È Karl Rahner l’autore morale dell’Amoris Laetitia?

Lo scrittore Stefano Fontana, in una sua ottima opera, ci mette in guardia dal pensiero pseudo-teologico del gesuita tedesco Karl Rahner (1904-84), la “grande guida morale” della nuova — e falsa — “Chiesa”.

Consigliando a tutti i nostri lettori interessati, di leggere il recente libro di Stefano Fontana “La nuova chiesa di Rahner“, prendiamo qui spunto da un assaggio pubblicato su La Nuova-Bussola-Quotidiana, clicca qui, in attesa di apprendere l’esito dei lavori del Convegno internazionale che si terrà a Roma il 22 aprile, per chiarire a che punto siamo con l’interpretazione dell’Amoris laetitia.

In tempi “non sospetti”, vale a dire già nel 2013, noi avevamo lanciato il primo allarme, con un articolo di Maurizio Blondet, al fatto che Karl Rahner sarebbe diventato il “teologo primario” di questo nuovo pontificato, clicca qui. Scriveva infatti Blondet: “Per quel poco che so, intravvedo inquietanti consonanze rahneriste nell’impazienza del Papa attuale verso quei cristiani preoccupati della Tradizione, dei dogmi e delle eresie pullulanti con evidenza nella Chiesa, che lui chiama «cristiani ideologici». Karl Rahner, durante tutto il Concilio di cui era ascoltatissimo «perito», esprimeva la seguente sardonica preghiera: «Che lo Spirito Santo guidi la Chiesa in modo che rinunci ai dogmi e alle condanne; allora i teologi potrebbero, col tempo, trovare ciò che è giusto».”

Solo per averne condiviso l’allarme, oggi più che giustificato, Dio solo sa i duri attacchi a cui fummo sottoposti, alle accuse di antipapismo tanto che abbiamo dovuto specificare che noi non siamo contro un papa, o il Papa, ma non possiamo essere “bergogliosi”, o rahneriani, o persino “gesuiti”… E non accusateci di abusare di termini quali “falsa chiesa; doppia chiesa; nuova chiesa, ecc…” perché il termine “nuova chiesa” nasce proprio da Rahner e dal Modernismo condannato da San Pio X, mentre gli altri termini sono presenti nelle varie profezie sulla grave apostasia nella Chiesa descritte da vari mistici beatificati e canonizzati dalla Chiesa, tanto da dare origine ad una “falsa chiesa” quella fondata sull’eresia, cambiamenti dottrinali.

Chiarito questo abbiamo dedicato molti articoli all’argomento dei due Sinodi, interessante è anche questo, per il cui esito chiarimmo già in precedenza, con prove alla mano, che ciò che i Padri sinodali approvarono fu un chiaro e distinto “NO” alla comunione ai divorziati-risposati mentre, l’atteggiamento del Pontefice e della conseguente esortazione, spinsero chiarissimamente dal lato opposto, ossia di quella minoranza che nei due Sinodi, facendo la voce grossa, volevano — e vogliono — imporre questa modifica fondata sulle opinioni e non sul Deposito della Fede.

A chiarire tutta questa situazione ingarbugliata ci viene incontro anche un articolo interessante di questi giorni di Padre Giovanni Scalese, clicca qui, nel quale egli, tralasciando di proposito le pur gravi affermazioni del generale gesuita Sosa sulla “battuta” che non sapremo mai cosa disse veramente Gesù perché all’epoca non c’erano i registratori… si concentra piuttosto in altre affermazioni gravissime del gesuita, e che mettono a fuoco dove si annida il vero problema. Anche in questo caso, Padre Scalese, sottolinea dell’apostasia dottrinale in corso che coinvolge oggi non solo l’evangelizzazione gesuita, ma purtroppo anche la pastorale ecclesiale odierna.

Osserva infatti Padre Scalese: “Dottrina e discernimento non dovrebbero perciò essere considerati come alternativi tra loro, ma piuttosto come complementari e reciprocamente dipendenti: la dottrina è frutto di discernimento; ma, a sua volta, il discernimento non può mai prescindere dalla dottrina: può sempre e solo svolgersi all’interno di essa. Che poi lo Spirito Santo sia superiore, non c’è dubbio; ma è tale non solo rispetto alla dottrina, ma anche rispetto allo stesso discernimento. Dottrina e discernimento sono due manifestazioni del medesimo Spirito, che non possono in alcun modo trovarsi in conflitto fra loro.”

Rahner negli anni ’70

Il CONFLITTO…. è questo atteggiamento della coscienza che diede inizio, in Lutero, la protesta contro la dottrina morale della Chiesa! Rahner lo sa perfettamente avendo avuto l’amante e di conseguenza, come Lutero, cerca l’escamotage per risolvere questo conflitto dando, come Lutero, la colpa alla Chiesa se questi conflitti persistono e sono insuperabili. Come Lutero, ma superandone il pensiero (perdonate la ripetitività, ma necessaria) anche Rahner cerca così di ribaltare la dottrina arrivando a separare i Comandamenti dalla prassi; la recezione dei Sacramenti fissata dalla dottrina con la prassi del “caso per caso” (casuistica), poggiando il giudizio unicamente sul sentimentalismo, sul pragmatismo, sulle singole esperienze arrivando a modificare, di fatto, l’aspetto dottrinale sul PECCATO. Il concetto di PECCATO viene abolito da Rahner perché questo è il conflitto che, secondo lui, blocca ogni riforma nella Chiesa verso il mondo.

Già il Sinodo 2005 si espresse fedelmente alla dottrina, invece, come già ebbe modo di segnalare Benedetto XVI nella esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, fino ad oggi mai citata da Papa Francesco, laddove disse chiaramente: «Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Mc 10, 2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia» (n.29).

Che cosa è accaduto, allora, nei due Sinodi 2014 e 2015? Che abbiamo assistito ad un vero ribaltamento che così spiega bene Fontana: “Elementi fortemente rahneriani erano già emersi nella lezione introduttiva al Sinodo tenuta davanti ai Cardinali da parte del cardinale Walter Kasper nel febbraio 2014. Pensiamo per esempio all’idea che non si possa mai conoscere una situazione oggettiva e pubblica di peccato, quale è appunto quella dei divorziati risposati. La tesi espressa da Kasper era che non esistono i divorziati risposati, ma questo, quello, quell’altro divorziato risposato. La realtà, quindi, non mostra strutture portanti e universali, ma solo situazioni uniche individuali. Questo modo di vedere è di origine nominalistica dato che proprio questo diceva Guglielmo di Occham nel XIV secolo e divenne anche il modo di vedere di Lutero e della filosofia protestante in genere, in quanto è il modo migliore per separare la ragione dalla fede…”.

Se in quelle cinque righe al n.29 dell’esortazione del 2005, Benedetto XVI aveva chiarito benissimo la posizione della Chiesa, oggi in una esortazione logorroica del suo successore, di oltre cento pagine, si tenta di eliminare quella verità chiaramente professata, tentando di esporla, imporla ed interpretarla non più alla luce della Tradizione e della Dottrina della Chiesa, ma attraverso il pensiero di Rahner.

Sottolinea ancora Stefano Fontana: “A ben vedere, anche l’invito alla parresia fatto ai Padri sinodali presenta una accentuazione rahneriana. Essa significa l’accettazione del pluralismo dentro la Chiesa nel senso della moderna libertà di espressione. Questa concezione della libertà di espressione è però diversa dalla libertà in senso cattolico. La parresia consiste nel coraggio di annunciare la verità, senza timori umani o reverenziali o senza la preoccupazione di salvare il salvabile. Non può significare la libertà di esprimere, in un consesso ecclesiale tanto importante come un Sinodo, idee scandalose per i fedeli o sconcertanti o che insinuano dubbi su fondamentali verità di fede professata. Il mondo è senz’altro pluralista, ma la Chiesa non può esserlo. Ma se la Chiesa fa parte del mondo anche essa sarà pluralista come Rahner continuamente afferma…”.

Vogliamo concludere queste riflessioni con un altro allarme lanciato dal domenicano Padre Riccardo Barile attraverso alcuni articoli sul medesimo argomento di cui uno ha per titolo: “La Chiesa sta perdendo il significato dell’Eucaristia. Così finisce schiava della cultura moderna“.

Ecco alcuni passaggi salienti: “…con materna severità anzitutto la Chiesa vieta – ha sempre vietato – di accedere all’Eucaristia in peccato grave o mortale. San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia ha scritto al riguardo: «Desidero ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ecc.» (n. 36). Sono parole pesanti che costringono la Chiesa di sempre a fare i conti con il Concilio di Trento su questo punto. (…) Per quali ragioni la Chiesa prescrive di non accostarsi all’Eucaristia in stato di peccato mortale non confessato? Perché all’Eucaristia si arriva dopo un cammino di conversione. (..) c’è il pericolo di una selezione indebita dei peccati gravi o mortali. No l’Eucaristia agli scafisti, ai mafiosi, ai profanatori ecologici, ai guerrafondai ecc., ma non solleviamo troppi problemi sui rapporti uomo/donna a oltre. Quest’ultimo “indebolimento” di gravità dipende senz’altro dalla troppa accoglienza del dato culturale odierno che ha tolto molta rilevanza morale al problema. Per contro la Tradizione apostolica testimonia che nell’antichità la Chiesa sapeva andare controcorrente bloccando l’itinerario battesimale/eucaristico a quanti non avevano in animo di risolvere situazioni che pure il comune modo di vivere non riteneva troppo gravi. La corretta pastorale di indicare dei traguardi e porre dei limiti non può essere tacciata di rigorismo: è semplicemente fedeltà verso Gesù Cristo e onestà verso l’uomo, evitando di offrirgli una salvezza che non è tale. Verso l’uomo è anche misericordia, avviandolo con la dottrina e la carità verso la salvezza vera.”

Giustamente Padre Riccardo Barile OP, nella prima parte dell’argomento trattato, aveva sottolineato che: “Si può accedere all’Eucarestia solo se purificati..”. Purificati significa abbandonare lo stato di peccato in cui ci veniamo a trovare e, senza dubbio con carità, accompagnamento, discernimento, pazienza… essere condotti ad una vera confessione dei peccati con il PROPONIMENTO DI NON PIU’ COMMETTERLI. La teoria, o teologia, di Karl Rahner invece aggira il conflitto  – tra il peccato da debellare e condannare e il peccatore da accogliere e guidare alla conversione – e lo risolve lasciando il peccatore nel suo stato di peccato.

Commenta infatti Padre Barile: “La Chiesa deve certamente partire dalla gente così come è, ma non può ammetterla all’Eucaristia “così come è”, “così come pensa”, “così come vive”. La Chiesa portando all’Eucaristia non può limitarsi a lavare i piedi nel senso di servire il mondo (degli uomini) offrendo la salvezza, ma deve anche lavare i piedi nel senso di purificare il mondo da ciò che impedisce di arrivare alla Eucaristia.”

Non possiamo ignorare la strana coincidenza del monito paolino cancellato dalla nuova pastorale della chiesa, quello ai Galati quando San Paolo ammonisce che chiunque (tra gli apostoli e discepoli, fin anche fosse un angelo venuto dal cielo) venisse a predicare un vangelo diverso da quello ricevuto dalla Tradizione e dal Deposito della Fede, sia anàtema! (Gal.1,6-10).

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