Le nomine dei vescovi nell’era di Francesco

Le nomine dei vescovi sono il principale strumento con cui papa Francesco rimodella la gerarchia della Chiesa. Alcune nomine gli stanno talmente a cuore che non esita a saltare tutti i passaggi procedurali e fare lui tutto da solo.

di Sandro Magister (06-02-2017)

Le nomine dei vescovi sono il principale strumento con cui papa Francesco rimodella la gerarchia della Chiesa. Alcune nomine gli stanno talmente a cuore che non esita a saltare tutti i passaggi procedurali e fare lui tutto da solo.

Per l’Argentina, ad esempio, avviene quasi sempre così. Da quando è papa, Jorge Mario Bergoglio ha deciso lui di persona praticamente tutte le nuove nomine vescovili in quella nazione.

Ma anche in Italia Francesco ama riservare a sé le scelte chiave. Non solo per grandi diocesi come Roma, Palermo, Bologna o Milano, ma anche per talune sedi di media grandezza.

Mons. Luigi Negri

Una di queste è la diocesi di Ferrara, dove la nomina del nuovo vescovo è data per vicina. Il vescovo in carica, infatti, Luigi Negri, ha compiuto i 75 anni canonici lo scorso 26 novembre e, come di norma, ha rimesso il mandato nelle mani del papa. Il quale in tutti i casi del genere può prorogare la sua permanenza in sede, oppure procedere subito al ricambio.

A Ferrara la proroga non c’è stata. E lo si può capire. Negri, da una vita in Comunione e liberazione e vicinissimo al fondatore don Luigi Giussani, è uno dei vescovi meno assimilabili allo stile di papa Bergoglio.

Per la scelta del suo successore le procedure sono quasi ultimate. A fine gennaio il nunzio in Italia, Adriano Bernardini, ha concluso le consultazioni di rito, in particolare quelle di tutti gli altri vescovi, anche emeriti, dell’Emilia Romagna, la regione in cui ricade Ferrara, e ora si appresta a inoltrare una terna di candidati alla congregazione vaticana per i vescovi, che la vaglierà e darà infine la sua indicazione al papa.

Tra i vescovi consultati ve ne sono alcuni in sintonia con Negri, come quello di Reggio Emilia, Massimo Camisasca, anche lui di Comunione e liberazione e pupillo di don Giussani, o come l’arcivescovo emerito di Bologna, Carlo Caffarra, uno dei quattro cardinali che hanno sottoposto al papa i famosi dubia sull’interpretazione di Amoris laetitia.

Ma ve ne sono anche altri allineati in pieno a Bergoglio, come l’arcivescovo di Bologna da lui stesso insediato, Matteo Zuppi, e i vescovi di Ravenna, Lorenzo Ghizzoni, e di Modena, Erio Castellucci.

Una simile varietà di orientamenti potrebbe quindi suggerire candidature d’equilibrio, non troppo sbilanciate in un senso o nell’altro.

Ma se papa Francesco volesse scegliere lui il nuovo vescovo di suo gradimento? O addirittura l’avesse già scelto? L’ipotesi non è affatto da escludere.

Nella congregazione per i vescovi papa Francesco ha una squadra di suoi esecutori molto agguerrita, che mette facilmente fuori gioco – forte del mandato di Santa Marta – la congregazione e il suo cardinale prefetto, il canadese Marc Ouellet.

Compongono questa squadra il segretario del dicastero, il brasiliano Ilson de Jesus Montanari, fatto arcivescovo e chiamato a questo ruolo nevralgico dallo stesso Bergoglio, l’argentino Fabián Pedacchio Leaniz, poco visibile ma potente segretario personale del papa, e l’italiano Fabio Dal Cin, legatissimo soprattutto al secondo.

Non solo. Proprio monsignor Dal Cin, 52 anni, della diocesi di Vittorio Veneto, potrebbe essere il candidato che papa Francesco ha in mente per la successione nella diocesi di Ferrara. Forse più ancora di monsignor Giancarlo Perego, attuale direttore della pastorale per i migranti nella conferenza episcopale italiana, caldeggiato sia dal segretario generale e referente di Bergoglio per la CEI Nunzio Galantino, sia dall’ex direttore della Caritas di Bologna, Giovanni Nicolini.

Nicolini è fondatore e superiore delle Famiglie della Visitazione, una comunità che si ispira a don Giuseppe Dossetti. Ed è legato a quell’influente think tank cattolico progressista, noto come “scuola di Bologna”, che ha avuto nello stesso Dossetti il suo fondatore e ha nello storico della Chiesa, Alberto Melloni, e nel fondatore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, i suoi attuali reggitori e guru, entrambi ultra-bergogliani.

Corre appunto voce, tra costoro, che “l’Emilia Romagna è ormai nostra”, proprio grazie alle nomine che papa Francesco si appresterebbe a fare non solo a Ravenna, ma anche nella vicina diocesi di Rimini, il cui attuale titolare, il vescovo Francesco Lambiasi, è alle prese con una esposizione debitoria talmente grave da esigere una sua sostituzione, non necessariamente punitiva visti i suoi appoggi romani e visto il precedente della diocesi di Terni, per il cui debito si svenò lo IOR e per il cui vescovo, Vincenzo Paglia, si dischiusero le praterie di alte cariche curiali.

Una postilla. Tra i cardinali e i vescovi membri della congregazione vaticana che vaglia le nomine, Bergoglio ha incluso – tra i primi atti del suo pontificato – proprio il predecessore di Negri a Ferrara, Paolo Rabitti. Il quale aveva consegnato a Negri, al momento della successione, alla fine del 2012, una diocesi in stato disastroso, con i conti in disordine e – come non bastasse – con un nugolo di seminaristi inaffidabili, rastrellati qua e là da altre diocesi che li avevano respinti.

(fonte: settimocielo.it)

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