Né romano, né burino…

Con il termine burino, in dialetto romanesco, viene designato il contadino, il campagnolo e, in senso più esteso e moderno, una persona con forma e modi da provinciale. Un’altra accezione, in senso lato, è quella di una persona rozza e volgare, che in dialetto romanesco è però definita soprattutto dal termine “coatto”. Il coatto non deve essere confuso con il “burino”…
Insomma, “secondo un’etimologia spesso attribuitale popolarmente, essa sarebbe da far risalire ad un modo con cui venivano ipoteticamente chiamati i pastori venditori di burro – per l’appunto buro secondo la dizione romanesca – in attività per le strade dell’Urbe, provenienti dalle campagne fuori città e quindi associati col passare del tempo alla figura del rozzo zoticone.
Un’ipotesi alternativa avanzata per l’origine del termine, senz’altro fondata quantomeno sulla scorta di fonti documentali che ne consentirebbero una ricostruzione etimologica meno aleatoria, sarebbe quella che invece la farebbe derivare dal termine bure, ossia al manico dell’aratro, utilizzato nei secoli addietro per indicare sineddoticamente i braccianti della Romagna, regione per svariati secoli facente parte proprio dei dominii dello Stato Pontificio, ingaggiati di frequente come lavoratori stagionali nell’Agro romano. Infatti, lo stesso telaio dell’aratro era chiamato spesso e volentieri burino nell’Italia del passato”.
Dulcis in fundus, ma chi è il vero romano? Ci vuole il bollino di romano doc. Quello spetta a pochi, pochissimi. Per essere un romano doc, si dice, bisogna essere de Roma da sette generazioni, sia da parte di madre che di padre. Sennò nulla da fare. E dunque, non è questo il genere che ci interessa per essere “romano doc”. Il senso è assai più antico di sette generazioni, è qualcosa di più spirituale e per la quale appartenenza non basta neppure il Battesimo per mezzo del quale – rigenerati – siamo membra ROMANE della Chiesa una, santa cattolica, apostolica e romana. Per essere romani doc occorre vedere e amare Roma come l’ha vista e amata Gesù Cristo.

Sapete che per i non cristiani dire cattolico oppure romano significa la stessa cosa?

L’universalità (ovvero la cattolicità) della Chiesa di Cristo consiste anche nell’aver fatto proprio il concetto di universalità dell’impero romano: Roma non solo capitale, ma come città-mondo (urbi et orbi).

Il Divin Verbo infatti s’incarnò quando lo stato del popolo d’Israele faceva parte dell’impero romano (cfr. Lc 2, 1-2).

Gli israeliti erano convinti che il Messia promesso avrebbe liberato il loro popolo dell’oppressione romana. Ma il Cristo invece, quando venne, fece qualcosa di meglio: fece del nuovo – del vero – Israele, cioè la Chiesa, anche il nuovo impero romano, stabilendo la cattedra episcopale del suo Vicario in terra a Roma.

Per questo ogni battezzato, che viva nella stessa città di Roma oppure alla fine del mondo, deve essere romano. Deve cioè essere permeato da quella romanità spirituale che non solo lo identifica, ma che pure lo guida. Tutti coloro che lo hanno rifiutato, si sono ritrovati, prima o poi, a dividersi dalla Chiesa.

Le più grandi eresie, infatti, non mai arrivate da Roma, cuore della cristianità, ma dall’Oriente e da quelle terre nord-europee che furono evangelizzate dagli eretici. La prima grande rottura con Roma ci fu con lo scisma d’Oriente poco dopo l’anno 1000, la seconda nel 1500 anni con la protesta del nord-europeo Martin Lutero. Alla fine del 1700 arrivò anche il tradimento della Francia, la figlia primogenita della Chiesa, con la rivoluzione illuminista. Tutti si sono ribellati all’autorità di Roma.

La Chiesa romana è stata sempre combattuta, mai abbattuta. Così dal 1800 i suoi nemici hanno deciso di cambiare strategia: non più cercare di distruggerla dall’esterno, ma provare a cambiarla dall’interno.

«Fino ad oggi si voluto riformare Roma senza Roma, o magari contro Roma», spiegò il “grande vecchio” del modernismo italiano, il prete apostata Ernesto Buonaiuti (1881-1946). «Bisogna riformare Roma con Roma; fare che la riforma passi attraverso le mani di coloro i quali devono essere riformati». Ed è quello che è accaduto.

Lo spirito antiromano ha lentamente, ma inesorabilmente, preso il sopravvento diventando anche lo “spirito del Vaticano II”. Ed è stato forse questo il “peccato originale” dei cosiddetti “papi conciliari”: l’aver perduto o rifiutato, in tutto o in parte, la romanità spirituale.

Giovanni XXIII, prima di diventare papa, fu travolto – o si fece travolgere – dalla mentalità ecumenista – non ecumenica – che il modernismo aveva diffuso nella Chiesa.

Paolo VI, anche lui prima di diventare papa, si entusiasmò al progetto di nuova cristianità lanciata dal modernismo francese.

Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, giovani padri conciliari, furono “contagiati” dagli “infetti” periti neomodernisti franco-tedeschi.

Quanto a Benedetto XVI, egli stesso ha raccontato, nella sua autobiografica, che c’è sempre stata in lui, giovane teologo, una certa diffidenza, se non proprio antipatia nei confronti di Roma.

E Francesco? Questo Papa, – a differenza dei suoi predecessori, i quali, nonostante tutto, ben erano coscienti dell’importanza della romanità, – pur privilegiando il titolo di Vescovo di Roma, si sente vescovo di questa città come di qualsiasi altra città. Per lui che il Successore di Pietro – ruolo da lui declassato a mero “titolo storico” nell’annuario pontificio – sia vescovo di Roma o di un’altra città è la stessa cosa. Egli non vuole diventare romano e non intende neppure provarci.

In otto anni di pontificato ne abbiamo avuto varie prove, l’ultima delle quali la sua decisione di non far entrare i canonici nella basilica di San Pietro durante la recita del Santo Rosario sabato 1° maggio. «Purtroppo il presente Papa non è romano, e non ha intenzione di diventarlo. È così e basta», ha così commentato la notizia CantualeAntonianum.

Lo scorso 20 febbraio fece scalpore un editoriale di Aldo Maria Valli, il cui titolo – preso in prestito dal romanzo di Guido Morselli – era Roma senza Papa. L’ex vaticanista non metteva affatto in discussione la legittimità dell’elezione di papa Francesco, ma sosteneva che egli era rimasto Jorge Mario Bergoglio nella testa e nel cuore. Simone, insomma, non vuole diventare Pietro.

E Simone non vuole diventare Pietro quando non vuole essere romano. Per questo oggi a Roma c’è il Papa, ma nel Papa non c’è Roma, perché non vuole la romanità spirituale che contraddistingue ogni battezzato.

E quelli che si meravigliano di ciò hanno poco da meravigliarsi, perché eravamo stati avvisati.

San Giovanni Bosco, in uno dei suoi sogni, vide il Papa, che egli chiama il “grande vegliardo del Lazio”, spogliarsi delle vesti pontificie e lasciare (spiritualmente) Roma. E il 19 settembre del 1846, a La Salette, tra le lacrime la Beata Vergine Maria disse: «Roma perderà la fede e diventerà la sede dell’Anticristo».

A scanso di equivoci, Francesco non è l’anticristo, ma neppure lo sta combattendo. Diciamo che ne è l’utile idiota, per usare un linguaggio di sinistra a lui tanto caro.

Tuttavia, in fondo in fondo, chi non è stato un utile idiota dal diavolo negli ultimi 50-60 anni? Tutti siamo stati “contagiati” dal virus dello spirito del concilio, alcuni con i sintomi, altri senza. Eppure abbiamo sia una cura che un vaccino: la conversione e lo spirito romano.

5 pensieri riguardo “Né romano, né burino…

  1. … non vale la pena commentare e vedere il proprio commento, non finito ancora, …svanire nel nulla improvvisamente.
    Sarò obbligato a cambiare sito. Giustamente i c.d. layci possono esprimersi fino ad un certo punto, dopodiché interviene la scure per interposto-Bergoglio, che viene chiamato in causa da Horacio Verbitsky, L’isola del silenzio: il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina”.

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  2. Sono pienamente d’accordo che la chiesa con la Madonna raffigurata con le lacrime diventi la chiesa “dell’anticristo” e vi spiego anche perché: l ho frequentata a pagani proprio e mi andavo a confessare più di 2 volte a settimana in cambio non ricevevo perdono ma penitenze e in più ho sentito il parroco che mentre predicava la messa diceva che il diavolo che è sulla terra e l’inferno che è sempre sulla terra sono più forti della parola di Cristo ora io senza motivo anzi ho letto l apocalisse sulla Bibbia e c’era scritto che sarei andato in carcere anche se stavo nel giusto oggi mi trovo agli arresti a Villa chiarugi s Nocera e sto in attesa del processo che si terrà a fine giugno

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