Il “dio” di Luigino in Avvenire è bestemmia, ma i Vescovi tacciono: per ignoranza o per altro?

“Che cosa si popone Luigino? Come mai è ospitato da un Quotidiano cattolico non avendo nulla di cattolico ed anzi dando contro il cristianesimo e sconfinando nelle bestemmie? E l’Avvenire che cosa si attende dagli articoli di Luigino? Vuol preparare i motivi ideologici per chiudere i battenti o per rovinare la Chiesa dall’interno, quella che San Paolo VI chiamava l’«autodemolizione della Chiesa»?” (Padre G. Cavalcoli OP)

Vi lasciamo riflettere su questa analisi drammatica ma interessante, del domenicano Padre Giovanni Cavalcoli. E’ vero che non siamo molto d’accordo su tutto ciò che ha detto anche in passato, specialmente sulla questione papale odierna, con il reverendo Padre e teologo, ma è certo che quando si esprime in  materia di sua competenza e lo fa con modo imparziale, allora c’è ancora qualcosa da imparare e da condividere.

In definitiva assistiamo ad un ribaltamento teologico e della vera Fede, che stiamo denunciando da anni attraverso i nostri editoriali, proprio sulla questione che “siamo noi ad arricchire DIO; la Bibbia non è un libro su Dio ma per l’uomo” ed altre amenità simili, siamo noi alla fine della fiera a crearci un dio a nostra immagine…. Solo che, mentre noi denunciamo il fatto quale gravità inaudita che porta all’eresia ed alla apostasia, il giornale Avvenire CI CREDE DAVVERO…. e questo è imperdonabile se non per mezzo di una abiura…

Da anni ci chiediamo che fine hanno fatto i Vescovi che dovrebbero essere i garanti della sana Dottrina…. e ci chiediamo se questa assenza non dipenda dalla loro ignoranza in materia o se – Dio non voglia – per rimarcare il detto che chi tace acconsente?

Per chi volesse il testo in formato pdf: Luigino arricchisce Dio


Luigino arricchisce Dio

Le disavventure dell’Avvenire – di Padre Giovanni Cavalcoli OP)

Ho avuto modo già più volte di rilevare nel Quotidiano Avvenire degli articoli di Luigino Bruni, che purtroppo sono in grave dissonanza sia con la sana teologia che col magistero della Chiesa. L’Avvenire dovrebbe rendersi conto una buona volta che col continuare a pubblicare simili infortuni, si squalifica presso il pubblico cattolico e se si procura lettori e consensi, essi non riflettono il vero cattolicesimo, ma una sua contraffazione di tipo modernista, che non fa onore al Quotidiano, non rispecchia la sua proclamata ispirazione cattolica, e non favorisce la diffusione e difesa del pensiero cattolico.

Non si devono cercare lettori facendo sconti sulla dottrina o pensando di fare gli originali od assumendo le idee del mondo. Il primo dovere del giornale cattolico, come di qualunque predicatore del Vangelo, è quello di diffondere il Vangelo con onestà e chiarezza, nella sua purezza ed integrità, andando incontro ai bisogni religiosi della gente, senza soggezione alle idee dominanti, senza temere le critiche dei modernisti e anche se gli ascoltatori possono essere pochi. L’importante è che i lettori siano interessati al Vangelo o si trovino in condizioni nelle quali solo il Vangelo può dare una risposta: Il Vangelo, e non un suo annacquamento o, peggio, una sua contraffazione.

Dio sa benissimo che il giornale, per campare e prosperare, deve avere un ritorno economico: cerchi innanzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e il resto gli sarà dato in sovrappiù. Del resto, questa maniera furbesca e improvvida di proporre al pubblico prodotti sofisticati, scaduti, avariati o di cattiva qualità, è proprio il modo di perdere lettori cattolici e di aver successo presso i falsi cattolici e gli eretici.

Ma a che pro? Forse che da 2000 anni non esiste una letteratura cristiana? Forse che essa non ha mai avuto nemici da sconfiggere? E come si è tenuta in piedi? Come si è diffusa nel mondo? Come ha convertito i popoli? Con i pateracchi? Mescolando il vero al falso?

Niente affatto, ma mantenendosi saldissimamente fedele alla sana dottrina, senza vendersi ai potenti di turno, costi quel che costi, con la certezza e la fiducia di fede che se seminiamo il buon grano, Dio benedice il nostro raccolto, perché è Lui il  Signore della messe. Non siamo noi, ma è Lui che fa fruttare la semente, ma a patto che seminiamo buon seme.

Questo è sempre stato l’atteggiamento degli scrittori santi, le cui pubblicazioni vanno ancora bene oggi dopo 15 o 20 secoli. Se invece usiamo il nome di Dio per crearci un dio su nostra misura e manipolarlo come ci pare e piace, per soddisfare alle nostre voglie o per coprire le nostre astuzie e le nostre furbizie, inventiamo dei mostri o costruiamo dei castelli di carta, pronti a crollare al prossimo soffio di vento, disgustando e ingannando quelle anime, la cui salvezza è costata il sangue di Cristo.

Mi domando pertanto quanto deve andare avanti l’Avvenire con questa obbrobriosa carrellata di sconcezze. Mi chiedo chi è che assiste il Direttore nella  scelta degli articoli da pubblicare e quali criteri usa.

Possibile che non riesca a farsi avanti qualche autorità che fermi questo disastro? Possibile che nell’«ospedale da campo» debbano lavorare solo incompetenti che creano guai, anzichè guarire i feriti? Possibile che non si riesca ad invitare a scrivere su Avvenire qualche teologo normale, con la testa a posto, anche se poco noto, ma degno di questo nome e non degli esaltati, e non si riesca  ad aprire gli occhi a Luigino, che probabilmente si crede un campione e tale sarà considerato dalla sua claque, e non si riesca così, con carità  e prudenza, a disilluderlo e quindi a persuaderlo a desistere da  questo sconcio e non si riesca a trovare per lui con tutta carità sbocchi onorevoli nel servizio di Dio, così da impedirgli di procurarsi una pessima fama, e da far cessare i danni che sta procurando all’Avvenire, alla Chiesa ed alla cultura cattolica?

Anche questa volta Luigino l’ha fatta grossa

Quale guaio dunque ci ha combinato questa volta Luigino? Lo scopriamo nel suo articolo «Divina grammatica è la cura», apparso in Avvenire del 21 giugno scorso. Il titolo, per la verità, non è molto perspicuo. Probabilmente intende dire che Dio vuole parlarci prendendosi cura dell’uomo. E di fatti, per quasi tutta la lunghezza dell’articolo Bruni svolge il tema di Dio buon pastore ed ospite dell’uomo. Ma, arrivato alla fine, con una brusca virata, Luigino passa dal tema di Dio pastore ed ospite dell’uomo, all’uomo che insegna a Dio a fare il pastore e l’ospite dell’uomo, come se non fosse più l’uomo che impara da Dio, arricchito e perfezionato da Dio, ma è l’uomo che «arricchisce» Dio.

Dio sembra diminuire, scendere di livello, abbassarsi al livello dell’uomo, divenire uomo come tutti noi, bisognoso di arricchirsi, di migliorarsi, di perfezionarsi. Si noti bene che qui non si tratta affatto, come potrebbe sembrare, dell’Incarnazione del Verbo, alla quale Heschel, citato nell’articolo, come ebreo, non crede. Ma è proprio Dio, evidentemente un Dio immaginario ed antropomorfico, come un palloncino che si sgonfia, che diminuisce, si degrada e si rende perfettibile, così da aver bisogno di essere perfezionato dall’uomo, che a sua volta assume un potere divino, che gli permetta di agire su Dio, diciamo pure un potere magico, perché è appunto il mago che s’illude di avere un potere su Dio, di sottometterlo alla sua volontà. E come nell’articolo precedente Luigino converte Dio, qui lo arricchisce, lo migliora, gl’insegna la virtù del pastore e la virtù dell’ospitalità.

Dice infatti Luigino:

  •  «conosciamo e riconosciamo Dio quando vediamo come il pastore tratta le sue pecore e scopriamo lo stesso Dio quando vediamo uomini accogliere e onorare altri uomini e donne. Le due metafore s’incontrano, arricchiscono e completano l’un l’altra». 

Ma ecco la svolta improvvisa, il salto mortale per nulla giustificato da quel che precede, di perfetta accettabilità. E invece con questa improvvisa virata, che vedremo, per nulla richiesta dallo svolgimento del discorso, ecco che Dio che si rivela nel pastore umano, diventa, per un grave illogismo, un Dio al quale l’uomo insegna come fare il pastore. Prosegue infatti dicendo che questi uomini:

 «arricchiscono anche Dio, perché ogni volta che dall’alto dei suoi cieli osserva un pastore prendersi cura del suo gregge, un ospite onorare un altro essere umano, impara qualcosa di nuovo. Dio onnipotente o onnisciente, sa cosa è la mitezza e cosa è l’accoglienza, ma per conoscere la mansuetudine ha bisogno della mano del pastore che passa sul dorso dell’agnello (mansueto) e per conoscere l’ospitalità ha bisogno della gioia infinita provata da un pellegrino per un calice offertogli da un ospite sotto la sua tenda Per queste cose ha avuto bisogno che l’Adam uscisse dall’Eden e diventasse pastore ed ospite».

Naturalmente, in questa visuale onirica e delirante – immaginaria è dir poco – del divino, perdono totalmente il loro senso e vengono beffati gli attributi dell’onnipotenza e dell’onniscienza, giacché che razza di Dio è quello che ha bisogno di essere rafforzato, completato, aumentato, arricchito ed istruito? Qui siamo al colmo della bestemmia e della fantasia demenziale.

 Luigino è stato infettato da Abraham Heschel

Ma anche le parole di Abraham Heschel messe ad esergo dell’articolo sono un capolavoro di falsità: «La Bibbia non è un libro su Dio: è un libro sull’uomo». Se in tutta l’umanità c’è un libro che i tanti modi, con tanta sapienza, insistenza e profondità ci parla di Dio, esprime il bisogno e la sete di Dio, ci parla della bontà, dell’essenza, dei progetti, dei voleri, dei segreti e delle opere di Dio, ci rivela il nome e i piani di Dio sull’uomo, questo è proprio la Bibbia. L’interesse supremo non è affatto l’uomo, ma Dio. L’uomo interessa in quanto viene da Dio e conduce a Dio. È aborrito l’uomo che si chiude in sé stesso e non ci svela Dio o non cerca Dio.

Prosegue Heschel: «Nella prospettiva della Bibbia: chi è l’uomo? È un essere posto nel travaglio, ma che ha i sogni e i disegni di Dio». Niente affatto. I sogni e i disegni di Dio sono infinitamente più alti di quelli dell’uomo. Dio prospetta all’uomo un fine di beatitudine soprannaturale e di gloria divina, che l’uomo con la sua sola ragione non conosce affatto, ma gli viene rivelato in Cristo. Dio dona all’uomo la vita eterna, che è molto di più di quanto l’uomo naturalmente desidera.

Prosegue Heschel: «Sogno di Dio è non essere solo, ma di avere il genere umano a compagno nel dramma della continua creazione». Osserviamo che nel creare il mondo Dio non si è proposto di raggiungere qualcosa che gli mancava, e di cui abbisognasse, un fine o un bene superiore, che dovesse perfezionarlo, farlo star meglio, così da avere bisogno del mondo per essere completo e perfetto, o così da ricevere qualche perfezione o arricchimento dal mondo, perché Dio è già completissimo, perfettissimo e beatissimo da solo, anche senza il mondo.

Dio non è come un impiegato di banca, che aspira a diventare direttore. Dio è già da sempre, ab aeterno, per essenza, l’ottimo e il massimo, il sommo Bene. Se no, non sarebbe Dio. È, come diceva Sant’Anselmo, «ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore». È l’Infinito, e nulla può essere al di là dell’infinito, mentre tutto il resto, il finito, è al di sotto. È il finito che può essere aumentato e migliorato.

L’Infinito divino non può essere rimpicciolito, come se fosse un infinito immaginario. Ma è un infinito ontologico, ossia atto puro di essere, senza potenzialità o ulteriori possibilità di attuazione ovvero, essendo semplicissimo, non può esser privato di nulla e quindi non può diminuire.  Per questo, il titolo del libro del Padre Giuseppe Barzaghi, «Oltre Dio»[1], non ha senso. Dio è proprio Colui oltre il quale non c’è nulla. Se no, non è Dio, ma un idolo.

Ma a parte ciò, Luigino cade nell’errore dell’altra volta. Cambia l’applicazione del principio, ma il principio è lo stesso. Allora voleva «convertire» Dio, obbligarlo a fare il buono, a smettere di mandare sventure e ad accontentare l’uomo bisognoso di felicità e di starsene in pace a godere questa vita. Aveva quasi il tono dell’avvertimento e della minaccia, come a dire: bada che, se non mi esaudisci e se non ti correggi, sono capace anche di arrangiarmi e di fare senza di te!

Questa volta Luigino mantiene verso Dio lo stesso atteggiamento pratico magico-kabbalistico della volta precedente, atteggiamento che dovrebbe consentire all’uomo di agire e di influire su Dio e di mutarlo a sua volontà. Luigino non si accorge o non vuole accorgesi del fatto che il dio che può essere mutato o migliorato ad opera dell’uomo, un dio che obbedisce all’uomo e che impara dall’uomo, anziché esser l’uomo a dover imparare da Dio ed obbedire a Dio, un dio alle dipendenze dell’uomo; oppure un dio che vuole esattamente ciò che l’uomo vuole, come se l’uomo conoscesse perfettamente i piani di Dio e il perché delle sue scelte, non può essere affatto il vero Dio, ma non è altro che il demonio.

 Trattare con un dio del genere, fidarsi di un dio del genere, «padre della menzogna» (Gv 8,44), «omicida fin da principio» (ibid.) e maestro di superbia, non è pietà religiosa, ma è satanismo; non è fede ma superstizione, e pertanto vuol dire metterci e mettere chi ci segue sulla via della dannazione eterna, con buona pace dei buonisti, che dicono che ci salviamo tutti, ma anche questo è un inganno del demonio.

Heschel è solo un rappresentante di questa tradizione ebraica kabbalistica, corruzione dell’autentica tradizione biblica. Nella Kabbala non è l’uomo che dipende da Dio, ma è Dio che dipende dall’uomo. O quanto meno, si dà una dipendenza reciproca tra Dio e l’uomo, agenti reciprocamente l’uno sull’altro, cosicché si perde la percezione del vero rapporto dell’uomo con Dio e di Dio con l’uomo, confuso con quello che non può esser altro che un rapporto alla pari tra due creature divinizzate, come nella mitologia pagana.

Il famoso, dottissimo studioso ebreo della Kabbala, Gershom Scholem, porta ad esempio della pratica kabbalistica la costruzione del cosiddetto «golem», un automa costruito dal mago, al quale egli applica sulla fronte il nome di Jahvè, cosicché questo automa prende vita e una vita divina, perché è animato dal Nome.

Ma siccome l’automa è stato costruito dal mago, che è in possesso del nome di Jahvè, il mago si ritiene in possesso del potere divino di divinizzare il golem, per cui il golem fa tutto quello che il mago gli ordina di fare, anche opere divine.

Ebbene, il dio di Luigino è il golem e Luigino crede di essere il mago della Kabbala. Lascio ai lettori immaginare che cosa, con queste idee, Luigino combinerà la prossima volta su Avvenire, se non si corregge.

La creatività in teologia

Le stramberie di Luigino sono l’effetto di un metodo teologico sbagliato per due motivi. Uno lo vediamo qui. L’altro lo vedremo nel prossimo paragrafo.  L’errore che esaminiamo qui nasce dalla riduzione dell’intelletto speculativo all’immaginazione poetica. Questi teologi non riescono ad astrarre dallo spaziotempo e dall’immaginabile per intuire o vedere il puro intellegibile, che è l’orizzonte d’essere al quale appartiene l’essenza divina.

Essi, educati nella letteratura e non in una severa disciplina teoretica, si creano un Dio immaginario, che è praticamente un idolo. La loro mente conserva il bisogno di Dio, ma siccome essa resta avvolta nell’immaginazione, finisce per vedere solo la nube, la quale peraltro è certamente un’immagine biblica, perché il loro intelletto ha perso il contatto con l’essenza o con l’essere divino. Qui il teologo corre un grosso pericolo, ed è quello che Dio si risolva in un parto della sua fantasia. Non ha più una regola oggettiva di verità, ma si smarrisce nelle stranezze e nei vortici della fantasia.

Per questo, non riesce a formarsi un vero concetto di Dio come ente o come essere, ma l’intellegibilità divina Dio per lui resta immersa e nascosta in un alone fantastico ed immaginativo. In questo senso la Scrittura parla della «nube», nella quale si trova Dio[2]. Ma il rischio è che sia così scarsa la forza di penetrazione e di intuizione dell’intelletto, che allo sguardo della mente appare solo la nube e l’essenza sembra sparire o diventare irraggiungibile, così come il sole sparisce dietro alla nube. La speculazione teologica svanisce in una favola, dove non occorrono riferimenti oggettivi ontologici, ma tutto si risolve in una geniale creazione poetica.

Rimasta così in possesso solo di quel parto immaginativo, che è la nube, la mente è tentata di elaborare a piacimento in modo creativo questa immagine, scambiandola per l’essenza di Dio, ma con ciò stesso allontanandosi dalla realtà divina. Ma d’altra parte, siccome le manca la regola oggettiva che le garantirebbe l’intuizione intellettuale dell’ente divino, si crede in diritto di creare o di inventare, trattandosi di un’immaginazione creativa. Da qui vengono fuori i mostri di Luigino. Per rimediare, e non viaggiare nella fantasia, Luigino dovrebbe superare la visione della nube, penetrare al suo interno con l’intelletto e lì scoprirebbe la vera essenza di Dio.

La metafora è indispensabile in teologia, perché per conoscere abbiamo bisogno dei sensi e dell’immaginazione. Ma bisogna che la metafora – sia essa il mito, il simbolo, la parabola o il paragone – non occupi tutto l’orizzonte dell’intelletto, ma sia una semplice introduzione al concetto. La poesia è utile, ma occorre che la sua creatività consenta l’esercizio dell’attività intellettuale e la percezione del puro intellegibile divino, sia pur per analogia[3].

Una categoria che oggi sta riscuotendo successo in questo clima fabulatorio, pieno di stravaganze, di illusioni e manìe di originalità, in cui si fa a gara di chi la spara più grossa, è la categoria del sogno, una categoria ben nota alla Scrittura, ma dai risvolti contradditori. Si va dal sogno che rivela la volontà di Dio (Dn 2,45; 7,1; Gl 3,1; I Re 3,5; Gb 33,15) al sogno ingannevole (Zc 10,2), vano (Sir 34,2) ed illusorio (Sir 34,1). 

Può essere un mezzo di conoscenza. A tal riguardo sono molto belle le espressioni dell’inno di compieta: «Te corda nostra somnient, Te per soporem sentiant». Ma occorre fare attenzione che, salvo i sogni profetici o carismatici, nel sogno normalmente confondiamo l’apparenza con la realtà; essi sono costruzioni spontanee e fantastiche emergenti dal subconscio, avulse da rapporti col reale e nelle quali la ragione e la volontà sono legate dall’immaginazione e quindi irresponsabili. Essi possono esprimere aspirazioni o desideri di felicità o di virtù, ma facilmente basati su criteri meramente soggettivi.

Il metodo della doppiezza

Donaci occhi limpidi,

che vincano le torbide

suggestioni del male

Dal’inno delle Lodi dell’ufficio divino

Un altro vizio bruttissimo, che si sta diffondendo oggi in teologia, è quello di erigere a metodo teologico la negazione del principio di non-contraddizione, sotto vari pretesti: il mistero insondabile e ineffabile di Dio, l’opposizione del dato di fede alla ragione, il divenire e il progresso del sapere teologico, la realtà dell’esperienza mistica, la trascendenza della logica divina sulla logica umana, il Dio che è «tutt’altro» da ciò che noi pensiamo essere Dio, il Dio al quale è possibile ciò che a noi appare impossibile.

Questo vizio nacque nel sec.XIV con l’occamismo, col suo tipico volontarismo irrazionalista e il suo concretismo atematico, atteggiamenti mentali e comportamentali, che non favoriscono la limpidezza del pensiero e la linearità dell’azione, probabilmente favorito dalla dottrina averroista della «doppia verità» e da un ritorno dell’antica sofistica greca.

I grandi filosofi della Grecia, Platone ed Aristotele, hanno sempre avuto cura di rispettare il principio di non-contraddizione.  Se ne fanno un onore, ponendolo alla base di tutto il sapere filosofico. Aristotele dedica addirittura un intero libro della Metafisica, il IV, alla fondazione e alla difesa di questo principio dei princìpi. Esso è fondamentale anche per la Sacra Scrittura, dove la concezione di Dio è quella di un Dio sempre identico a se stesso, immutabile, che non si smentisce e che mantiene le promesse, mentre sono aborriti l’ipocrisia, il tradimento e l’infedeltà.

Questo vizio esordisce nella cristianità nel sec. XV con Nicolò Cusano con falsi intenti mistici: la famosa coincidentia oppositorum in Dio. Esso pretende relativizzare all’uomo il principio di non-contraddizione, per cui Dio ne sarebbe estraneo, col pretesto della sua trascendenza e libertà. In realtà si tratta di un principio universalissimo, che abbraccia tutto l’orizzonte dell’essere. Esso tocca l’essere come essere. Ora, dato che Dio è l’ipsum Esse, non solo non è estraneo a Dio, ma trova in Lui la sua prima, esemplare e fondamentale attuazione.

Cristo stesso enuncia questo principio primo del pensare, dell’essere e del parlare con le famose parole: «sia il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il di più viene dal maligno» (Mt 5,37). È l’opposizione radicale fra l’essere e il non-essere, fra il vero e il falso, fra il bene e il male. San Paolo esprime questo principio anche con l’opposizione radicale fra Cristo e Beliar (II Cor 6,15).

La Scolastica, dal principio di non-contraddizione, che dice che non è possibile che un ente sia e non sia simultaneamente sotto lo stesso aspetto, ha ricavato il cosiddetto principio del terzo escluso: «Ogni ente è tale o non è tale. Non si dà una terza possibilità». Si chiama anche il principio dell’aut-aut. Tra essere e non essere abbiamo un’opposizione assoluta, netta e per contraddizione. Non esistono passaggi intermedi fra l’essere e il non-essere, diversamente da quanto avviene per i contrari, tra i quali esistono gradi intermedi, come esiste per esempio il tiepido fra il caldo e il freddo. Importante è anche l’opposizione relativa, tra due diversi, che si esprime con la formula et-et. Non bisogna però ridurre l’aut-aut all’et-et.

Il rispetto del principio di non-contraddizione porta il teologo ad aver la massima cura nell’evitare la contraddizione nel suo discorso di Dio, perché dovrebbe esser evidente a tutti la falsità di tesi contradditorie, benché non sia sufficiente una tesi coerente per esser certi che sia vera, ma occorre fare un’ulteriore verifica riguardo alla verità della materia della tesi. Per esempio la tesi che Dio ha creato il mondo da sempre non è contradditoria, eppure è falsa. Invece Luigino non solo sostiene una tremenda falsità, ossia la perfettibilità di Dio, ma cade anche in contraddizione, perché ha la pretesa di sostenere nel contempo l’onniscienza e l’onnipotenza di Dio.

Il mancato rispetto del principio di non-contraddizione produce in morale il vizio della doppiezza, condannato da Cristo: «nessuno può servire a due padroni» (Mt 6,24). Si potrebbe chiamare anche il «principio della finzione», perché anche l’ipocrita segue due linee di condotta: una apparentemente buona e l’altra nascostamente e sostanzialmente malvagia. In questo vizio il principio dell’aut-aut, che potremmo chiamare in morale «principio di onestà» o di «lealtà», viene confuso col principio dell’et-et[4], che rappresenta il principio dell’analogia o della diversità. Così, a causa di questa confusione, succede in campo morale che il male e il peccato appaiano semplicemente sotto le vesti del «diverso». Ciò allora finisce per giustificare il male, confondendolo col bene. Si comprende allora quanto sia dannosa questa confusione in teologia morale.

Un teologo nei guai

Volendo fare un bilancio della teologia di Luigino così come emerge nei quattro articoli pubblicati su Avvenire, che ho commentato, la mia impressione è quella di trovarmi di fronte a un teologo che guasta quello che tocca: nel primo ha rifiutato il concetto del sacrificio cristiano; nel secondo ha rifiutato il concetto della perfezione cristiana. Negli ultimi due, ispirandosi alla Kabbala, ha voluto fare il mago, che prima converte Dio facendolo da cattivo a buono e adesso lo arricchisce, facendolo diventare ancora più buono.

Che cosa si popone Luigino? Come mai è ospitato da un Quotidiano cattolico non avendo nulla di cattolico ed anzi dando contro il cristianesimo e sconfinando nelle bestemmie? E l’Avvenire che cosa si attende dagli articoli di Luigino? Vuol preparare i motivi ideologici per chiudere i battenti o per rovinare la Chiesa dall’interno, quella che San Paolo VI chiamava l’«autodemolizione della Chiesa»?

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 25 giugno 2020

[1] Giorgio Barghigiani Editore, Bologna, 2000.

[2] cf Es 16,10; 19,9; 20,21; Sal 97,2; Sir 45, 5, ecc.

[3] Cf Jacques et Raissa Maritain,Situation de la poésie, Desclée de Brouwer,Bruges 1964.

[4] La pretesa di negare il principio del terzo escluso è esplicitamente dichiarata nel libro di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, La scomessa cattolica, il Muino, Bologna 2019.

 

 

 

 

2 pensieri riguardo “Il “dio” di Luigino in Avvenire è bestemmia, ma i Vescovi tacciono: per ignoranza o per altro?

  1. Padre Cavalcoli: “Che cosa si popone Luigino? Come mai è ospitato da un Quotidiano cattolico non avendo nulla di cattolico ed anzi dando contro il cristianesimo e sconfinando nelle bestemmie? ”

    Ehm… Padre Cavalcoli ha scritto proprio ‘Quotidiano CATTOLICO’ ? per di più con la Q maiuscola (!). Mi chiedo se il Padre, nel suo buen retiro di Fontanellato, riesca a tenersi aggiornato su quanto accade da anni e anni in casa cattolica.
    * * * * * * *

    Quanto agli sfondoni che tocca leggere ogni giorno da anni in questo campo, ti domandi anche se tutti questi giornalisti, fantateologi e circhi assortiti – una volta varcata la soglia del ridicolo – non siano ormai in caduta libera e facciano a chi spara la fumisteria più grossa: o per motivi editoriali, sennò un libro quando lo vendi?, o per lisciare il capataz dal verso del pelo a fini di garantita carriera, o perchè non sanno staccarsi dalla bottiglia o altre sostanze…. o un po’ di tutto insieme…

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