Dal papa buono al buonista. Francesco compie 80 anni

Concerto questa sera in Vaticano per il Santo Padre. La sua immagine progressista può nuocere alla Chiesa cattolica.

di Giancristiano Desiderio (17-12-2016)

Giovanni XXIII è il «papa buono», Francesco è il «papa buonista». Non è un gioco di parole. La differenza ha il suo rilievo. Jorge Mario Bergoglio, eletto al soglio pontificio il 13 marzo 2013, è il primo papa sudamericano e gesuita, è il primo che coabita con la presenza di un papa emerito ed è il primo ad aver scelto il nome impegnativo del santo di Assisi attraverso il quale ha stabilito un rapporto di reciproca simpatia con la cultura progressista e laicista.

Pochi mesi dopo la sua elezione rilasciò un’intervista ad Eugenio Scalfari. Disse: «Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». Un concetto non propriamente nuovo: lo espresse già il cardinale Carlo Maria Martini intervistato dal gesuita Georg Sporschill. Tuttavia, c’è differenza se a dire che «Dio non è cattolico» è un cardinale, per quanto importante e autorevole, o direttamente il Papa che della Chiesa cattolica, ossia universale, è il capo. Infatti, la cosa più semplice che può accadere è che qualcuno domandi: Francesco è cattolico?

20150918cover1800-x-2400Aldo Maria Valli, giornalista e vaticanista del Tg1, parte da qui per svolgere la sua inchiesta sul «papa comunista» nel pamphlet pubblicato da Liberilibri e intitolato 266. Perché Francesco è il pontefice numero 266 nella lunghissima storia della Chiesa cattolica. Dunque, Is the Pope Catholic? Il settimanale americano Newsweek, ripetendo le parole misericordiose del papa – «chi sono io per giudicare un gay?» – ha posto la questione del conflitto tra Francesco e la sua Chiesa. Può sembrare un’esagerazione; in realtà, fa capire Aldo Maria Valli, quando la misericordia non è veicolo della Grazia ma metodo della comunicazione, allora, i principi religiosi decadono a strumento di propaganda e il pontefice più che rappresentare la Chiesa esprime la sua strategia di immagine. È il limite più vistoso del pontificato di Bergoglio: è sempre proteso alla promozione dell’immagine progressista del papa con il risultato di fare della Chiesa una delle tante voci del secolo.

Un grande santo, vissuto nel secolo dei Lumi, Alfonso Maria de’ Liguori, amava dire che «Dio usa misericordia con chi lo teme, non con chi si serve di essa per non temerlo». Mentre Joseph Ratzinger, nella sua omelia in ricordo di Paolo VI, disse: «Ma un papa che oggi non subisse critiche fallirebbe il suo compito dinanzi a questo tempo». Rileggete insieme le due frasi, di Alfonso e del papa emerito, poste da Valli in esergo al testo, e vedrete come in controluce il papato di Francesco che non subisce mai critiche ma riceve solo approvazioni per le sue «uscite», per i suoi «gesti», per la sua insofferenza verso l’economia di mercato. Le prediche di Francesco incontrano facilmente il favore del mondo. Il cristianesimo, però, non è una predica ma una pratica.

L’esortazione apostolica Amoris laetitia, ancora una volta aperta al secolo e ben accolta, ha suscitato nel mondo cattolico perplessità proprio per i cedimenti allo spirito del mondo, a un certo relativismo morale e, soprattutto, a un populismo fatto di slogan, frasi a effetto e tanti buoni sentimenti. Quasi come se alla «Chiesa di Francesco» stesse a cuore non la salvezza dell’anima ma il benessere psicologico ed emotivo dei fedeli e delle persone.

Tuttavia, a fronte di questo sentimentalismo mondano, c’è l’anima del gesuita che lasciando sotto silenzio la radici religiose dell’estremismo islamico non disdegna di praticare la realpolitik. Come se più che un papa fosse l’antipapa, come disse lo stesso Bergoglio, un po’ scherzando e un po’ irridendo, al giornalista Gian Guido Vecchi.

(fonte: ilgiornale.it)

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