Su povertà e clima il Papa sbaglia. Parola di gesuita.

Il gesuita americano James V. Schall ci spiega che per combattere la povertà è più utile il capitalismo che il socialismo.

di Matteo Matzuzzi

Dire che il capitalismo è la causa della povertà non ha senso. Il fatto è che «la maggior parte degli americani è colpita dall’uso equivoco che fa il Santo Padre del termine “capitalismo”, descritto come qualcosa di cui sappiamo poco».

Come viene troppo equivocato, del resto, il significato di ineguaglianza e iniquità: «Quando Dio ha creato la gerarchia degli angeli, ha creato ciascuno di essi in modo diverso. Ancora, non direi che sia un’ingiustizia il fatto che una mucca non sia un cavallo o un angelo. Tutto questo è in Tommaso d’Aquino. Se ogni cosa è uguale, non si può trovare alcuna distinzione nelle cose».

James V. Schall S.J.
James V. Schall S.J.

James Schall, padre gesuita e fino a pochi anni fa titolare della cattedra di Filosofia politica alla Georgetown University di Washington, decine di saggi pubblicati (l’ultima fatica è “On Christians & Poverty”, 2015), discute con il Foglio di alcuni aspetti cardine del viaggio papale negli Stati Uniti, a cominciare dalla povertà. Francesco, al Congresso, ha incoraggiato rappresentanti e senatori a «non dimenticare tutte quelle persone intrappolate nel cerchio della povertà». Ha chiesto di dar loro speranza e ha auspicato che «la lotta contro la povertà e la fame» sia «combattuta su molti fronti».

Per prima cosa, spiega Schall, «se non tutti sono poveri il merito è proprio del capitalismo, inteso come innovazione, crescita, profitto, distribuzione e produttività». Il dato inconfutabile «è che la percentuale dei poveri nel mondo è in costante calo, e questo è un aspetto che viene troppo poco riconosciuto e spiegato». E ciò che impedisce a quella parte di popolazione che ancora vive nell’indigenza di sollevarsi, «non è di certo il capitalismo, bensì certe idee politiche o religiose unite a qualche fenomeno corruttivo. Si tratta di forze che lavorano in senso contrario alla riduzione della povertà». La causa, dice l’interlocutore, va cercata nelle politiche attuate dai governi degli stati moderni, in particolare quelli che adottano «certe varianti tipiche di un socialismo più o meno aperto. E il pensiero sociale cattolico raramente ha riconosciuto che i governi stessi, con la loro avidità, sono i primi ostacoli nell’aiuto dei poveri».

Padre Schall fa un esempio chiarificatore: «Le idee economiche latinoamericane spesso sembrano un’eredità del mercantilismo coloniale più che espressione di un capitalismo monopolista di stato». Dopotutto, «il libro più famoso nella storia dell’economia ha come titolo La ricchezza delle nazioni, non La povertà delle nazioni. In principio, tutti erano poveri. Ma il problema non è spiegare perché il povero fosse povero, bensì perché qualcuno non lo fosse».

Schall recupera sant’Agostino quando sosteneva che «sia il ricco sia il povero possono essere peccatori o virtuosi. Il ricco, insomma, non deve diventare povero per essere virtuoso, tantomeno il povero deve diventare ricco. Anche Aristotele ci viene in soccorso, dal momento che a suo giudizio la maggior parte delle persone necessita di una quantità sufficiente di beni per essere virtuosa. Ed è proprio questo ciò che la vera crescita economica cerca di realizzare. Il Papa stesso parla dei suoi amici ricchi come di uomini buoni e generosi».

«Quasi tutti riconoscono che l’avidità è un vizio, anche se probabilmente non così distruttivo quanto lo è l’invidia a lungo andare», chiosa l’interlocutore. È una sorta di rovesciamento degli schemi: «Sempre Aristotele ha chiarito che un uomo ricco non è necessariamente ingiusto perché è ricco e l’uomo povero non è virtuoso solo per il fatto di essere povero. Ognuno può salvare la sua anima nella condizione in cui si trova».

Per non distanziarsi troppo dalla realtà cristiana, padre Schall cita la Bibbia: «Quando sfogliamo quelle pagine, dovremmo chiederci in che modo i ricchi abbiano acquisito le loro ricchezze. Sappiamo da dove sono venuti i poveri, mentre i ricchi non hanno di certo solo rubato. Le loro ricchezze derivavano solo dallo sfruttamento? Ma la parabola dei talenti ci dice altro. L’uomo che ha dieci talenti, in conseguenza del suo investimento, ne ottiene altri dieci, venendo per questo lodato. L’uomo che non fa nulla viene invece castigato. Ecco, si può sostenere che il capitalismo è un sistema che universalizza questi princìpi basilari».

L’importante è non fare delle Sacre Scritture una sorta di “manuale di economia”: «Dio non ha rivelato a noi tutto ciò che serve per prosperare, ma solo un paio di cose che in effetti non siamo riusciti a comprendere da soli. Ci ha dato cervello, mani e tempo, lasciandoci la responsabilità di capire come avremmo potuto provvedere a noi stessi». E l’umanità lo ha capito, almeno in parte: «La scoperta di come superare il problema della povertà a livello mondiale è recente, come recente però è anche la scoperta dei metodi per controllare la vita umana». Le due cose stanno assieme, spiega Schall: «La maggior parte dei movimenti totalitari si erano presentati, e si presentano ancora, come sistemi finalizzati all’aiuto dei poveri, che nella realtà diventano oggetto di manipolazione ideologica e di auto-giustificazione. Poveri e ricchi hanno bisogno l’uno dell’altro, e ciò di cui tutti hanno bisogno è la crescita».

Il decano di Filosofia politica alla Georgetown sostiene che i poveri dovrebbero da soli uscire dalla loro condizione, senza troppi contributi esterni e nega che si tratti di qualcosa di rivoluzionario: «È semplicemente un altro modo di affermare il principio di sussidiarietà. Innanzitutto, noi vogliamo che le persone non siano povere. Poi vogliamo che questi individui trovino la loro strada nel mondo. Spesso i poveri non sanno come fare per non essere poveri, ma il problema è che più spesso non lo sanno neppure i loro governi. Per uscire dalla loro condizione, allora, non possono fare altro che imparare da quelli che hanno già capito come non essere più poveri. Bisogna dare un incentivo. Direi che la differenza tra nazioni “di successo” e nazioni “di insuccesso” sul terreno della riduzione della povertà si misura dal grado in cui esse hanno imparato come la libertà, la proprietà, il mercato, l’impresa, lo stato di diritto e la virtù possono andare di pari passo». D’altronde, aggiunge, «la gran parte degli uomini e delle donne desidera non essere povera. Si tratta allora di imparare a percorrere le strade per trovare la ricchezza. Lo si può fare con l’istruzione, l’esempio e anche con la competizione presente nei meccanismi del mercato». Insomma, «chi ha bisogno di aiuto dovrebbe essere aiutato da chi sa aiutare. Il punto cardine del libero mercato sta proprio nel consentire ai poveri di uscire dallo stato di povertà grazie alle loro proprie forze».

A volte, sulla percezione equivoca del capitalismo di cui parlava l’interlocutore, può giocare anche una certa “narrativa apocalittica” propria del Papa? Dipende. «Se si parla di “narrativa apocalittica” riguardo l’ecologia, si può dire che il Santo Padre la usa per parlare dei disastri causati dal riscaldamento della Terra. Io però ho il sospetto – sottolinea padre Schall – che, di fatto, queste tesi siano fondate su basi scientifiche e pratiche assai controverse. I discorsi sulle ricorrenti ere glaciali e sulle epoche temperate sembrano essere vecchi quasi quanto vecchia è la Terra stessa. A mio giudizio, la percentuale di ogni problema ambientale provocato dall’attività umana è relativamente modesta, ed è possibile affrontare le emergenze grazie alla nostra conoscenza e tecnologia. Un po’ di riscaldamento, poi, sembra essere addirittura benefico».

Se invece si parla di «narrativa apocalittica secondo quanto scriveva Robert Hugh Benson nel Padrone del Mondo, riferimento spesso citato da Francesco, in cui è rappresentata la fine dei tempi, mi viene da usare le parole di san Paolo: “Non conosciamo né il giorno né l’ora”. Oggi – prosegue – siamo riusciti a ribaltare gran parte dei princìpi fondamentali della legge naturale nelle nostre politiche pubbliche, al punto che lo stato moderno e la cultura spesso si distinguono solo per essere in contrasto con ciò che l’insegnamento classico ha indicato. Penso sia dovere del Papa ammonire un mondo che si sta formando contro l’espiclito insegnamento della ragione e del Vangelo».

© IL FOGLIO (25-10-2015)

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