Ecco i miei dubia. Radio Spada intervista Aldo Maria Valli

L’articolo di Aldo Maria Valli intitolato Roma senza Papa ha suscitato diverse reazioni in Italia e nel mondo intero, essendo stato tradotto in varie lingue. Purtroppo però i più si sono fermati al titolo, buttandola sul sedevacantismo, mentre invece l’Autore voleva — come ha precisato — mettere in risalto «quale tipo di Dio ci viene proposto da Bergoglio. A mio modestissimo parere, ci propone un dio sminuito, un dio annacquato, un dio che non è padre ma compagno». Per spiegare meglio il suo pensiero, il dottor Valli ha rilasciato un’intervista a Radio Spada, che proponiamo ai nostri lettori, per far riflettere meglio sul fatto che la crisi nella Chiesa non comincia — né tanto meno finirà — con questo pontificato.

Come noto ai lettori, l’intervento di Aldo Maria Valli intitolato Roma senza papa. C’è Bergoglio. Non c’è Pietro, ha destato grandi attenzioni e ampi dibattiti. Radio Spada ha pensato che fosse utile andare a fondo delle tante questioni direttamente e indirettamente sollevate: ne è nato un dialogo interessante, pur nella diversità di opinioni su alcuni temi. Ve lo proponiamo di seguito.

Dottor Valli, innanzitutto benvenuto.

Grazie!

Ciò che principalmente muove questo nostro dialogo è il suo recente intervento Roma senza papa. Due aspetti hanno attirato subito la nostra attenzione, ovvero: 1. La “prospettiva teologica deviata” riferita a Bergoglio; 2. L’individuazione nel tempo successivo a Pio XII di un cambiamento significativo nella vita ecclesiale. Questi due temi conducono all’argomento del Vaticano II, che, come saprà, da noi è visto in termini negativi non tanto per un’eventuale ermeneutica erronea ma in quanto intrinsecamente portatore di dottrine problematiche. Se dovesse sintetizzare in poche righe la sua posizione su quell’evento storico-ecclesiale e sulle sue conseguenze, che cosa ci direbbe?

Ho nutrito ammirazione per numerosi protagonisti della stagione conciliare e la Provvidenza mi ha permesso di conoscerne alcuni personalmente. Ho sempre apprezzato la loro passione e l’amore per la Chiesa. Essendo cresciuto nella Chiesa postconciliare (nel mio caso ambrosiana), per lungo tempo non ho neppure sospettato che il Concilio potesse recare in sé i germi di un’involuzione teologica e pastorale e, peggio ancora, di una deviazione dalla Tradizione e dal Deposito della fede. Durante gli anni in cui ho seguito, come vaticanista, i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ho fatto mia la visione della cosiddetta ermeneutica della continuità. Le prime perplessità risalgono alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, quando, per ragioni di lavoro, da Milano mi sono trasferito a Roma. Per quanto possa sembrare paradossale, proprio a Roma ho avvertito i sintomi di un degrado, prima di tutto liturgico, che mi ha portato a pormi alcune domande. Poi nell’anno Duemila, durante il grande giubileo, ho avuto modo per la prima volta di osservare e conoscere da vicino i sacerdoti della Fraternità San Pio X, durante il loro pellegrinaggio, e ne sono rimasto edificato. Da allora la mia posizione rispetto al Concilio è diventata sempre più critica finché, con il pontificato di Francesco, ne ho viste tutte le contraddizioni interne. In sintesi, ritengo che l’incoerenza di fondo, rispetto alla Tradizione, si trovi già nel discorso di apertura di Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia. Nel momento stesso in cui afferma che compito del Concilio è difendere e diffondere la dottrina certa e immutabile, il Papa dice: “Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore”. Eccolo il vulnus. Da un punto di vista cristiano non ha senso contrapporre misericordia e rigore. Anzi, il rigore nella difesa e nella diffusione della retta dottrina è la più alta forma di misericordia, perché è finalizzato alla salvezza delle anime. Attraverso quel pertugio, aperto fin dall’inizio del Concilio, nella Chiesa si è insinuato il relativismo, sono penetrati abusi e tradimenti. In una parola, è penetrato il mondo e l’uomo è stato messo al posto di Dio. Certo, l’opera di sovvertimento era già iniziata ben prima, ma il Concilio ha fatto da detonatore, anche a causa di un ingiustificato ottimismo nei confronti della modernità.

Nel corso degli anni le sue posizioni su questi temi si sono avvicinate progressivamente a quello che – in termini giornalistici – può essere definito (e semplificato) come “tradizionalismo”. Due domande: c’è stato un evento scatenante che ha determinato questa sua riflessione? Come sono state accolte negli ambienti (lavorativi e umani in genere) in cui si trova queste posizioni?

L’evento scatenante è stata la pubblicazione di Amoris laetitia, nel 2016. Se i dubbi erano presenti fin dall’inizio del nuovo secolo, ed erano andati progressivamente aumentando a partire dal 2013, con l’elezione di Francesco, l’esortazione apostolica “sull’amore nella famiglia” mi ha definitivamente aperto gli occhi. Ho dovuto prendere atto del fatto che ambiguità e relativismo, ormai, non solo avevano fatto ingresso nella Chiesa, ma avevano preso forma di magistero. Devo dire che inizialmente, nei confronti di Amoris laetitia, sono stato talmente incredulo da negare l’evidenza. L’ho dunque riletta più volte e alla fine ho dovuto prendere atto, con dolore, della realtà. Il documento è pervaso dall’idea che esista un dovere di Dio al perdono e un diritto dell’uomo a essere perdonato, senza bisogno di conversione. L’eterna legge divina è piegata alla pretesa autonomia dell’uomo. Il concetto di discernimento è strumentalizzato, al fine di discolpare dal peccato. Direi che Amoris letitia ha certificato la rivoluzione avvenuta: non un cambio di paradigma (espressione fumosa utilizzata per giustificare il sovvertimento) ma il trionfo della visione modernista, sia nei contenuti sia nel metodo. La mia presa di coscienza ha avuto ripercussioni pesanti sul piano personale, anche professionale. Poiché, prima ancora dei quattro Cardinali, ho proclamato apertamente i miei dubia (ritengo infatti che sia non solo diritto, ma dovere del battezzato difendere il Depositum fidei denunciando le deviazioni, perché è in gioco il destino eterno delle anime); molti amici di un tempo sono spariti e ho avvertito il gelo attorno a me. Nel 2016 ero vaticanista al Tg1 e mi sono reso conto che non potevo più recitare due parti in commedia, da un lato asettico cronista in televisione e dall’altro commentatore critico, e anche molto pungente, nel mio blog Duc in altum. Mi sentivo a disagio e capivo di provocare disagio anche nei miei superiori al telegiornale. Abbiamo raggiunto una inziale soluzione di compromesso attraverso lo smaltimento delle moltissime ferie arretrate, poi ho lasciato il Tg1 e ho accettato un’offerta di lavoro alla TgS, la testata sportiva della Rai. Vi ho lavorato alcuni mesi, ma il cuore e la mente erano altrove. Infine ho scoperto che avevo maturato gli anni necessari per poter andare in pensione e ho iniziato una nuova vita, di blogger, papà e nonno a tempo pieno (i figli sono sei, i nipoti quattro). So che la mia “conversione” (la chiamo così perché l’ho vissuta come tale) ha provocato ampio sconcerto, anche tra gli stessi familiari. Non sono mancati attacchi duri e insulti da parte degli immancabili facinorosi. Ho perso tutte le collaborazioni che avevo con alcune riviste e case editrici. Io avverto tuttavia di aver assecondato, con l’aiuto dello Spirito Santo, il primato della coscienza e mi sento profondamente in pace. Inoltre, se da un lato sono venute meno alcune amicizie, dall’altro sono entrato in contatto con tanti nuovi amici con i quali si è sviluppato un rapporto molto bello. Rispetto al mondo tradizionalista mi considero in ogni caso un outsider. Cerco semplicemente, con tutti i miei limiti, di essere un cattolico degno di questo nome in mezzo a un mondo impazzito, nel quale, anche nella Chiesa, il pensiero dominante pretende di definire bene ciò che è oggettivamente male e viceversa.

Da vaticanista e giornalista di lungo corso ha avuto modo di stare spesso a contatto con ecclesiastici di alto rango e con istituzioni d’Oltretevere. Qui le chiediamo un’impressione: quanto pensa che ci sia, o stia avanzando, tra queste persone e in questi ambienti la coscienza che (oltre a Bergoglio) siamo di fronte a una crisi a partire dal Vaticano II?

Difficile delineare un quadro d’insieme, perché le posizioni sono molto differenziate. Ci sono gli ideologi, modernisti che hanno dogmatizzato il Concilio e si scagliano contro chiunque cerchi di metterne in evidenza le aporie. Ci sono gli opportunisti, che si adeguano alla visione modernista non per convinzione ma per i vantaggi che comporta. Ci sono i silenziosi, i quali, pur rendendosi conto dei problemi, preferiscono tacere sostenendo che l’unica cosa da fare è pregare, in attesa della fine della tempesta. Ci sono quelli che hanno progressivamente aperto gli occhi ma non sanno come agire. In generale, ho notato che c’è un diffuso problema psicologico tra coloro che, come me, sono cresciuti nella Chiesa postconciliare. Sia tra i consacrati sia tra i laici, per molti è difficile squarciare il velo perché significherebbe ammettere che l’intera vita è stata dedicata a una chiesa deviata. Li capisco. Io stesso posso dire che “stavo meglio quando stavo peggio”. Quando ero ancora inconsapevole non provavo l’amarezza e lo sconforto che oggi spesso mi prendono, per gli abusi liturgici, le aberrazioni dottrinali, i cedimenti al mondo, i tradimenti della fede. Ma la Verità è divisiva. Gesù lo dice chiaramente: “Non sono venuto a metter pace, ma spada”. Una Chiesa tutta peace and love, tutta zucchero, è una nostra costruzione mentale e culturale che non ha riscontri nelle Scritture e nella storia della civiltà cristiana.

Veniamo al tema del papato, che è il cardine del suo recente intervento. Alla crisi dell’autorità romana, nel corso degli ultimi decenni, sono state opposte alcune soluzioni che necessariamente riconducono la questione al tema fondamentale dell’infallibilità. Si può generalmente dire che le due principali tendenze nel risolvere il problema siano quelle che hanno indicato nell’impedimento all’uso (Fraternità San Pio X e mondo “lefebvriano” in generale) o nell’impedimento al possesso dell’infallibilità (“sedevacantismo” nelle sue diverse componenti) la spiegazione della crisi stessa. Volendo semplificare a beneficio dei nostri lettori: la prima tendenza porta all’accettazione dei vari Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Francesco come papi che tuttavia – senza voler effettivamente insegnare e governare in modo vincolante – errano. Ed è proprio in funzione del carattere dichiaratamente liberale dei principii professati che cadrebbe una delle condizioni dell’infallibilità, ovvero la possibilità di emettere un atto che voglia definire qualcosa. La seconda tendenza risolve invece il problema dell’Autorità negando che i vari “papi” del Concilio siano effettivamente papi. In Radio Spada, su queste materie disputate, sono rappresentati entrambi i fronti. Una domanda che tra di noi è sorta leggendo il suo intervento è questa: intendeva con esso prendere una posizione, aderendo a una delle ipotesi illustrate, oppure era principalmente sua intenzione impostare in termini generali il grande problema della crisi dell’autorità, crisi resasi evidentissima sotto Bergoglio?

Cercherò di esprimermi nel modo più chiaro possibile. Sono alieno da ogni tentazione sedevacantista e ritengo che Francesco sia papa. I dubbi avanzati sulle presunte costrizioni che avrebbero condotto alla rinuncia di Benedetto XVI, così come quelli sulla correttezza dell’elezione di Francesco, non hanno portato ad alcuna evidenza: ci sono sospetti, ma nessuna prova. Circa la scelta di Joseph Ratzinger, ritengo che la sua sia stata una fuga. Certo, il Vaticano era sotto tiro da parte del sistema finanziario internazionale, c’erano turbolenze e polemiche, c’era stato il primo scandalo di Vatileaks, il papa si sentiva più debole, tutto vero: ma nessuno di questi problemi giustifica una scelta come la rinuncia. Inoltre, pur volendo molto bene a Ratzinger, ritengo che la scelta di proclamarsi Papa emerito, di continuare a vestirsi di bianco e di vivere all’interno del Vaticano abbia determinato confusione e alimentato divisioni, sospetti e retropensieri. Circa Francesco, ritengo che egli, pur essendolo, non si stia comportando come papa. E le ragioni della mia valutazione sono teologiche. Francesco non ci presenta il Dio della Bibbia, ma un dio adulterato, un dio adattato alle pretese umane, un dio che non perdona ma discolpa. Come ho scritto nel mio articolo, questo dio impegnato più che altro a scagionare l’uomo, questo dio alla ricerca di attenuanti, questo dio che si astiene dal comandare e preferisce comprendere, questo dio che “ci è vicino come una mamma che canta la ninna nanna”, questo dio che non è giudice ma è “vicinanza”, questo dio che parla di “fragilità” umane e non di peccato, questo dio piegato alla logica dell’”accompagnamento pastorale” è una caricatura del Dio della Bibbia. Perché Dio, il Dio della Bibbia, è sì paziente, ma non lassista; è sì amorevole, ma non permissivo; è sì premuroso, ma non accomodante. In una parola, è padre nel senso più pieno e autentico del termine. La prospettiva assunta da Bergoglio appare invece quella del mondo: che spesso non rifiuta del tutto l’idea di Dio, ma ne rifiuta i tratti meno in sintonia con il permissivismo dilagante. Il mondo non vuole un vero padre, amorevole nella misura in cui è anche giudicante, ma un amicone; anzi, meglio ancora, un compagno di strada che lascia fare e dice “chi sono io per giudicare?”. E Francesco presenta al mondo proprio questo dio non padre, ma compagno di strada. Ecco perché sostengo che Francesco non stia facendo il papa: perché non conferma i fratelli nella fede. La riprova sta nel fatto che riceve l’applauso dei lontani, i quali si sentono confermati nella loro lontananza, mentre con le sue ambiguità e le sue deviazioni confonde e sconcerta i vicini. Ora il punto è: non fare il papa comporta anche il non esserlo? Secondo me, no. Francesco è papa, e tuttavia sbaglia. Qualcuno dice: impossibile, perché ha l’assistenza dello Spirito Santo. Ma l’assistenza dello Spirito Santo va accolta. Se viene rifiutata, errori e peccati possono dilagare (perché il Signore non viola mai il nostro libero arbitrio costringendoci a compiere atti contrari alla nostra volontà. Nel paradosso della infinita Misericordia di Dio, Egli ci lascia liberi di disobbedirgli, di dannarci, di rifiutare la beatitudine eterna; ci invia quelle grazie soprannaturali che possiamo però rifiutare. Se così non fosse, l’uomo non avrebbe alcun merito nello scegliere Dio e la sua legge e nel rinunciare a Satana e alle sue seduzioni).

A parte una breve menzione sull’ipotesi delle dimissioni, un grande assente nel suo Roma senza papa è Joseph Ratzinger. La nostra posizione sull’operato del teologo bavarese – ovviamente senza alcun giudizio sulle intenzioni – è negativa. Con ruoli diversi, nel Concilio, nel post-Concilio, nel suo regno e nel suo post-regno, ci pare che – con le fasi alterne tipiche del processo rivoluzionario – il ratzingerismo abbia rappresentato un vulnus da cui – per estensione temporale e profondità – sono scaturiti danni del tutto assimilabili, se non superiori, a quelli del bergoglismo, magari meno espliciti ma assolutamente non trascurabili. Anche ora ci pare che il ruolo, speriamo involontario, del tandem bi-papale sia quello di produrre un equilibrio prodigioso grazie al quale si tiene insieme la marcia lenta della rivoluzione con quella più veloce. Sappiamo di avere posizioni nette e non maggioritarie su questo tema. Lei che ha avuto anche modo di conoscere da vicino Benedetto XVI, che ne pensa?

AMV – Ripeto: voglio bene a Benedetto XVI. Avendolo conosciuto di persona, ne ho apprezzato la cortesia squisita, la bontà d’animo, la reale attenzione dimostrata verso l’altro, la freschezza del fanciullo accompagnata alla gravitas, la dignità e la serietà. Conservo una sua gentilissima lettera in cui mi ringrazia per il libro Il pontificato interrotto, che ho dedicato al suo magistero, ed esprime apprezzamento per il mio lavoro. Credo che tutti, non solo credenti, gli dobbiamo essere grati per aver rimesso al centro della riflessione la questione della Verità. Ovviamente un Papa di tal genere non poteva riscuotere l’apprezzamento del mondo, e infatti è stato attaccato in mille modi. Circa la sua rinuncia, credo di aver già risposto in precedenza. Ho cercato con tutte le forze di comprenderla e giustificarla, ma non ci riesco. In più ha introdotto l’ambigua figura del Papa emerito, che non sta in piedi né sotto il profilo canonico né da un punto di vista teologico.

Oggi crediamo che la vera sfida cattolica consista nel raccontare ai fedeli che un altro cattolicesimo (quello vero) è esistito e che su questo fatto si gioca la partita fondamentale, quella della salvezza dell’anima. Come nelle fasi acute di ogni crisi, ci sono molte opportunità, e parecchi iniziano a porsi domande. Da parte nostra l’uragano Bergoglio ha avuto il “merito” di mettere chiarezza, di mostrare in modo più esplicito dove porti la “marcia veloce” della rivoluzione. Detto in altri termini: se fino a Bergoglio la rivoluzione ecclesiale si era accanita sui primi tre comandamenti (quelli relativi a Dio) con l’ecumenismo indifferentista, il liberalismo religioso e la devastazione liturgica, ecco che con Bergoglio l’avanzamento naturale del processo ha determinato il coinvolgimento degli altri sette (quelli relativi al prossimo), in particolare il sesto e il nono, e giustamente nel suo intervento lei si riferisce ad Amoris laetitia. La presa di coscienza tra i fedeli, a nostro avviso, è maturata più con Bergoglio perché i primi tre comandamenti nella sensibilità comune riguardano “roba da preti” (celebrazione delle Messe, riti sincretistici, eccetera) mentre gli altri sette la vita di tutti i giorni, compresa la vita famigliare, e sono insomma “pane quotidiano”. Se prima le avevamo chiesto degli alti ecclesiastici ora, con questa premessa, le chiediamo dei semplici fedeli. Ovvero: lei ha un osservatorio sicuramente efficace nel verificare ciò che sentono i lettori, che percezione ha in merito a queste situazioni e a questi temi? C’è una presa di coscienza effettiva o il rischio è che molti abbiano un anti-bergoglismo sentimentale, dunque effimero, basato sull’astio per un uomo e non sulla fedeltà alla dottrina? Le domande – per quanto sia tutto nelle mani della Provvidenza – riguardano potenzialmente anche il dopo-Bergoglio, perché non necessariamente la crisi finirà con lui.

Dal mio osservatorio (da un lato il blog, dall’altro la vita di comune fedele) vedo aumentare sconcerto e sofferenza. Anche se i facinorosi, con la loro carica di aggressività, non mancano, vedo e incontro soprattutto tanti buoni Cattolici che vogliono bene al papa e pregano per lui, ma proprio per questo soffrono quando egli non li conferma nella fede ma si riduce a fare il cappellano dell’Onu, sposa il politicamente corretto, si mostra ambiguo in materia di dottrina e di morale, dà l’impressione di muoversi e ragionare più da politico che da pastore. Gran parte del gregge si sente senza guida. Non tutti hanno una preparazione teologica, ma il sensus fidei consente a tanti di vedere ciò che non va. Il culto idolatrico tributato alla pachamama ha prodotto reale sbalordimento. Un senso di turbamento si è diffuso quando Bergoglio si è inchinato a baciare i piedi dei leader del Sud Sudan. La firma della Dichiarazione di Abu Dhabi ha parimenti provocato perplessità. Per non parlare delle aperture di credito verso i presunti diritti LGBT. Non siamo quindi nel campo dell’anti-bergoglismo. Siamo nel campo dell’amore sincero verso il papa. E forti sono le preoccupazioni per il futuro, perché, vista la composizione del Sacro Collegio, non si vede come dal prossimo conclave potrà uscire un vero pastore.

Ripercorrendo le domande di questo dialogo ci si rende conto della vastità e complessità di questi temi, al punto che ciascuna potrebbe diventare un articolo a parte o addirittura il capitolo di un libro. La ringraziamo molto per questo scambio.

Grazie a voi per l’attenzione che mi dedicate. Permettetemi di chiudere con le parole dell’amato Cardinale Newman: «Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo – cosa che non è molto indicato fare – allora io brinderei per il papa. Ma prima per la coscienza e poi per il papa» [Lettera al Duca di Norfolk, 1875].

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