Zuppi sarà pure un pastore mite, ma gli zupponi teologici che cucina sono davvero indigesti, anche alla Beata Emmerich

Il cardinale Zuppi ha rilasciato una intervista (oramai sembra la moda del momento mentre, certo silenzio male non farebbe) alla quale non risponderemo noi, ma lasceremo rispondere al Padre Domenicano Giovanni Cavalcoli giacchè, avendo notato anche noi certi strafalcioni nelle risposte dell’alto prelato, è bene che sia stato un teologo, molto conosciuto, a dare le giuste risposte…


Una risposta al Cardinale Zuppi

A colloquio con un Pastore

Nel blog di Libero del 10 novembre scorso è apparsa un’intervista di Alessia Ardesi al Card. Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna, dal titolo: Coronavirus, il cardinale Matteo Zuppi: “Non è una maledizione di Dio. Vi spiego come sono inferno e paradiso”.

Le risposte del Cardinale manifestano un uomo dal fare dolce ed accogliente, cordiale, dalla fede serena, ricco di sensibilità per la diffusa situazione di sofferenza provocata dal covid, capace di donarci parole confortanti ed atte ad alimentare la speranza, degno di ammirazione per la sua lunga esperienza tra le fasce più svantaggiate della popolazione.

L’uomo e la donna nella resurrezione

Ho notato tuttavia alcuni punti, circa i quali vorrei dire una parola con tutto rispetto per l’illustre Porporato. In corsivo la domanda dell’intervistatrice e sotto la risposta del Cardinale.

Prima domanda. Gesù dice che nell’Aldilà non ci saranno mogli né mariti, ma saremo tutti come angeli nel cielo.

  • «Esatto, Tutto in tutti. È qualcosa che possiamo solo intuire. Forse il senso è che vivremo una dimensione di amore lato, largo, ampio. San Paolo ha detto: “Non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna”. Significa che ci sarà una piena consapevolezza di sé stessi negli altri. Se iniziassimo già adesso a volerci bene e a stare uniti, un po’ del deserto che abbiamo sulla Terra diventerebbe un piccolo giardino!».

La risposta del Cardinale è molto suggestiva e certamente la sua visione del paradiso è invogliante e sostanzialmente giusta. Ma è troppo vaga. Su questo interessantissimo mistero di quale sarà la condizione dell’uomo e della donna alla resurrezione S.Giovanni Paolo II ha insegnato cose di estrema importanza, delle quali qui vedo la totale assenza[1]. Rimando qui ad alcuni studi che feci a suo tempo su questi insegnamenti. Mi limito qui ad esporre brevemente il pensiero del Santo Pontefice.

Innanzitutto, «saranno come angeli in cielo» (Mt 22,30) non vuol dire, come a tutta prima potrebbe sembrare, che le persone umane saranno degli spiriti senza carne, come sono gli angeli, perché ciò comporterebbe la negazione del dogma della resurrezione del corpo, corpo che evidentemente è maschile o femminile. Gesù in cielo è evidentemente maschio e la Madonna è donna.

Le parole di Gesù «non si prende né moglie né marito» (ibid.) non significano quindi evidentemente che non ci sarà né maschio né femmina, ma che sarà cessata la riproduzione della specie propria del matrimonio. L’esser maschio o l’esser femmina non sono due modalità accidentali o contingenti o temporanee della persona umana, non sono qualcosa di estrinseco alla persona, manipolabile dalla persona, ma sono suoi costitutivi essenziali e quindi immutabili ed eterni, così come nella concezione cristiana, la persona, anima e corpo, è destinata a vivere per l’eternità.

Nella futura resurrezione dovrà essere ricostituita in piena e più alta perfezione, quella medesima coppia umana – «maschio e femmina li creò» – che corrispose alla volontà originaria di Dio nel creare l’uomo. L’elemento presente nell’Eden, che invece sarà assente alla resurrezione, sarà soltanto, come ho detto, l’attività riproduttiva della specie e in tal senso il matrimonio.

 È vero, invece, come dice il Cardinale, che vi sarà il trionfo dell’amore, perché mentre la riproduzione della specie suppone la morte, in quanto i vivi sostituiscono i morti, l’amore è immortale, compreso quindi l’amore fra uomo e donna, anche se non conosciamo quale sarà la conformazione fisica e la dinamica psicoemotiva dei due sessi, perché quaggiù conosciamo una sessualità ferita dal peccato originale e costitutivamente fatta per la generazione, mentre lassù avremo uno spirito pienamente riconciliato con la carne ed una sessualità  non generativa capace di esprimere perfettamente l’amore interpersonale.

Coerentemente con questa visuale occorre fare  attenzione ad interpretare bene le parole paoline «non c’è più né uomo né donna» (Gal 3,28), che non significa assolutamente la sparizione della distinzione uomo-donna, ma Paolo vuol semplicemente dire, come appare chiaramente dal contesto, che non ci saranno più discriminazioni ed ingiuste esclusioni, ma che il regno di Dio è aperto a tutti su di un piede di parità e di uguaglianza, senza privilegi o preferenze di persone, sia pur nella reciprocità e nelle differenziazioni naturali.

La misericordia va d’accordo col castigo?

Seconda domanda. Nella Bibbia è scritto che la morte è nemica di Dio, una “maledizione” intervenuta come castigo per la creatura colpevole. Ma Dio è misericordioso… Forse qualcosa non torna?

  • «Sappiamo che solo noi possiamo sottrarci alla misericordia di Dio: questa è la nostra libertà. Che amore sarebbe se potessimo dire solo sì? Saremmo automi e non a sua immagine, quindi liberi. Quando la misericordia, che è molto più grande del nostro cuore, bussa, siamo solo noi che possiamo aprirle. È il grande mistero del male, che abbiamo sperimentato anche in questo tempo di pandemia, e della sciocca e presuntuosa complicità degli uomini. Abbiamo parlato poco della morte e anche della forza del male – certo, parlava da sola! Ma per farlo dobbiamo anche parlare alla vita. E abbiamo difficoltà».

Osservo innanzitutto che il Cardinale non raccoglie affatto la definizione data dalla intervistatrice della pandemia come «maledizione divina». Il Cardinale esordisce invece ricordando il principio verissimo e importantissimo che «noi possiamo sottrarci alla misericordia di Dio: questa è la nostra libertà».

Occorre però ricordare anche che l’atto col quale noi ci apriamo alla divina misericordia è a sua volta effetto della divina misericordia. Quindi non siamo solo noi ad aprire. Siamo noi, perché il nostro è un atto libero, responsabile e meritorio. Ma siamo noi in quanto mossi dalla grazia. Come dice San Paolo? «Dio suscita in voi il volere e l’operare» (Fil 2,13). Se invece teniamo chiusa la porta, questo atto è nostro e solo nostro. Dio è all’origine del nostro sì, ma non del nostro no. Come dice Jahvè a Israele? «Se ti perdi, Israele, è colpa tua» (Os 13,9). Il primo è il mistero del bene; il secondo è il mistero del male.

Terza domanda. In molti hanno detto che il Covid è stata una punizione divina. Come risponde?

  • «Dio dà la vita per noi, come fa a mandare la morte? Dio ci libera dal male, non ce lo invia, neppure per motivi, diciamo così, pedagogici, per metterci alla prova! Prende su di sé il castigo, non ce lo infligge e dice: “Nella prova io sono con te”. Prende su di sé la croce, che in molti casi viene costruita proprio dagli uomini».

Osservo che certamente Dio vuole la vita. Ma proprio per questo punisce con la morte chi vuole la morte. Il peccato di Adamo è stato punito con la morte: «A causa di un uomo venne la morte» (I Cor 15,21). E per il peccato d’Adamo la natura è diventata punitrice. Ecco il dramma del covid: «Maledetto sia il suolo per causa tua» (Gen 3,17). Dio ci punisce per mezzo della natura. Se per «maledizione»[2] intendiamo, biblicamente, l’equivalente del castigo, ebbene, dobbiamo dire con franchezza e semplicità che la pandemia è una maledizione divina. Detto questo, però, dobbiamo allontanare dalla nostra mente ogni immaginazione da film dell’orrore e tener presente attentamente senza paraocchi il concetto biblico del castigo, che ho ampiamente illustrato in un mio libro di recente pubblicazione[3] e da anni vado illustrando nei miei articoli online.

Il castigo nel senso biblico è una delle tante manifestazioni dell’amore divino, come la giustizia, l’equità, la predestinazione, la glorificazione, la condiscendenza, la gratuità. l’amicizia, la paternità, la misericordia, la compassione, la pietà, la tenerezza, la dolcezza, la mitezza, lo zelo, la benignità, la benevolenza, la generosità, la magnanimità.

Il concetto di castigo non deve essere gonfiato in una maniera spropositata ed isolato dagli altri attributi, come fanno i buonisti per screditarlo, così da far apparire Dio sotto le vesti del lupo mannaro, ma va strettamente congiunto con gli altri, cosicché il dolce mitiga l’aspro e l’aspro dà forza al dolce.

Per questo è chiaro che la morte non ha origine da Dio, che è il Dio della Vita – dice bene il Cardinale -, ma dal peccato della creatura: «Con il peccato è entrata la morte» (Rm 5,12); «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza» (Sap 1, 13-14) «Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo» (Sap 2,24). E purtroppo nell’uomo peccatore c’è – direbbe Freud – un maledetto «istinto di morte», che viene estinto solo unendosi alla morte di Cristo, Colui che ha vinto la morte con la sua morte. In Cristo la sofferenza vince la sofferenza. Questo è il segreto della Croce.

Dio dunque di per sé non vuole la morte, ma la vuole, potremmo dire controvoglia, come castigo del peccato e come via redentrice in Cristo per ridonarci la vita. È vero – come riconosce il Cardinale – che Cristo prende su di sé il castigo. Ma non è vero che non ce lo infligge. Non è così che avviene la Redenzione. Sembra che il Cardinale voglia dire che il Padre toglie a noi il castigo per scaricarlo su Cristo. Non è questa l’opera del Padre. Il Padre non ci risparmia affatto i meritati castighi, solo che, anziché lasciarli nella loro nuda realtà di castighi, li fa assumere dal Figlio, che li prende su di sé, li trasfigura, dà loro una nuova vita e col suo sangue ripaga il Padre al nostro posto dell’offesa del peccato e li trasforma in mezzi di espiazione e di salvezza.

Il Padre effettivamente e giustamente ci castiga; solo che ha voluto che il Figlio, pur innocente, patisse anche lui la sofferenza conseguente al peccato, ossia, come si esprime Isaia, prendesse su di sé i castighi con i quali noi siamo stati puniti. Non è quindi che Cristo sia stato castigato al nostro posto. Egli invece ha espiato al nostro posto, perché noi non avevamo la possibilità di dar soddisfazione al Padre per le nostre colpe.

Il Padre non è stato crudele, come alcuni credono, a mandare il Figlio sulla croce, non è stato taccagno nel pretendere risarcimento a costo della morte del Figlio. Al contrario è stato glorioso nel glorificare il Figlio, che ha glorificato il Padre ed ha glorificato l’uomo. La soddisfazione data al Padre non è altro che la salvezza dell’uomo e la morte di Cristo non è altro che il seme che fruttifica nella vita.

Cristo in tal modo ha compiuto quella che la Chiesa chiama «soddisfazione vicaria». Infatti soltanto il Figlio di Dio, ricco di misericordia, poteva, in quanto Dio, pagare al nostro posto il debito infinito del peccato. Ma appunto quest’opera soddisfattoria di Cristo ha consentito, per misericordia del Padre, di soddisfare anche noi per i nostri peccati ed anzi di partecipare all’opera soddisfattoria di Cristo per la remissione dei peccati del prossimo.

Se noi partecipiamo a quest’opera redentrice di Cristo, indubbiamente Dio ci toglie il castigo, non però i castighi temporali della vita presente, ma il castigo eterno dell’inferno che ci eravamo meritati col peccato originale. E non è escluso che la misericordia del Padre allievi anche i castighi della vita presente, soprattutto se gli diamo prova di essere sinceramente penitenti, come il figliol prodigo della parabola evangelica.

Il significato della Redenzione di Cristo

Così infatti si esprime Isaia nel commoventissimo brano, nel quale pare che abbia davanti agli occhi la Passione di Cristo:

 «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti. … Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato tra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori» (Is 53, 4-5; 11-12).

Che cosa aggiunge Cristo stesso, che cosa aggiunge il Nuovo Testamento, se non il riassunto e il chiarimento di queste parole del Profeta, facendo semplicemente il nome di questo misterioso Servo sofferente e redentore di Jahvè, del cui sacrificio ha descritto tutto l’essenziale? Certo, manca soltanto, e non è poco, la precisazione che è il Figlio di Dio fatto uomo. Ma come si può immaginare che un solo uomo, col suo sacrificio, compia la salvezza di tutta l’umanità?

Delitto e castigo

Torniamo alla questione del rapporto peccato-castigo. Chi vuole veramente la morte è il peccatore col suo peccato. Ma siccome giustizia vuole che il peccato sia punito, e Dio è giusto, Dio vuole la punizione del peccatore, punizione che può essere anche la morte. Il castigo del peccato è anzitutto il turbamento interiore del peccatore: «Non c’è pace per gli empi» (Is 57,21).

Ma Dio punisce anche attraverso le sventure e la giustizia umana, benché non ci sia sempre facile vedere il nesso causale di fatto tra peccato e castigo, perché spesso i peccatori non sono puniti né dalla sventura né dalla giustizia umana e invece capitano sventure e soffrono persecuzione persone innocenti. Ma ciò non deve farci dubitare della giustizia divina, la quale sa tutto e sa meglio di noi quando e come colpire il peccatore per il bene stesso del peccatore.

Per questo nella Scrittura è detto: «Ti castigherò secondo giustizia» (Ger 30,11) e che «Il Signore fa morire e fa vivere» (I Sam 2,6) e che, «da Dio procedono le sventure e il bene» (Lam 3,38), ma dall’altra precisa che tuttavia, se Dio castiga, ciò avviene perché il peccatore con la sua stoltezza attira su di sé il castigo: «La tua stolta malvagità ti castiga» (Ger 2,19); «Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commesso» (Ez 18,26).

«Dio castiga e usa misericordia» (Tb 13,2). Dio castiga per giustizia, perché rispetta la scelta, sia pur sciagurata, del peccatore, ma preferisce far misericordia a chi si pente, perché a tutti vorrebbe far misericordia: «Il Signore s’impietosisce riguardo alla sventura» (Gl 2,13). Dio non pecca, non vuole peccare e non fa peccare nessuno – sarebbe una bestemmia il solo pensarlo -; e tuttavia vuole che il peccato esista, pur potendolo impedire, per ottenere dal male unum maggior bene.

E se Dio punisce, ha sempre una ragione, che il peccatore stesso conosce, in modo da non poter fare alcuna recriminazione. Chi è punito con l’inferno, non può lamentarsi di non essere predestinato, perché se va all’inferno è colpa sua. Ma Dio gli aveva dato la grazia sufficiente per salvarsi. È lui che l’ha resa vana impedendole di diventare efficace.

Castigo e misericordia non si escludono a vicenda, ma si alternano e si applicano a soggetti diversi e anche nel medesimo soggetto a circostanze diverse, così come il dolce non esclude l’amaro e il caldo non esclude il freddo, perché l’ira divina colpisce al momento giusto, nel modo giusto e nella misura giusta il malvagio impenitente, mentre la misericordia perdona senza limite il peccatore pentito. Se Dio non punisse il peccato, non sarebbe misericordioso, ma ingiusto e l’ingiustizia non va d’accordo con la misericordia, la quale invece suppone o implica la pratica della giustizia.

Il perché della sofferenza

Dio punisce a malincuore ma preferirebbe perdonare: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (Ez 18, 23). Per questo, se Dio punisce, salvo che non si tratti della pena dell’inferno, lo fa per correggere il peccatore: «Castigando il suo peccato tu correggi l’uomo» (Sal 39,12); «Il Signore ci corregge con le sventure» (II Mac 6,16). Infatti esse ci rendono umili, ci fanno capire, come dice lo stesso Cardinale, che non siamo onnipotenti, per cui ci spingono al pentimento dei nostri peccati e a far ritorno a Dio.

È una grazia di Dio capire che il fatto di subire una pena o una sventura o un torto da parte degli uomini o della sorte o della natura vuol dire che Dio ci sta correggendo. Ciò corrisponde alle parole di Giobbe, quando dice che occorre prendere dalle mani di Dio non solo le gioie, ma anche le sofferenze.  

Altrimenti, se la sofferenza non viene da Lui, se non è sotto il suo controllo per il nostro bene, da chi deve venire? Da noi stessi? Dagli altri? Dalla natura? Dal demonio? Sì, certamente. Ma il ricondurla sotto il dominio della Provvidenza è motivo e causa per noi di molta serenità e fiducia in Dio, il Quale, essendo Bontà infinita, sa certamente quello che fa e perché lo fa e se ci fa soffrire, dev’esserci certamente un motivo valido per farlo, che di fatti è la partecipazione alla croce redentiva di suo Figlio.

E se ci pare di essere colpiti da un castigo immeritato, possiamo sempre offrire questa sofferenza per il riscatto degli altri. Quando pertanto siamo colpiti dalla sventura o dalla sofferenza, dobbiamo certamente fare il possibile con tutti i mezzi leciti per liberare da essa noi stessi e gli altri: Dio stesso lo vuole e peccheremmo se non lo facessimo. Ma finché la sofferenza dura ed appare invincibile, dobbiamo dire con fiducia : «Hai fatto bene, Signore, ad umiliarmi, perché io impari ad obbedirti» (Sal 119,75).

Ci sono infatti in noi delle impurità che possono essere tolte solo con la sofferenza mandata da Dio. E, come fa notare San Giovanni della Croce, esse sono quelle impurità talmente profonde e nascoste, che da soli non riusciamo neppure a vederle, per cui occorre che quest’opera di purificazione sia condotta da Dio stesso, che vede in profondità e sa guarirci, così come un sapiente chirurgo può liberarci, magari con un’operazione dolorosa, da un tumore, del quale non abbiamo consapevolezza.

Dio di per sé non vuole che soffriamo, e tuttavia esistono circostanze nelle quali noi possiamo imparare a pentirci, a fare penitenza e a convertirci solo al prezzo dell’esperienza dell’essere puniti, cioè della sofferenza. Similmente, il buon medico arreca dolore al paziente, ma solo perchè nel caso il dolore è il prezzo della guarigione. Il carcere non serve al detenuto per maledire il giudice che lo ha condannato, ma per riparare alla colpa e preparare un suo dignitoso reinserimento nella società. La sofferenza è certamente un male da espellere, ma, all’occasione è anche un capitale da utilizzare per correggere i propri difetti. Chi non sa capire questo e non ne approfitta, perde un’occasione essenziale per il suo progresso morale e spirituale.

 In tal modo Dio ci manda la sventura perché facciamo penitenza e ci convertiamo, ma con l’intento finale di liberarci completante in paradiso da ogni forma di sofferenza. E quest’opera Dio la inizia già da quaggiù soprattutto verso i suoi servi, benché carichi della Croce: «Beato l’uomo che ha cura del debole, nel giorno della sventura il Signore lo libera» (Sal 41,2). Infatti è proprio accettando la sofferenza in unione alla croce di Cristo che noi siamo liberati dal peccato e dalla stessa sofferenza.

L’amore per la Croce, al di là di un doveroso bisogno di riparazione, corrisponde, come intuì Santa Teresa di Gesù Bambino, ad un bisogno d’amore; non si tratta tanto infatti di pagare un debito, quanto piuttosto di rispondere con l’amore all’Amore di Colui che ci ha amati per primo dando la sua vita per noi.

Per questo Teresa ebbe l’idea di offrirsi in olocausto non tanto alla giustizia divina, quanto piuttosto alla divina misericordia, che è segno di un infinito amore di Dio nei nostri riguardi. Ovviamente qui occorre capir bene il significato soprannaturale della misericordia divina, come lo intende Teresa. Infatti, uno facendo esperienza della sventura, in base a un semplice concetto naturale di misericordia, potrebbe domandarsi: e dov’è qui, nella mia sofferenza, la decantata misericordia di Dio? Infatti è ovvio che il segno naturale della comune misericordia è il fatto di alleviare la sofferenza e non di mandarla. Eppure Teresa ha compreso che proprio il fatto di poter pagare in Cristo e grazie a Cristo il debito per nostri peccati è sommo effetto della misericordia del Padre. E quando si dice misericordia evidentemente si dice amore.

Se Dio non manda la sventura, chi la manda?

Aggiungiamo quindi che è stolto e pericoloso il discorso di quelli che, credendo di difendere la bontà di Dio, dicono che Dio «non c’entra con la sventura», senza accorgersi che in tal modo, se sono logici, devono porre l’origine della sofferenza in un principio assoluto distinto da Dio e quindi sottratto al suo potere e al suo controllo.

Non s’accorgono, forse, i poveretti, di ricadere nel vecchio manicheismo, che oppone al Dio buono un principio assoluto del male, nei confronti del quale il Dio buono non può farci nulla. E allora dove va a finire l’onnipotenza divina? Dio non ce l’ha fatta a fermare i nazisti. Dio non è capace di sconfiggere il male. Dio diventa un «Dio sofferente», un povero pitocco come noi, un signor Fantozzi che si arrabatta come noi tra le disgrazie e sfortune senza cavare un ragno dal buco e senza trovare la maniera di venirne fuori.

Un Dio di questo tipo ci farebbe un discorso del genere:

 «figlioli, mi dispiace che soffriate; io odio la sofferenza; cerco di venirvi incontro, ma il mio potere è limitato. E vi spiegherò perché. Quello che posso fare è esservi vicino nella sofferenza e patire con voi. Ma di più non posso fare. Comunque, se peccate, non preoccupatevi, siete tutti perdonati, perché so che in fondo siete tutti buoni, che non avete cattiva volontà, ma siete solo deboli e fragili, per cui, se peccate, io vi scuso. E per questo non vi castigo. Già avete abbastanza da soffrire perchè io aggiunga sofferenza a sofferenza. Sarei crudele. Se patite dopo aver peccato, io non c’entro. Non dipende da me, ma da un principio assoluto eterno di male indipendente da me, col quale io non ho nulla a che fare, e del quale pertanto non conosco l’origine e il perchè. Bisogna quindi che ci rassegniamo e sopportiamo. I teologi dicono che io sia onnipotente. Ma non è così. Credete che le stragi naziste degli ebrei non mi siano dispiaciute? Eppure non mi è stato possibile fermarle o impedirle a causa della forza invincibile del principio del male».

Che cosa chiedere a Dio?

Una parola adesso sulla funzione della preghiera in questa situazione. Noi nella preghiera possiamo bensì chiedere beni temporali e dobbiamo sì chiedere di essere liberati dalla sofferenza, ma soprattutto dobbiamo chiedere i beni dello spirito, necessari alla vita di grazia, come l’essere liberati dal peccato, causa della sofferenza.

Infatti Dio, come sappiamo per esperienza, può non accontentare le nostre richieste di beni temporali o materiali, fosse anche la stessa nostra o altrui salute fisica. Invece, per quanto riguarda il bene dell’anima, che necessita di vivere sempre in grazia, possiamo esser certi che Dio sempre prontamente ci esaudisce, se Lo preghiamo con sincerità e retta intenzione, come ci assicura Cristo stesso.

Ma siccome sappiamo che appunto la sofferenza patita con Cristo è causa della espiazione della colpa, non è affatto disdicevole, anzi raccomandabile chiedere al Signore di mandarci tutte quelle sofferenze salutari che Egli reputa necessarie, per purificarci dai nostri peccati e meritarci per noi e per gli altri il paradiso, dandocene la forza di sopportarle.

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 12 novembre 2020

Per le Note andate alla fonte ufficiale, qui

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