permette, io dal Papa mi aspetto qualcosa di più, ossia che mi dica che bisogna intervenire sulla base di valori considerati assoluti”.

Fin qui la riflessione di Cacciari. Ora ecco il mio articolo.


“Ahimé, basta tacere! Gridate con centomila lingue. Vedo che, per lo tacere, lo mondo è guasto, la Sposa di Cristo è impallidita”. Con queste parole tuonava santa Caterina da Siena scrivendo a un alto prelato.

Si sente il bisogno anche oggi nella Chiesa di donne e uomini di fede ardente e di cuore libero che – come Caterina – si rivolgano così a un papa (Gregorio XI) pieno di timori, che non faceva quello che avrebbe dovuto: “Io, se fussi in voi, temerei che il divino giudicio venisse sopra di me”.

Ma i nostri sono tempi di clericalismo, di bigottismo e di adulatori. E le voci dei grandi santi (o degli uomini liberi) non ci sono o non si sentono. Eppure è difficile e – per un cattolico – molto doloroso capire e accettare l’atteggiamento del Vaticano di papa Bergoglio di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq, braccati e massacrati dai sanguinari islamisti del califfato anche in queste ore.

Prima, per settimane, un’evidente reticenza, quasi imbarazzo a parlarne. Perfino l’iniziativa di preghiera della Cei del 15 agosto scorso è stata passata sotto silenzio dal Papa che evidentemente ha in antipatia la Chiesa italiana. Ora, finalmente, dopo una ventina di giorni di massacri di uomini, donne e bambini, e dopo mille pressioni (anzitutto da parte dei vescovi di quella terra e dei diplomatici vaticani), papa Bergoglio si è deciso a pronunciare le fatidiche parole, sia pure in modo assai felpato: “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”. Sai che sforzo… Ci mancava pure che dicesse che è lecito lasciare che l’aggressore massacri la gente inerme e innocente, che crocifigga i “nemici dell’Islam”, che seppellisca vivi i bambini, che stupri e venda le donne come schiave.

Con ben altra tempestività ed energia Giovanni Paolo II nel 1993 tuonava sul dovere di difendere gli inermi dai massacri: “Se vedo il mio vicino perseguitato, io devo difenderlo: è un atto di carità. Questa per me è l’ ingerenza umanitaria”.

Ma non c’è più Giovanni Paolo II e purtroppo nemmeno Benedetto XVI. Dunque dopo aver detto, con incredibile ritardo, che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, Bergoglio si è affrettato ad aggiungere che però va fatto senza “bombardare” o “fare la guerra”.

Cosicché viene amaramente da chiedersi se egli vuole salvare la faccia (propria) o la vita di quegli innocenti. Qual è infatti il modo per “fermare” una banda di assassini crudeli senza usare le armi? Cosa propone papa Bergoglio per “fermare” quei carnefici? Un tressette col morto? Un thè con monsignor Galantino? Si dirà che il Papa non può esortare a usare la forza, sia pure per salvare vite innocenti. Sbagliato. Da secoli la dottrina cattolica ha sancito il diritto alla legittima difesa e il principio di “uso della forza” per la legittima difesa.

Proprio i teologi della Scuola di Salamanca come il domenicano Francisco de Vitoria, nel XVI secolo, fondarono sulle basi della legge naturale il diritto internazionale, Benedetto XVI lo ricordò alle Nazioni Unite evocando “il principio della ‘responsabilità di proteggere’ (che) era considerato dall’antico ius gentium quale fondamento di ogni azione intrapresa dai governanti nei confronti dei governati”. E aggiunse che “il frate domenicano Francisco de Vitoria, a ragione considerato precursore dell’idea delle Nazioni Unite, aveva descritto tale responsabilità come un aspetto della ragione naturale condivisa da tutte le Nazioni, e come il risultato di un ordine internazionale il cui compito era di regolare i rapporti fra i popoli”.

In questo quadro Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae del 1995 affermava: “La legittima difesa può essere non soltanto un diritto ma un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri, del bene comune della famiglia o della comunità civile. Accade purtroppo che la necessità di porre l’aggressore in condizione di non nuocere comporti talvolta la sua soppressione. In tale ipotesi, l’esito mortale va attribuito allo stesso aggressore che vi si è esposto con la sua azione”. Parole significative perché Giovanni Paolo II si è sempre caratterizzato per la difesa energica della pace (per esempio opponendosi alla guerra americana in Iraq), ma con altrettanta energia ha incitato la comunità internazionale a fermare, anche con l’uso della forza, i carnefici in azione (e si noti bene che a quel tempo la popolazione minacciata era di religione islamica).

Quello che semmai papa Francesco dovrebbe chiedere – sulle orme di Giovanni Paolo II – è che tale “uso della forza” da parte della comunità internazionale sia proporzionato e mirato a disarmare gli aggressori e a salvare la vita dei braccati.

Ma purtroppo non si è sentita nessuna riflessione approfondita. Si nota solo la preoccupazione di Francesco di non uscire dallo stereotipo del papa “politically correct”. Infatti ha sentito il bisogno di ripetere che fra le minoranze minacciate dall’Isis ci sono anche non cristiani “e sono tutti uguali davanti a Dio”. Un’ovvietà che è parsa una “excusatio non petita…”.

Del resto se rileggiamo insieme i vari interventi di papa Bergoglio su questa carneficina non si troverà mai la parola islam, islamisti o musulmani. Se uno disponesse solo delle parole del Papa non capirebbe minimamente a chi si deve questa “tragedia umanitaria” e per quale motivo viene perpetrata. Una reticenza grave, figlia dell’ideologia cattoprogressista che interpreta erroneamente il dialogo con i musulmani come una resa, anche psicologica. Tanto è vero che ci sono commentatori cattoprogressisti che arrivano perfino a ripetere che i carnefici del Califfato non hanno niente a che vedere con l’Islam. Peccato che tali carnefici impongano alle minoranze conquistate la conversione immediata all’Islam in alternativa alla morte, come è accaduto nei giorni scorsi a Kocho, un piccolo villaggio del Nord Iraq abitato da yazidi dove i jihadisti hanno massacrato circa 80 uomini che si rifiutavano di convertirsi e incatenato e deportato un centinaio di donne e bambini.

Naturalmente è comprensibile che le autorità della Chiesa non cerchino lo scontro, la polemica o il conflitto religioso. Giusto. Ma è anche un dovere dire la verità e dare ai fedeli un serio “giudizio culturale” su quello che il mondo oggi sta facendo ai cristiani. Soprattutto considerando la subalternità culturale di tanti cattolici: c’è chi ritiene deprecabile perfino parlare di “cristiani perseguitati” (eppure sono il gruppo umano più perseguitato, nel maggior numero di paesi del mondo).

Detto questo voglio sottolineare che le dichiarazioni di papa Francesco dell’altroieri sono comunque un passo avanti, sperando che – senza dover aspettare troppo, perché la situazione è drammatica – arrivino presto parole ancora più chiare e decise. Sono un passo avanti che dovrebbe chiarire le idee ai tanti che nei giorni scorsi, contro chi domandava una parola chiara, ribattevano stizziti che chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate.

L’intervento del Papa chiarisce le idee anche a quelli che affermavano: “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, oppure “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”. Erano balle. In realtà in Vaticano si sono illusi per settimane che vi fosse ancora una via diplomatica, mentre i carnefici del califfato – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare. Non sanno nemmeno cosa siano il “dialogo” o la diplomazia.

Un’ultima nota. Negli interventi fatti durante il viaggio in Corea, papa Bergoglio ha anche giustamente invitato tutta la Chiesa alla riflessione sui martiri di ieri e di oggi e alla preghiera. Sacrosanto. Ma è un invito molto blando, senza la mobilitazione di tutta la Chiesa per soccorrere queste vittime e senza quella profonda consapevolezza culturale che sapeva darci Benedetto XVI. Oggi domina lo smarrimento.

© LIBERO QUOTIDIANO

Finalmente papa Bergoglio l’ha detto

di Antonio Socci (19 agosto 2014)

Ci sono voluti una ventina di giorni e molti poveracci, inermi e innocenti, morti ammazzati, ma alla fine pure papa Bergoglio è arrivato a dire che occorre “fermare” quei sanguinari criminali che squartano, sgozzano, stuprano, crocifiggono e altre orrori…

Fermare, ma – ha precisato – “non bombardare”. E come allora? Con truppe di terra vorrebbe dire “guerra”, proprio ciò che si vuole evitare. Allora come? Proponendo al sanguinario Califfo una partita a tressette (col morto) e chi vince prende tutto? O con la famosa partita a calcio con Maradona? Dire “fermarli” ma senza l’uso (ovviamente mirato e proporzionato) della forza è assurdo. Sono queste sottili ipocrisie che a volte inducono a sospettare che si voglia salvare più la faccia (propria) che le vite altrui. Ma spero che sia un sospetto infondato… In attesa di saperlo siamo comunque grati per questa (sia pur timida e reticente) parola: “fermare gli aggressori”.

Restano, purtroppo, le voci della corte… quelli che fino a ieri chiedere di fermare gli assassini significava volere la guerra e le crociate, quelli che “se il Papa tace significa che vuol evitare ritorsioni più gravi”, quelli che “se non dice niente significa che sta operando riservatamente”…. Tutte balle. In Vaticano si erano semplicemente illusi che vi fosse ancora una via diplomatica mentre quegli assassini – come denunciavano i vescovi del posto – volevano solo conquistare, convertire a forza e massacrare e non hanno mai voluto saperne di “dialoghi”.

Aggiungete a questa illusione l’equivoca ideologia cattoprogressista del dialogo ad ogni costo che ha indotto Bergoglio a mai nominare l’islamismo e il disastro è fatto…. Poveretti quei cristiani macellati…

A proposito, ci sarebbe poi il capitolo triste di chi sostiene che quelli del Califfato non hanno nulla a che fare con l’Islam. Già. Chissà perché allora impongono la conversione a forza all’Islam o la morte…

E poi ci sono quei tristissimi cattoprogressisti che insorgono perché si parla di “cristiani perseguitati”… Che vergogna!

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Perché questo Papa è così timido con gli attacchi dell’islam

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La Chiesa continua a ignorare il legame tra i paciosi ulema del dialogo interreligioso e i mitra del Califfato.

di Carlo Panella (10 Agosto 2014)

Non stupisce la timidezza di Papa Francesco a fronte della sanguinaria marea montante del Califfato. È coerente con mezzo secolo e più di equivoci ed errori della chiesa, e delle chiese, nei confronti del mondo musulmano. Un fraintendimento radicale dal doppio volto, politico e teologico. E quel che più stupisce e pesa è di sicuro il secondo. Lungo 50 anni di dialogo interreligioso infatti, la chiesa ha deciso di ignorare il profondo legame teologico che unisce i paciosi ulema dei suoi tanti convivi interconfessionali – in primis i sauditi – ai feroci miliziani dello Stato islamico di oggi. Legame che ha un doppio riferimento, non a caso mai citato: Mithaq e Corano increato.

Il primo, il “patto primordiale”, ha un effetto devastante perché stabilisce che l’islam è la religione naturale dell’uomo. Nessun mistero della Fede, nessun libero arbitrio, nessuna “scelta”. Si nasce musulmani e monoteisti, ma genitori cristiani ed ebrei fanno deviare dalla Fede connaturata. Il Corano predica il monoteismo non soltanto come tradizione primordiale dell’umanità, ma come radicato nella pre-eternità dell’uomo per volontà indiscutibile di Allah. Prima ancora della sua nascita, l’uomo è già monoteista. Nasce musulmano per natura, affermano la tradizione e i teologi. Di conseguenza, l’infedeltà al monoteismo è vista come uno spergiuro. E idolatri e da combattere con la spada sono i cultori dei santi cristiani, dei 12 imam sciiti e del fuoco zoroastriano degli yazidi.

Questo è il legame profondo che unisce il jihadista dello Stato islamico, che crocifigge cristiani, a Hassan al Turabi, il teologo sudanese che fece impiccare Mohammed Taha per apostasia e che fu portato dalla Curia a stringere la mano di Papa Wojtyla. Un legame che unifica la teologia del Califfato osceno dello Stato islamico a quella del confinante regno saudita e wahabita, dove vieni arrestato se solo porti al collo un crocefisso ed è proibita ogni manifestazione di fede cristiana.

Ma non basta: se si intreccia il “patto primordiale” con il secondo dogma fondante del Corano increato è ben arduo convincere il miliziano del Califfato a scegliere più dolci maniere. Questo secondo dogma – di cui mai né Hans Küng, né il cardinale Martini, né i teologi di Sant’Egidio si sono occupati o preoccupati, non a caso – comporta la proibizione assoluta a qualsiasi esegesi del Libro. Questo perché, essendo incarnazione, materializzazione eterna del Verbo (quasi fosse il Cristo) il Corano preesiste all’uomo e vivrà oltre la Fine del Tempo. Conseguenza ovvia: Ratisbona. Fede e ragione non possono contemperarsi perché la seconda non può commettere il peccato luciferino di interpretare il Verbo. Dunque se il Corano definisce gli ebrei “porci e scimmie”, così è. Se il Corano accusa ebrei e cristiani di “avere tradito il Libro e ucciso i Profeti”, così è e vanno puniti in eterno. Questa rozza teologia, in spregio ad Averroè, è stata elaborata nel XIII secolo da Ibn Taymmyya, a chiusura autocastrante della civiltà islamica dei secoli precedenti, ed è oggi egemone in tutto il mondo sunnita, non solo in quello wahabita. Ma mai, mai, è stata affrontata, discussa, presa in considerazione dalla chiesa nelle sue devastanti, possibili ricadute e conseguenze. I miliziani del Califfato si incaricano ora di spiegarla e dispiegarla al mondo, in quella che concepiscono come una dovuta lotta all’idolatria di cristiani, sciiti e yazidi.

Ma la Chiesa – e lo stesso Pontefice – si trovano oggi disarmati davanti alle sciabole del Califfato anche a causa di una spessa tradizione di opportunismo politico che emerse con dolorosa evidenza alla luce quando la Curia arrivò a dissociarsi di fatto e ipocritamente dal suo stesso Pontefice dopo Ratisbona. Le ragioni di questo opportunismo curiale erano e sono tante: la protezione delle minoranze cristiane sino al 2011 in qualche modo cooptate dai regimi; in alcuni casi, come in quello siriano, la piena complicità dei vertici della gerarchia locale e dei dirigenti della comunità cristiana con i regimi, anche quelli più feroci (si ricordi il ruolo di Tareq Aziz, il Beria cristiano di Saddam Hussein); il solido legame nelle votazioni sui temi etici nelle istanze internazionali e infine l’inerziale consuetudine. Su tutto, dopo la posizione di Giovanni XXIII sulla guerra d’Algeria, un’alea di pacato anti imperialismo che intravedeva nell’identità islamica una forza vitale di giustizia nel mondo. Infine, ma non per ultimo, il retaggio di un anti giudaismo, difficile da superare, che sullo “scandalo” dell’esistenza dello stato degli ebrei riemergeva e riemerge.

Quando il Vaticano si schiera

Francesco Cossiga ricordava un dispaccio del 1947 di Roncalli, nunzio a Istanbul, in prossimità del cruciale voto all’Onu sulla nascita di Israele, in cui il futuro “Papa buono” considerava “non opportuno” che l’ebraismo potesse contare sul baricentro di uno stato. Pregiudizio e diffidenza che hanno segnato la dura scelta del Vaticano di non associarsi a tutte le nazioni del mondo e di schierarsi con quelle islamiche, non riconoscendo Israele come stato con cui stringere relazioni diplomatiche sino al 30 dicembre 1993, dopo gli accordi di Oslo. Di fatto, la chiesa ha subordinato alle sciagurate scelte di Yasser Arafat i tempi del suo riconoscimento formale dello stato di Israele. Di fatto, la chiesa, non conosce l’islam, quello vero, praticato, di oggi. Non vuole conoscerlo perché sarebbe costretta a decisioni devastanti. In primis, quella della “guerra giusta”. Un dramma che priva l’occidente di una guida indispensabile. E lascia i cristiani d’oriente nudi e indifesi di fronte al martirio.

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