Islam e Cina, la realpolitick di Francesco

Non potrebbe essere più netto il cambio di passo politico e diplomatico tra i due ultimi pontificati, in particolare nei rapporti con la Cina e l’Islam. È quanto mette a fuoco Matteo Matzuzzi, caporedattore del quotidiano “Il Foglio” e vaticanista sperimentato, in un volume fresco di stampa sulla geopolitica vaticana, dal titolo “Il santo realismo”.

di Sandro Magister (09-11-2021)

Se per Benedetto XVI valeva la “diplomazia della verità”, con Francesco domina la “Realpolitick”. Non potrebbe essere più netto il cambio di passo politico e diplomatico tra i due ultimi pontificati, in particolare nei rapporti con la Cina e l’Islam. È quanto mette a fuoco Matteo Matzuzzi, caporedattore del quotidiano “Il Foglio” e vaticanista sperimentato, in un volume fresco di stampa sulla geopolitica vaticana, dal titolo “Il santo realismo”, edito dalla LUISS University Press.

Con la Cina il cambio di passo è sotto gli occhi di tutti. Lo è meno quello con l’Islam. Ma è proprio su quest’ultimo terreno che i due pontificati compiono i percorsi più diversi, se non opposti, che il libro di Matzuzzi ricostruisce con cura.

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Di Benedetto XVI resta nella memoria l’incidente di Ratisbona, quando una sua argomentata critica dell’incerto rapporto nell’Islam tra fede e ragione scatenò una reazione furiosa e violenta nel mondo musulmano.

Pochi però ricordano che non solo papa Benedetto non arretrò di un passo da quanto detto allora, ma proprio da quel suo discorso del 12 settembre 2006 prese vita un dialogo di spessore senza precedenti prima con trentotto e poi con centotrentotto autorevoli personalità musulmane di varie nazioni e di vario orientamento, sunniti e sciiti.

Questo dialogo si sostanziò in impegnative lettere al papa firmate da questi saggi e nella prima visita in Vaticano del re dell’Arabia Saudita e custode dei luoghi santi dell’Islam, oltre che di emissari della più alta autorità sciita al di fuori dell’Iran, il grande ayatollah Sayyid Ali Husaini Al-Sistani. Mentre a sua volta Benedetto XVI, dopo un viaggio in Turchia riuscito oltre ogni previsione nel novembre di quello stesso 2006 – con preghiera silenziosa nella Moschea Blu di Istanbul –, nel tracciare a fine anno un bilancio nel discorso prenatalizio alla curia romana, arrivò a sollecitare apertamente il mondo musulmano a fare anch’esso quella “lunga ricerca faticosa” che – disse – già impegna da tempo i cristiani, cioè “accogliere le vere conquiste dell’illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione”.

Parlando al corpo diplomatico, nel gennaio del 2006, papa Benedetto non aveva esitato a ravvisare nel tempo presente il reale “pericolo di uno scontro di civiltà”, al quale disse che si doveva opporre “l’impegno per la verità” anche “da parte delle diplomazie”, una verità che “può essere raggiunta solo nella libertà” e “nella quale è in gioco l’uomo stesso in quanto tale, il bene e il male, le grandi mete della vita, il rapporto con Dio”.

Attenendosi senza mai deflettere a questa “diplomazia della verità”, Benedetto XVI pagò dei prezzi. Il più alto all’inizio del 2011, quando ad Alessandria d’Egitto un’autobomba esplose davanti a una chiesa colma di fedeli convenuti per la messa. I morti furono decine. E il 2 gennaio, al termine dell’Angelus, il papa non tacque. Ma nemmeno tacque il grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, che dall’Egitto reagì alla “ingerenza” papale troncando i rapporti con la Santa Sede, lui che più volte in passato s’era detto favorevole agli attentati suicidi in territorio israeliano.

I rapporti con Al-Azhar furono riallacciati solo nel 2016, con un abbraccio a Roma tra Al-Tayyeb e Francesco. Ma appunto, col nuovo papa molto era già cambiato.

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Intanto, s’era subito interrotto quel dialogo profondo su fede e ragione con i centotrentotto saggi musulmani. Perché le mosse di papa Francesco nei confronti dell’Islam rispondevano a criteri del tutto diversi, più pragmatici.

Il primo suo gesto, con tanto di digiuno penitenziale, fu nel settembre del 2013 l’offensiva pubblica contro l’incombente attacco occidentale alla Siria di Bashar Al-Assad. Le gerarchie ortodosse e cattoliche di quel paese erano decisamente dalla parte del regime alawita, che faceva loro da scudo all’ostilità di altre correnti islamiche. Ma la mossa di Francesco era a più ampio spettro. Tra i più contrari a un’intervento militare occidentale in Siria c’era Vladimir Putin. E questo indusse il papa a scrivere al leader russo una lettera-appello, come a un alfiere di pace. La mossa andò a segno e da lì in poi i rapporti tra Francesco e Putin furono quanto mai concordi, fino a propiziare, il 12 febbraio 2016, lo storico incontro all’aeroporto dell’Avana tra il papa e il patriarca di Mosca Kirill, con la firma apposta da entrambi a una dichiarazione – nota Matzuzzi – che “di vaticano aveva ben poco e sembrava scritta al Cremlino”.

La svolta pro-russa più ancora che che pro-siriana ebbe nella Chiesa greco-cattolica di Ucraina, attaccata anche militarmente da Mosca sul suo territorio, la grande sacrificata. Ma a giudizio di Francesco la bilancia degli interessi evidentemente pendeva a favore dell’intesa con Mosca.

Quanto all’Islam, Francesco mostrò presto di voler perseguire una generica “fratellanza” interreligiosa anche a costo di tacere sugli atti di aggressione compiuti nel nome di Allah, che in taluni momenti egli arrivò addirittura a giustificare.

Il 7 gennaio 2015, a Parigi, degli islamisti radicali fanno strage di dodici giornalisti e disegnatori della rivista satirica “Charlie Hebdo”, accusati di irridere la loro fede. E otto giorni dopo, nella conferenza stampa sull’aereo in volo dallo Sri Lanka a Manila, il papa commenta letteralmente così, mimando un pugno contro il suo addetto ai viaggi Alberto Gasbarri:

“È vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, grande amico, mi dice una parolaccia contro la mia mamma, gli arriva un pugno! È normale! È normale! […] Tanta gente che sparla delle religioni, le prende in giro, diciamo ‘giocattolizza’ la religione degli altri, questi provocano, e può accadere quello che accade se il dottor Gasbarri dice qualcosa contro la mia mamma”.

Il 26 luglio 2016, in Francia, altro assassinio nel nome di Allah, con l’anziano sacerdote Jacques Hamel decapitato sull’altare. E cinque giorni dopo, in aereo di ritorno da Cracovia, interrogato su questo, Francesco risponde così:

“A me non piace parlare di violenza islamica, perché tutti i giorni quando sfoglio i giornali vedo violenze, qui in Italia: quello che uccide la fidanzata, un altro che uccide la suocera… E questi sono violenti cattolici battezzati! Sono violenti cattolici! […] Credo che non sia giusto identificare l’islam con la violenza. Questo non è giusto e non è vero! Ho avuto un lungo dialogo con il grande imam dell’università di Al-Azhar e so cosa pensano loro: cercano la pace, l’incontro. […] Il terrorismo cresce quando non c’è un’altra opzione, quando al centro dell’economia mondiale c’è il dio denaro e non la persona, l’uomo e la donna. Questo è il terrorismo di base contro tutta l’umanità”.

Effettivamente il “lungo dialogo” citato dal papa col grande imam di Al-Azhar c’era stato, due mesi prima, il 23 maggio 2016, a Roma, in riparazione della frattura intercorsa nel 2011 con Benedetto XVI. E questa ricucita intesa avrebbe avuto negli anni successivi sviluppi spettacolari, dalla firma congiunta di un documento sulla “fratellanza umana”, ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti il 4 febbraio 2019, alla enciclica “Fratelli tutti” del 3 ottobre 2020, dichiaratamente scritta dal papa “stimolato in modo speciale dal grande imam”.

Nello stesso arco di tempo, tuttavia, c’è un regime musulmano col quale Francesco entra in attrito: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.

Già nell’iniziativa del papa in difesa del regime siriano di Al-Assad, suo antagonista nella regione, Erdogan aveva trovato motivi di irritazione, di cui Francesco aveva accortamente tenuto conto, tenendo un basso profilo durante la sua visita in Turchia nel novembre del 2014.

Poi però il papa, una volta scelto il grande imam di Al-Azhar come suo compagno di strada, abbandonò con Erdogan ogni prudenza diplomatica. Il 12 aprile del 2015, alla messa in memoria del martirio del popolo armeno, Francesco definì quel martirio, per la prima volta sulla bocca di un papa, come un vero e proprio “genocidio” perpetrato dalla Turchia cent’anni prima, “il primo genocidio del XX secolo”.

Apriti cielo. Dalla Turchia e da Erdogan in persona le reazioni sono furenti. L’ambasciatore presso la Santa Sede è richiamato ad Ankara e non farà ritorno a Roma che un anno dopo. Ma Francesco non demorde. Nel giugno del 2016 visita l’Armenia e torna a denunciare il “genocidio”, aggiungendo in sovrappiù – nella consueta conferenza stampa sul volo di ritorno – di non aver mai conosciuto altra parola per definire lo sterminio degli armeni, durante tutti i suoi anni in Argentina.

Il 5 febbraio 2018, a Roma, Erdogan è ricevuto in udienza da papa Francesco, con i due che trovano un momentaneo terreno d’intesa contro Israele, condannando la decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, come vera capitale dello Stato ebraico. Ma la ruggine tra il papa e la Turchia tornerà ad affiorare di nuovo il 12 luglio del 2020, quando Francesco si dichiarerà pubblicamente “molto addolorato” per la trasformazione della basilica di Santa Sofia in moschea.

Intanto, però, prende corpo la seconda grande operazione di buon vicinato con i musulmani, che per Francesco significa tessere rapporti non tanto con gli Stati ma con singole persone. Dopo l’intesa con il sunnita Al-Tayyeb, il papa punta a un incontro con il grande ayatollah sciita Al-Sistani. E riesce a realizzarlo il 6 marzo del 2021, nel corso di un audace e ben congegnato viaggio in Iraq, il primo mai effettuato da un papa.

Al-Sistani, effettivamente, è personalità di eccezionale rilievo, anche geopolitico. È nato in Iran, ma è antitetico sia al regime politico e alla volontà di potenza della sua nazione d’origine, sia soprattutto alla versione dell’islamismo sciita impersonata da Khomeini e dai suoi successori. In Iraq, dove vive da molti decenni, Al-Sistani predica una convivenza pacifica tra sunniti e sciiti, e contesta alla radice la “wilayat al-faqih”, il teorema khomeinista che assegna ai dottori della legge islamica il potere politico oltre che religioso.

Un effetto dell’incontro tra papa Francesco e Al-Sistani sarà che presto anche il grande imam sunnita di Al-Azhar si recherà in Iraq, a Najaf, a incontrare, per la prima volta, il grande ayatollah sciita. Il viaggio è in avanzata fase di preparazione e inciderà notevolmente sulle intese e sulle rivalità che sono in evoluzione nel mondo musulmano.

Infatti, la secolare contrapposizione tra sunniti e sciiti o tra arabi e persiani, con il Vaticano tradizionalmente orientato a prediligere l’intesa con Teheran, lascia oggi il passo a una spaccatura più complicata, che vede da un lato Iran, Turchia, Qatar, i libanesi di Hezbollah, i palestinesi di Hamas, e dall’altro lato Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e in parte anche l’Iraq (la parte del primo ministro Mustafa Al-Khadimi, fatto segno nei giorni scorsi di un attentato di marca iraniana), con sunniti e sciiti mescolati sull’uno e sull’altro fronte.

Con le sue mosse, Francesco si è di fatto allineato al secondo fronte, che è anche quello più aperto a Israele e più ostile all’ideologia dei Fratelli Musulmani e delle connesse reti terroristiche. Anzi, ha contribuito lui stesso a costruirlo, favorendo l’avvicinamento tra Al-Tayyeb e Al-Sistani. Miracolosamente, anche i battiti d’ala del papa finiscono per incidere sugli equilibri del mondo.

(Fonte: Settimo Cielo)

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