“Ritorno a Matera”, solo apparentemente fuori tema…

Possiamo dire che con il “Cristo si è fermato ad Eboli” del 1945 di Carlo Levi, Matera rinasce… viene – diciamo – riscoperta affascinando soprattutto il mondo dell’arte e della cultura, specialmente l’arte cinematografica… Levi ebbe il merito di saper descrivere, con dettagli precisi, la vera anima di Matera ossia: “la sua dolorosa bellezza“. Può una bellezza essere anche dolorosa? O il dolore avere una tal bellezza?

Ma non è di Matera storica o artistica, o dei suoi “Sassi” e grotte, che si vuol parlare qui. E’ evidente che aneliamo a scovare ben altro e lo ha fatto, per noi, l’ingegnere Claudio Gazzoli, che ringraziamo fraternamente. Prima di lasciarci trasportare dalle sue riflessioni, vogliamo ricordare come anche il regista ed attore Mel Gibson (che qui vi girò la Crocefissione in The Passion) disse di essersi innamorato di Matera appena la vide, perché era perfetta “per ricordare quel Calvario descritto nei Vangeli, quel Golgota dal quale nessuno può esimersi, se vuol davvero poi risorgere con Lui, il Cristo Gesù, Crocefisso per noi…


RITORNO A MATERA

Ci sono ritornato dopo 40 anni. Avevano da poco traslocato le ultime famiglie nei nuovi palazzi, tutti uguali ma moderni e dotati di confort inverosimili: l’acqua corrente, la luce elettrica, il riscaldamento centralizzato. Il geometra del comune, che ci accompagnava in visita ai Sassi, cugino di un amico che era con noi, originario di quelle parti, poco prima che venissero trasformati in meta turistica, ci diceva che, arrivati alle nuove abitazioni, avevano cominciato ad utilizzare la vasca da bagno e il bidet per coltivarci le piante officinali e l’insalata.

Riuscire a percorre queste strade da soli è fare un tuffo nel nostro passato di bambini pre-digitalizzati.

Queste strade di ciottoli, le salite di lunghi gradoni lastricati di sassi, le facciate non rifinite, i muri di grosse pietre squadrate dove spuntano le piantine dei capperi, i muraglioni rivestiti di licheni, i portoni dimessi e le finestre traballanti e poi il sole, spietato da maggio a settembre, a rivestire di luce dorata lo spazio delle nostre giornate di bambini, a dare alle cose un’aria irreale ma reale nella nostra percezione arcaica e incontaminata.

Matera capitale della Cultura. Ma di quale cultura? Quella paludata, intellettuale, ideologica, leggera, seducente della modernità o quella sparita, antica, primordiale, verticale nel suo rapporto con il soprannaturale, pesante, come venti miglia al giorno a piedi sotto il sole cocente, sulla terra arida, polverosa, dove il patimento non era senza scopo, anzi, era un tutt’uno con la vita, che la modernità ha cancellato e della quale si è pure “vergognata”.

Matera non è più quella descritta da Carlo Levi nel suo bellissimo “Cristo si è fermato a Eboli” che mi aveva così conquistato: “… sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone… Le porte erano aperte per il caldo. Io guardavo passando e vedevo l’interno delle grotte, che non prendono altra luce e aria se non dalla porta. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali..”…  “in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.” …“… qui non vi è arrivato il tempo, né l’anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia.”

Ma ora, si capiscono meglio queste parole. Qui non era davvero arrivato il Cristianesimo, quello intellettuale fatto proprio dalla Chiesa di oggi, positivista, che propugna un legame inscindibile tra la ragione e la storia, dove l’anima individuale ha un senso solo in relazione con la società e la speranza non è la salvezza dell’anima bensì l’utopia del mondo nuovo. Non è arrivato il Cristo che voleva il popolo ebraico e che vogliono pure oggi  ad imporre le nuove virtù teologali della rivoluzione. Occorreva guardare senza gli occhiali della “ideologia”, della erudizione comunque borghese, anche se mascherata dalla vicinanza intellettuale alle classi “deboli”.

Ora alcuni di quei “buchi neri” sono diventati abitazioni eleganti e raffinate dove la grotta del mulo è riutilizzata come grottino per i vini pregiati, il tugurio delle caprette convertito in bagno superaccessoriato, il pavimento di terra battuta ricoperto da mattoni di cotto toscano, le pareti nude di pietra, annerita dal fumo, ripulite e stuccate, il buio illuminato da sofisticate luci  cangianti a led e poi, ovviamente, fognature, impianti avanzati, sistemi wifi per comunicare con il mondo, ventilazione di recupero del calore e dell’aria fresca.

Il luogo, che per millenni è stato dimora e famiglia di una umanità antica, mutato nel tempo per necessità dovute alle consuetudini, ai pensieri, alle speranze, agli affetti e perciò, inevitabilmente bellissimo perché non artificiale, funzionale perché al servizio di esigenze elementari, primarie, ora è trasformato in residenza di piacere al servizio di tutti i sensi dell’uomo nuovo.

Dove la materia, drammaticamente ma fatalmente, era in intima relazione con lo spirito ora ne è diventata padrona assoluta.

Come si viveva nelle nostre campagne ancora negli anni ’50? La contiguità con gli animali era sensoriale e fisica. Gli animali quali compagni di lavoro, calore, nutrimento, non “animali di compagnia” come quelli, pettinati e amorevolmente accuditi, che gironzolano tra i divani e i tappeti delle case piccolo borghesi dell’uomo del terzo millennio.

A proposito, a quest’uomo nuovo  – Cristo  – è arrivato ?

Ora non ci sono più gli abitanti, non c’è più la vita, anche se povera. E’ un luogo spettrale ma tenuto vivace e proficuo da frotte di turisti, profumati e acculturati, che guardano sorpresi le case imbalsamate mormorando increduli: “ma sai che ci vivevano con gli animali ?”.

Quello che mi ha colpito è il numero delle Chiese, rupestri, in pietra, piccole e grandi, sparse nell’abitato, alcune ancora distinguibili dalla croce che sovrasta il timpano. In questo luogo, solo apparentemente disadorno, è arrivato il Cristo della sofferenza immane, quello vero, non quello delle riprese dei film che qui hanno trovato il loro naturale scenario. E’ arrivato a dare dignità, a placare, a lenire e dare speranza alla vita, di cui Lui è l’unico senso, per il quale si possono anche accettare i pesi delle giornate implacabili, del caldo e del freddo, del lavoro e del raccolto non sempre fruttuosi, dove la rassegnazione non è sconfitta ma attesa, dove l’essenziale non è povertà ma accettazione, con la coscienza che il superfluo è effimero se paragonato alla ricompensa. E’ arrivato a redimere il peccato già mitigato dalla tribolazione.

Vi è arrivato, senza soluzione di continuità con le arcaiche credenze profane, il rapporto con Dio, Dio del Medioevo, al centro di ogni pensiero e azione dell’uomo, non l’uomo al centro di ogni pensiero e preoccupazione di Dio. E’ arrivato all’uomo che si sottomette, con umiltà, offrendo la propria sofferenza.

Ecco, se ci dimentichiamo questo, e lo abbiamo dimenticato, non capiamo nulla del valore di quelle vite apparentemente disadorne, non capiamo nulla del valore delle nostre vite apparentemente elevate. Se dimentichiamo questo, calpestiamo barbaramente le nostre origini, che non possono essere affatto comprese da chi “viene dalla fine del mondo” e perciò si ostina a cancellarle.

Se vogliamo cominciare a risalire le pareti scoscese del burrone nel quale siamo caduti dobbiamo liberarci di tutti gli orpelli di questo umanesimo suicida, per imitare, almeno nello spirito, quelle vite, solo profanamente inutili e riscoprire il rapporto esclusivo con Dio.

Claudio Gazzoli – Monterubbiano   (Blog dell’Autore)

 

3 pensieri riguardo ““Ritorno a Matera”, solo apparentemente fuori tema…

  1. Buona Pasqua e ben ritornati con un pezzo davvero bello. Grazie Claudio, sono di quelle terre ma immigrato anche io, solo che ai nostri tempi si sudava e si faticava. Meno politici avevamo attorno e meglio era, il pane te lo guadagnavi e ti rimaneva la dignità umana di essere quel che eri, con una bella croce da portare, ma avevi anche veri preti che la portavano con te. Oggi che si riempiono tutti la bocca di migranti, in verità non curandosi delle loro anime li stanno lentamente portando nel baratro della vera miseria. Dobbiamo aver cura della nostra tradizione e difenderla sempre da chiunque, anche da quello che venuto dalla fine del mondo, la scambia per favelas. C’era un proverbio da noi, l’ho ritrovato anche in dialetto: “A ches du povrjdd nan monch ‘u stuzz du pèn” – A casa del povero non manca il pane!
    I miei nonni ci aggiungevano: vedi solo di non diventare brigante, perché non ti mancherà solo il pane, ma troveresti morte certa.

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  2. Grazie a Giancarlo Maria per il bellissimo commento. Vorrei suggerire, a chi fosse interessato, di andare a rivedere le 4 puntate dello sceneggiato televisivo (si chiamava così… poi è arrivata la parola orrenda “fiction”..), da cui poi è stata tratta una versione ridotta per il cinema, “Cristo si è fermato a Eboli”, tratto dal libro di Carlo Levi, del regista Francesco Rosi. E’ una eccezionale documentazione culturale, visiva, di un mondo perduto, che traduce, in modo sublime, anche avvalendosi di grandissimi attori, a cominciare dal protagonista, i contenuti del libro. Scaricabile da Rai Play è anche una dimostrazione di come si faceva una volta televisione o “servizio pubblico”…

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  3. Non sono in grado di fare comparazioni con il libro di Levi, lo ricordo vagamente, lo lessi tanto tempo fa e non sono mai stata a Matera, forse un saltino ora potrei farlo, ma suppongo che non vedrei più nulla, o forse poco, di questi ricordi e di questa tradizione. Però mi è piaciuto molto quello che ha scritto Claudio, sono davvero commossa e sono d’accordo con Giancarlo. Mio nonno dovette immigrare in Venezuela, poi ritornò dopo 15 anni, a crescere i 5 figli c’era mia nonna e le sorelle, ogni mese il nonno mandava i soldi a casa e le lettere che ancora conserviamo, all’epoca anche lo stare insieme aiutava e si viveva una povertà dignitosa, davvero dignitosa. Per non dire del rosario che si diceva tutti insieme prima di andare a dormire, era forse questo il vero segreto di tanta ricchezza nelle famiglie. Non so più dove Cristo si sia fermato, a volte mi chiedo se forse non gli abbiamo chiuse troppe porte per aprirle ad altri. Questa chiesa di oggi mi mette una tristezza e una grande amarezza. Buona Pasqua a tutti.

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