Il progetto dell’«ecochiesa» parte da lontano

Ha creato gran sgomento
il nuovo sinodal strumento
Grande eretica fandonia
sbrodolando di Amazzonia

“Il cristianesimo è più bello
tra una danza e uno spinello”.
Con la religion novella
Convertivi anche Pannella!

Questo è colmo di follia,
la sinistra litania;
ormai il demone infernale
viene aggiunto nel rituale!

Già da tempo preparato
C’è l’attacco al celibato
“su, creiamo il precedente,
per finire basta un niente!”

Oh Gesù deh fino a quando
I fetusi andran cantando?
Di lor fine s’oda il tonfo
Giunga presto il tuo trionfo!

(Don Alfredo Maria Morselli – 21 giugno 2019)

Jorge Mario Bergoglio segue un progetto ben preciso: questo pontificato non è altro che un “Vaticano III” non ufficialmente convocato, il cui scopo è quello di aprire i processi che portino finalmente ad una nuova “Chiesa”. Uno degli ultimi processi è quello che porterà ad una specie di eco-chiesa, di cui l’Instrumentum Laboris del sinodo sull’Amazzonia è il grande manifesto.

È ovvio che Giovanni XXIII e Paolo VI non si siano resi conto che il loro nuovo tipo di concilio ecumenico avrebbe aperto, come si suol dire, il vaso di Pandora.

Ciò che i progressisti non ottennero col Vaticano II, né con lo “spirito del concilio”, poiché i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno trattenuto il danno, lo stanno conquistando adesso, col pontificato di Francesco, il primo – e speriamo unico! – papa gesuita.

Questo pontificato, infatti, non è altro che un “Vaticano III” – o meglio, un “Vaticano II 2.0” – non ufficialmente convocato, il cui scopo è quello di aprire i processi che portino finalmente a compimento il progetto della nuova Chiesa del gesuita tedesco Karl Rahner, affinché, soprattutto dopo il sinodo straordinario sull’Amazzonia – come ha dichiarato il vescovo tedesco rahneriano Franz Josef Overbeck – nulla sia più come prima.

Jorge Mario Bergoglio, purtroppo per tutti noi, segue un progetto ben preciso, sintetizzato dalla cosiddetta “agenda Martini”, ma che in realtà è quella del suo mentore, Arrupe.

Uno degli ultimi processi è quello che porterà ad una specie di eco-chiesa, di cui l’Instrumentum Laboris del sinodo sull’Amazzonia è il grande manifesto. Questo processo non è da aprire, ma da portare a conclusione, perché l’apertura è stata fatta con l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. In tempi non sospetti, facemmo notare ai nostri lettori che quell’enciclica è un implicito inno alla divinità della “Madre Terra”, il cui “culto” gnostico e panteista avrebbe portato ad una nuova “Chiesa”.

Tra l’altro, pure la Laudato si’ parte da lontano, poiché molti dei suoi ghost-writer sono esponenti della teologia dalla liberazioneformatisi in gran parte in Germania – che furono censurati – purtroppo non efficacemente – tra gli anni ’80 e ’90 dall’allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il card. Joseph Ratzinger.

Osservatori più preparati ed esperti di noi, dopo lo studio dell’Instrumentum Laboris, sono giunti alle stesse conclusioni che noi abbiamo prospettato nei nostri precedenti editoriali, perciò vi proponiamo i loro articoli, affinché possiate rendervi conto che questa deriva ecologista – questa specie di eco-eresia – altri non è che il trionfo della Gnosi all’interno della Gerarchia della Chiesa.

Questi studiosi, nell’ordine Stefano Fontana, Roberto de Mattei e Riccardo Cascioli, si rivolgono non solo ai padri sinodali, ma ai vescovi di tutti il mondo affinché rigettino questo progetto. Francamente, siamo pessimisti riguardo alla riuscita di un’eventuale reazione da parte dell’episcopato, dato che i precedenti sinodi di Bergoglio sono stati “pilotati”.

Del resto, se non si cura la causa, è un palliativo curare i sintomi. Qual è la causa? Aver voluto dare legittimità alla Gnosi, la “religione” dell’uomo che si fa dio, la quale si oppone alla vera religione, quella del Logos, il Dio che fa uomo.

A dare tale legittimità alla Gnosi è stato proprio il Concilio Vaticano II, per bocca di papa Paolo VI, quando durante il discorso di chiusura dichiarò: «La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto».

PS: Prima di lasciarvi alla meditazione dei testi segnalati, vi informiamo che l’Associazione Tradizione Famiglia e Proprietà, per mettere al corrente i fedeli cattolici sulle questioni sollevate dal Sinodo sull’Amazzonia, ha aperto un apposito sito, dove potete trovare articoli e saggi in varie lingue, scritti da autorevoli autori internazionali:

http://panamazonsynodwatch.info/it


 

Sinodo Amazzonia: vescovi, rigettate l’Instrumentum Laboris

fontana-large-0di Stefano Fontana (19-06-2019)

L’Instrumentum Laboris del prossimo sinodo dei vescovi sull’Amazzonia, presentato alla stampa due giorni fa, ha un impianto inaccettabile e si spera che i Padri sinodali lo ricusino e ne stilino uno nuovo. Darebbero così prova di carità e di verità. Il motivo di fondo di questa nostra drastica proposta riguarda non le tante pesantezze e incongruità che il testo contiene, ma la sua anima nascosta, il sottile filo teologico che collega insieme le parti. È quello a non essere accettabile.

Il testo è densamente farcito con la neo-lingua ecclesiale di oggi. Non si contano le parole come sinodalità, Chiesa in uscita, scelta dei poveri, dialogo, ascolto, discernimento, conversione ecologica, periferie geografiche ed esistenziali, e le tante altre che ormai abbiamo tutti a noia perché le sentiamo ripetute per dovere istituzionale, come manifesto ideologico, per moda comunicativa o per servile compiacenza.

Contiene anche una analisi molto discutibile della situazione dell’Amazzonia dal punto di vista scientifico, e dei caratteri delle culture delle popolazioni indigene dal punto di vista dell’antropologia culturale: tali culture non rappresentano per nulla un mondo idilliaco, equilibrato, conviviale come il documento ci vorrebbe far credere. Il loro paganesimo non era e non è fonte di libertà ma di molteplici schiavitù. I rapporti interni alle loro vite tribali conoscono forme crude di violenza, di ingiustizia e di segregazione.

L’Instrumentum laboris contiene pure una ingiusta e improvvida demonizzazione dell’evangelizzazione del continente più volte rimarcata in tutto il testo. Il lettore, poi, davanti alle svariate proposte pratiche e ai suggerimenti pastorali che chiudono i vari capitoli, capisce che si tratta di cose che non verranno mai fatte, essendo troppe, troppo generiche e troppo impari rispetto alle forze di un cattolicesimo latinoamericano in grande difficoltà e per rivitalizzare il quale non sarà sufficiente la lotta per i diritti dei popoli indigeni.

Tutti questi elementi lasciano perplessi e, spesso, sconcertano. Anche da soli metterebbero una seria ipoteca sulla utilità del documento. Tuttavia – come ripetiamo – il vero problema non sta in questo. Si tratta piuttosto di una chiara venatura gnostica che anima tutto il testo.

Nella sostanza viene proposto di leggere il messaggio di Cristo alla luce della cultura ancestrale e panenteistica delle popolazioni indigene. Il paganesimo – ossia una religiosità del mito che non conosce il Logos -, è presentato come sano esempio di multireligiosità in cui si manifesterebbe lo Spirito Santo, qualcosa di parallelo alla biodiversità sul piano ambientale. L’animismo è presentato come una valida ed elevata dimensione spirituale che coglie il senso del tutto e vi si immedesima, usando un linguaggio narrativo esoterico a cui si dovrebbe conformare il linguaggio della Chiesa. La ritualità indigena è considerata “essenziale per la salute integrale” in quanto crea “armonia ed equilibrio tra gli essere umani e il cosmo”. Essa è quindi vista come valida esperienza del sacro, aliena da superstizione, magia, stregoneria, sciamanesimo, e da tenere presente come spunto per l’inculturazione della liturgia cattolica. Il creato è chiamato gnosticamente la “Madre Terra”, nel cui grembo tutti noi viviamo in connessione “con le varie forze spirituali”, da essa nutriti in una uguaglianza integrale tra gli esseri viventi da cui l’uomo non emerge per alcuna forma di elezione divina.

L’Amazzonia sarebbe “piena di vita e di saggezza”; le sue culture ispirano “nuovi cammini, sfide e speranze”; i suoi popoli vivrebbero in modo mirabile “l’armonia dei rapporti tra l’acqua, il territorio e la natura, la vita comunitaria e la cultura, Dio e le varie forze spirituali”; l’Amazzonia è un luogo “di significato per la fede o l’esperienza di Dio nella storia … un luogo epifanico … una riserva di vita e di saggezza per il pianeta, una vita e una saggezza che parlano di Dio”; da essa promana “un insegnamento vitale per una comprensione integrale dei nostri rapporti con gli altri, con la natura e con Dio”; in Amazzonia “La vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune”.

Una Amazzonia simile che bisogno ha dell’annuncio della liberazione di Cristo? Tutt’al più ne ha bisogno perché quel paradiso è sotto minaccia delle industrie estrattive, ne ha bisogno come azione sociale rivendicativa, c’è bisogno di Cristo per liberare l’Amazzonia ma non per liberarla anche dall’Amazzonia, piuttosto per ripristinare l’Amazzonia pura, originaria, primitiva, che ha dentro di sé tutti i criteri del “buon vivere” e da cui la Chiesa deve imparare. É questa “conoscenza” (Gnosis) che ci salverà e non la dottrina, la vita e il culto della Chiesa di Cristo? Sembra di sì, se l’Instrumentumdice che bisogna “disimparare, imparare e reimparare”: un progetto chiaramente gnostico.

Nel documento confluiscono due gnosticismi. Il primo è l’idea che la salvezza derivi da una prassi, da un cristianesimo rivisto dall’interno di una situazione storica (di sfruttamento): era la via della teologia della liberazione. Il secondo è rappresentato dal primitivismo ecologistico della vita nel “tutto” della Madre Terra di cui sarebbero depositari i popoli amazzonici oggi sfruttati. Due gnosticismi in uno. Due gnosticismi poco amazzonici, molto di esportazione occidentale, pensati sulle cattedre delle nuova teologia cattolica europea.


 

Sinodo Amazzonia: Signori cardinali e vescovi, davvero volete questa Chiesa?

rdmdi Roberto de Mattei (20-06-2019)

Le prime reazioni di fronte dall’Instrumentum laboris per il Sinodo sull’Amazzonia si sono concentrate sull’apertura ai sacerdoti sposati e all’inserimento delle donne nell’ordine sacramentale della Chiesa. Ma l’Instrumentum laboris è qualcosa di più: è un manifesto della ecoteologia della liberazione che propone una “cosmovisione” panteista ed ugualitaria inaccettabile per un cattolico. Le porte del Magistero, come ha ben sottolineato José Antonio Ureta, vengono spalancate «alla Teologia India e all’ecoteologia, due derivati latinoamericani della Teologia della Liberazione, i cui corifei, dopo il crollo dell’URSS e il fallimento del “socialismo reale”, hanno attribuito ai popoli indigeni e alla natura il ruolo storico di forza rivoluzionaria, in chiave marxista».

Nel documento, pubblicato dalla Santa Sede il 17 giugno, l’Amazzonia «irrompe» come «un nuovo soggetto» nella vita della Chiesa (n. 2). Ma cos’è l’Amazzonia? Non è solo un luogo fisico, una «biosfera complessa» (n. 10), ma è «una realtà piena di vita e di saggezza» (n. 5), che assurge a paradigma concettuale e che ci chiama a una conversione: «pastorale, ecologica e sinodale» (n. 5). La Chiesa, per svolgere il suo ruolo profetico deve porsi in ascolto dei «popoli amazzonici» (n. 7). Questi popoli sono capaci di vivere in «intercomunicazione» con tutto il cosmo (n. 12), ma i loro diritti sono minacciati dagli interessi economici delle multinazionali che, come dicono gli indigeni di Guaviare (Colombia), «hanno tagliato le vene della nostra Madre Terra» (n. 17). La Chiesa ascolta le «grida, sia dei popoli che della terra» (n. 18), perché in Amazzonia «il territorio è un luogo teologico da cui si vive la fede ed è anche una fonte peculiare della rivelazione di Dio» (n. 19). Una terza fonte della Rivelazione si aggiunge dunque alla Sacra Scrittura e alla Tradizione: l’Amazzonia, territorio dove «tutto è connesso» (n. 20), tutto è «costitutivamente in relazione, formando un tutto vitale» (n. 21). In Amazzonia, l’ideale del comunismo è realizzato, perché, nel collettivismo tribale, «tutto è condiviso, gli spazi privati – tipici della modernità – sono minimi».

I popoli indigeni si sono liberati del monoteismo e riconquistano l’animismo e il politeismo. Infatti, come si legge al n. 25: «La vita delle comunità amazzoniche non ancora colpite dall’influenza della civiltà occidentale, si riflette nelle credenze e nei riti in merito all’agire degli spiriti, della divinità – chiamata in tantissimi modi – con e nel territorio, con e in relazione alla natura. Questa cosmovisione è raccolta nel ‘mantra’ di Francesco: “tutto è collegato” (LS 16, 91, 117, 138, 240)».

Il documento insiste affermando che la «cosmovisione» amazzonica racchiude una «saggezza ancestrale, riserva viva della spiritualità e della cultura indigena» (n. 26). Dunque, «i popoli amazzonici originari hanno molto da insegnarci. (…) I nuovi cammini di evangelizzazione devono essere costruiti in dialogo con queste sapienze ancestrali in cui si manifestano semi del Verbo» (n. 29). La ricchezza dell’Amazzonia è di non essere monoculturale, ma di essere «un mondo plurietnico, pluriculturale e plurireligioso» (n. 36) con cui è necessario entrare in dialogo. I popoli dell’Amazzonia, «ci mettono di fronte alla memoria del passato e alle ferite provocate durante lunghi periodi di colonizzazione. Per questo Papa Francesco ha chiesto “umilmente perdono, non solo per le offese della propria Chiesa, ma per i crimini contro le popolazioni indigene durante la cosiddetta conquista dell’America”. In questo passato la Chiesa è stata a volte complice dei colonizzatori e ciò ha soffocato la voce profetica del Vangelo» (n. 38).

L’«ecologia integrale» include «la trasmissione dell’esperienza ancestrale, delle cosmologie, delle spiritualità e delle teologie dei popoli indigeni, attorno alla cura della Casa Comune» (n. 50). «Nella loro saggezza ancestrale [questi popoli] hanno coltivato la convinzione che tutta la creazione è connessa, che merita il nostro rispetto e la nostra responsabilità. La cultura amazzonica, che integra gli esseri umani alla natura, diventa un punto di riferimento per la costruzione di un nuovo paradigma di ecologia integrale» (n. 56).

La Chiesa deve spogliarsi della sua romanità ed assumere «un volto amazzonico». «Il volto amazzonico della Chiesa trova la sua espressione nella pluralità dei suoi popoli, culture ed ecosistemi. Questa diversità richiede un’opzione per una Chiesa in uscita e missionaria, incarnata in tutte le sue attività, espressioni e linguaggi» (n. 107). «Una Chiesa dal volto amazzonico nelle sue molteplici sfumature cerca di essere una Chiesa “in uscita” (cf. EG 20-23), che si lascia alle spalle una tradizione coloniale monoculturale, clericale e impositiva e sa discernere e assumere senza timori le diverse espressioni culturali dei popoli» (n. 110).

Il soffio panteista che anima la natura amazzonica è un leit-motiv del documento. «Lo Spirito creatore che riempie l’universo (cf. Sap 1,7) è lo Spirito che per secoli ha nutrito la spiritualità di questi popoli anche prima dell’annuncio del Vangelo e li spinge ad accettarlo a partire dalle loro culture e tradizioni» (n. 120). Perciò, «è necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore, il senso di comunione e di armonia con la terra, il senso di solidarietà con i propri compagni, il progetto del “buon vivere”, la saggezza di civiltà millenarie che gli anziani possiedono e che ha effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la ‘Madre Terra’, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio» (n. 121).

In funzione, ancora, di una «salutare decentralizzazione» della Chiesa, «le comunità chiedono che le Conferenze episcopali adattino il rito eucaristico alle loro culture». «La Chiesa deve incarnarsi nelle culture amazzoniche che possiedono un alto senso di comunità, uguaglianza e solidarietà, per cui il clericalismo non è accettato nelle sue varie forme di manifestarsi. I popoli indigeni posseggono una ricca tradizione di organizzazione sociale dove l’autorità è a rotazione e con un profondo senso del servizio. A partire da questa esperienza di organizzazione sarebbe opportuno riconsiderare l’idea che l’esercizio della giurisdizione (potere di governo) deve essere collegato in tutti gli ambiti (sacramentale, giudiziario, amministrativo) e in modo permanente al Sacramento dell’Ordine» (n. 127).

Partendo dalla premessa che «il celibato è un dono per la Chiesa», viene espressa la richiesta che «per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana» (n. 129). Inoltre, occorre «garantire alle donne la loro leadership, nonché spazi sempre più ampi e rilevanti nel campo della formazione: teologia, catechesi, liturgia e scuole di fede e di politica» e «identificare il tipo di ministero ufficiale che può essere conferito alle donne, tenendo conto del ruolo centrale che esse svolgono oggi nella Chiesa amazzonica».

Cos’altro aggiungere? Taceranno i vescovi, successori degli Apostoli, e i cardinali, consiglieri del Papa nel governo della Chiesa, di fronte a questo manifesto politico-religioso che stravolge la dottrina e la prassi del Corpo Mistico di Cristo?


 

Sinodo Amazzonia, il problema sta nella Laudato Si’

cascioli-riccardo-largedi Riccardo Cascioli (20-06-2019)

Un documento sconcertante come l’Instrumentum Laboris per il Sinodo dell’Amazzonia non si comprende se non come l’esito di una costante crescita di una corrente ecologista nella Chiesa, che ha avuto nell’enciclica Laudato Si’ (2015) il suo riconoscimento ufficiale e quindi l’elevazione a dottrina.

La svolta rappresentata dall’enciclica sull’ambiente va ben oltre l’attenzione alla “casa comune”; essa di fatto è una presa di distanza dalla tradizionale antropologia cattolica per includere categorie sociali e politiche che hanno la loro radice nel darwinismo sociale. Nella Laudato Si’ arriva l’eco della Carta della Terra, una dichiarazione di princìpi etici fondamentali che nasce da un progetto maturato alle Nazioni Unite, in cui l’uomo perde la sua centralità nel Creato per diventare parte di una “comunità di vita” in cui ha pari dignità con animali e vegetali. Si tratta di una visione fondamentalmente panteistica, tale che il doveroso riferimento alla Rivelazione cristiana presente nell’enciclica sembra più che altro giustapposto a concezioni religiose che hanno ben altra radice.

Nel cattolicesimo l’armonia nel Creato viene da una corretta relazione dell’uomo con l’ambiente circostante e con Dio che è riassunta nella formula “la natura è per l’uomo, ma l’uomo è per Dio”. In altre parole, il corretto rapporto dell’uomo con la natura è conseguenza del riconoscimento di appartenere a Dio, verso cui si è responsabili del modo in cui usiamo dei doni della natura così come delle relazioni con gli altri uomini. È esattamente la visione che sta sotto il tanto incompreso e strumentalizzato Cantico delle Creature di San Francesco.

Pur se nella Laudato Si’ viene esplicitamente criticato il “biocentrismo” tipico della cosiddetta “ecologia profonda”, di fatto la forte e giustificata critica all’antropocentrismo moderno non è l’occasione di riaffermare la tradizionale visione cattolica. Tanto è vero che è liquidata in una battuta l’esperienza del monachesimo benedettino che invece è l’esempio più grande nella storia di cosa significhi un corretto rapporto con la natura che discende dal “Quaerere Deum”: in una vita vissuta come ricerca di Dio, l’uomo collabora all’opera della Creazione facendo fiorire la natura intorno. Invece vengono proposte come modello di armonia tra uomo e natura le comunità primitive e aborigene (no. 146), secondo una visione tanto idilliaca quanto irreale. Proprio questa esaltazione delle culture indigene è portata alle estreme conseguenze nell’Instrumentum Laboris.

Tale impostazione non è sorprendente se si considera che un decisivo contributo alla stesura della Laudato Si’ è venuto dall’ex frate francescano brasiliano Leonardo Boff, principale esponente della teologia della liberazione, condannato già negli anni ’80 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Dagli anni ’90 Boff vive in una riserva ecologica e oltre ad aver svolto attività accademica e saggistica, ha sostenuto i principali movimenti ecologisti e marxisti dell’America Latina. Fu lui stesso a rivelare che è stato papa Francesco a chiamarlo e a voler leggere tutti i suoi libri come aiuto a scrivere la Laudato Si’.

E l’influsso è più che evidente. Così come ad esempio nell’assunzione acritica del catastrofismo ambientale – climatico e non solo – come fondamento su cui impostare quella che il Papa ha definito “conversione ecologica”. È la prima volta che un’analisi sociale e politica, per sua natura opinabile e soggetta a correzioni, diventa fondamento di un atto magisteriale e, anche qui, è la stessa impostazione che troviamo nell’Instrumentum Laboris.

Un’altra svolta fondamentale della Laudato Si’ è nell’adozione del concetto di “sviluppo sostenibile”, che i precedenti pontificati avevano sempre respinto. Troppo superficialmente infatti si pensa che la “sostenibilità” si riferisca semplicemente all’inclusione del rispetto per l’ambiente tra i criteri di valutazione di iniziative economiche, sociali e politiche. La sostenibilità invece è un concetto ben più ampio, affermatosi negli anni ’80 del secolo scorso in ambito ONU, figlio di una concezione ateistica e materialistica. Fondamento del concetto di sostenibilità è una visione negativa dell’uomo, elemento di disturbo per l’ecosistema globale: per questo le politiche ambientali globali tendono a limitare l’impatto dell’uomo, quantitativamente e qualitativamente. Vale a dire: controllo delle nascite nei paesi poveri, freno allo sviluppo e deindustrializzazione nei paesi ricchi.

Seppure nella Laudato Si’ troviamo una forte accentuazione del secondo aspetto ma un rifiuto di principio dei metodi di controllo delle nascite, appare evidente che se si assumono per buoni i princìpi alla base di una concezione globale del rapporto uomo-natura, rifiutare di adottare le conseguenze pratiche diventa puro moralismo destinato prima o poi a cedere totalmente. In altre parole: se si dà per buono che la presenza e l’attività umana è dannosa per l’ambiente e mette a rischio la stessa sopravvivenza del pianeta; se si continua a lanciare allarmi sulla catastrofe prossima ventura, se si sostiene che siamo sull’orlo del precipizio, è giocoforza accettare prima o poi misure d’emergenza per fermare l’attività umana, inclusa la diffusione della contraccezione per controllare le nascite. Così come se si considera un modello di armonia la cultura aborigena, non può non essere conseguente la valorizzazione delle religioni animiste e la condanna dell’evangelizzazione, che infatti appare chiara nell’Instrumentum Laboris.

La vera posta in gioco dunque non è tanto la cura per l’ambiente – che ovviamente è doverosa – né le misure per salvare la foresta amazzonica (ammesso che questo sia compito specifico della Chiesa). C’è molto di più, c’è il contenuto stesso della fede cattolica. Per questo diventa importante che i vescovi ne prendano coscienza e comincino con il rigettare l’Instrumentum Laboris in vista del Sinodo sull’Amazzonia.

9 pensieri riguardo “Il progetto dell’«ecochiesa» parte da lontano

  1. “La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto?…”
    E’ avvenuto che, dopo 50 anni, la seconda ha fagocitato la prima.
    Stando al post di Aldo Maria Valli del 22 giugno, se è vero che in una scuola “cattolica” irlandese è consentito il cross-dressing, che consiste appunto nella possibilità per i maschi di vestirsi da donne e per le donne di vestirsi da uomini (non conoscevo questo termine raccapricciante…), visto che, come al solito, nessuno interviene, è lecito pensare che siano compiacenti tutti quelli del “cerchio magico” e non solo e che, ormai, il leviatano si senta il padrone assoluto… Allora non è di conversione che avrebbero bisogno, ma tutti quanti, a partire dal grande guru, dovrebbero affidarsi, uno per uno, ad un bravo e santo esorcista.

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  2. Di una cosa oramai si può essere certi e questa cosa parte dal concilio vaticano secondo, il pastrocchio nasce e si sviluppa tutto da qui e tutti i tentativi delle varie ermeneutiche o paradigmi o di quello che si sono inventati per conciliare tutto e il contrario di tutto, nasce da qui e aveva ragione monsignor Lefebvre. Chiunque da buon cattolico vivendo nel proprio tempo ha sempre tentato di essere creativo nel modo giusto, i santi lo dimostrano, aperti nel modo giusto, accoglienti nel modo sano, ma al concilio è accaduto qualcosa che è andato molto oltre. Gesù non ha fondato una chiesa che piace al mondo, ma che nel mondo è segno di contraddizione e non per gli interessi materiali, economici, ambientalisti, ma per le anime, per la dottrina, per la morale.
    Gesù dialogava con gli uomini del suo tempo, ma per convertirli. La gerarchia cattolica ha ceduto al mondo e non da oggi, ma dal concilio conciliante. E’ vero che Giovanni Paolo II quanto Benedetto XVI hanno tentato di arginare le derive, ma senza condannare gli errori, sono essi stessi che hanno rafforzato l’orrore di cui Bergoglio è l’ultimo frutto.

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  3. Non so Benedetto XVI, ma San Giovanni Paolo II ha avuto come ferma e dichiarata intenzione quella di applicare il Concilio Vaticano II. Di questa sua posizione sono frutto le meravigliose Encicliche e tutti i Documenti che ha emanato. Il suo Pontificato ha arricchito la Fede e la Storia della Chiesa, a partire proprio dal Vangelo e dal Concilio Vaticano II. Non è stata dunque sua prima preoccupazione quella di “limitare i danni” o “arginare le derive” di un Concilio, ma si è opposto, nel suo ruolo di Vicario di Gesù Cristo, con il suo carisma e la sua Formazione, ai ribelli, agli eretici e ai mascalzoni, che ci sono sempre stati nella Chiesa e contro i quali hanno dovuto lottare i Sommi Pontefici di tutti i tempi e di tutti i Concili!

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  4. Cari redattori e caro Claudio. Ho appena riletto il Discorso di San Paolo VI alla Chiusura del Concilio Vaticano II, imponente e magnifico Documento di Amore a Dio e agli uomini del nostro tempo. Voi avete estrapolato e citato, fuori dal suo contesto e dalla sua corona, cioè letteralmente ‘rubato,’ quel gioiello, la cui frase riporto per intero: “La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.”

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    1. Reverendo Don Felice, cerchiamo di usare meglio i termini: parlare di “fuori contesto e di rubare quel gioiello” attribuendo a noi una azione malevola, è davvero fuorviante perchè se avessimo avuto quella intenzione non avremo postato il link, mentre così chiunque può andarlo a leggere e verificare.
      La sua è una interpretazione che rispettiamo, ma è davvero fuorviante perché lei volutamente ignora completamente tutto il resto del preambolo e dei tre testi inseriti con tutti i link annessi che, seguiti, l’avrebbero guidata a comprendere la situazione in un contesto assai più vasto della più blanda difesa personalistica che ha voluto fare al suo santo protetto, mentre altri Papi per lei sono eretici e ignavi, e qui non andiamo oltre.
      Non sono utili i partitismi e “il papa che mi piace o non mi piace”, qui siamo in una situazione vastissima e che non ha deriva solo da Bergoglio, ma da molto tempo prima e dallo stesso Paolo VI.
      Rifletta appunto sulle parole integrali di Paolo VI e ci dica, di grazia, se è come diceva lui….
      Che cosa è avvenuto? Non siamo forse allo scontro? non siamo forse alla lotta? Quanto agli anatemi è la chiesa di Paolo VI con Giovanni XXIII che vi hanno rinunciato, ma san Paolo in Galati 1,1-10 è chiarissimo e quella è “Parola del Signore”.
      Si è dato certamente merito alla grande assise conciliarista a tal punto che, sappiamo bene e lo abbiamo visto, ieri Pannella e la Bonino come hanno predicato il peccato come un bene assoluto dalle parrocchie una volta cattoliche.
      Infine, ciliegina sulla torta: “e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo.”
      Reverendo Don Felice, se le fosse sfuggito… è proprio questo pensiero ad aver introdotto la gnosi nel magistero papale della nuova chiesa moderna…. “nuovo umanesimo??, nostro?? siamo CULTORI dell’uomo??” Senza dubbio la Chiesa è sempre stata cultrice dell’Uomo in quanto soggetto creato da Dio, ma da redimere, non da divinizzare come è di fatto accaduto. Bergoglio non sta facendo altro che portare a compimento – tra i tanti – anche questo progetto montiniano. E’ lo stesso papa Francesco ad affermare molte volte di rifarsi al pensiero di Paolo VI quello per il quale Pedro Arrupe avanzò i cambiamenti nella Compagnia e… quando Paolo VI lo riprese duramente, egli rispose di sentirsi dispiaciuto perché non faceva altro che fare ciò che il Papa chiedeva, ma Paolo VI lo ammonì: “mi avete capito male!”
      Siamo certi che Arrupe ieri e Bergoglio oggi lo hanno capito male?
      Reverendo Don Felice, lei sa meglio di noi (speriamo) che la questione è molto più complessa di quanto possiamo fare (e stiamo tentando di fare) per aiutare i nostri lettori a comprenderla, ma non ci attribuisca azioni non commesse e se proprio vuole essere di aiuto, lo faccia dottrinalmente, ampliando risposte ed approfondimenti nel contesto dei contenuti presentati. Di ciò non potremo fare altro che ringraziarla ed esserle grati.
      Grazie dalla Redazione

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      1. Cari amici, ho letto il Discorso integrale di San Paolo VI, il contributo vostro e dei tre autori sul tema. Non ho affatto inteso considerare malevola la vostra intenzione, anche se il confronto delle posizioni porta a essere un po’ polemici, come nel mio caso, lo ammetto e vi chiedo scusa. Non devo dimostrare con argomenti particolari la bontà del Concilio Vaticano II, citando i suoi Documenti, perché è chiaro che abbiamo due concezioni opposte sul giudizio da dare ad esso e sui Papi protagonisti della sua realizzazione e applicazione. Posso solo ribadire che un Concilio, presieduto dal Sommo Pontefice, Vescovo di Roma, e celebrato in comunione e con la presenza di tutti i Pastori della Chiesa Cattolica, che hanno poi approvato pressoché all’unanimità tutti i Decreti, le Costituzioni, ecc… è la più alta espressione della Dottrina e del Magistero della Chiesa. Aggiungo anche che la auspicata uscita dalla grave crisi ecclesiale il cui ci troviamo, desiderio profondo che in questo ci accomuna, non passa dalla revoca o condanna del Concilio Vaticano II da parte di nessuno, né Santi né Profeti né futuri Papi, e nemmeno la Madonna ne fa cenno nei Suoi messaggi, districati fra le vere e false Apparizioni. Penso che siamo d’accordo invece che dobbiamo continuare a mettere in pratica la Sua Chiamata alla Preghiera del Santo Rosario, alla Penitenza e alla Consacrazione del Suo Cuore Immacolato. Dio vi benedica tutti.

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    2. Riguardo la parabola del Buon Samaritano (cfr. Lc 10, 25-37) — duole dirlo perché si tratta di un Romano Pontefice — Paolo VI è scivolato, come si suol dire, su una buccia di banana, non una, ma due volte.
      Prima di tutto perché la Chiesa, come il suo Divin Sposo, ha soccorso da sempre, spiritualmente e materialmente, l’uomo che lungo la via viene aggredito e spogliato dai briganti. Ne troviamo una conferma da un “insospettabile” come Nietzsche, il quale nelle sue opere “malediceva” il Cristianesimo anche perché, per mezzo della Chiesa cattolica, aveva — parole sue — reso sacro l’uomo, anche quello debole e inutile (cioè donne, bambini, malati, anziani, poveri, ecc.).
      In secondo luogo perché Paolo VI identificando la “religione” dell’uomo che si fa dio (la Gnosi) nel poveretto percosso e denudato, sbaglia alla grande! La Gnosi, infatti, è il brigante. Senza rendersene conto, Paolo VI — e il Concilio Vaticano II con lui — è andato dietro al brigante, lasciando quel poveretto dell’uomo (moderno) che tanto amava a morire di stenti per la strada.

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  5. è proprio il “nuovo umanesimo” l’inizio (quello declamato) della fine. L’abbiamo poi vista con il “novus ordo missae” l’applicazione di questo nuovo umanesimo i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti… o almeno di quelli che hanno conservato un minimo di autonomia e di consapevolezza. Consiglio di andare a rileggere la lettera che i cardinali Ottaviani e Bacci scrissero al Paolo VI per scongiurarlo di non dare corso a quella riforma:
    http://www.unavox.it/doc14.htm

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