Francesco cambierà il Vaticano? O il Vaticano cambierà il Papa?

Come una ventata d’aria fresca, il papa irrompe in un’istituzione restia al rinnovamento. Riuscirà il paladino dei poveri e dell’ambiente a fermare la globalizzazione dell’indifferenza?

Nel segno di Francesco

Che Mario Bergoglio sarebbe stato un papa fuori dal comune lo si era capito presto. Quasi subito. Con quel suo desiderio per nulla inconfessato di lasciare un segno, di cambiare il sistema, dal rigido protocollo vaticano fino ai vertici che guidano il piccolo Stato della Chiesa cattolica. Ma forse l’impronta del suo pontificato è diventata ancora più chiara con l’enciclica Laudato Si’, resa pubblica il 18 giugno. Qualcuno l’ha liquidata come un pronunciamento sull’ambiente. Altri hanno messo l’enfasi sull’equità sociale.

Altri ancora vi hanno visto una critica dell’economia di mercato e dell’impatto della tecnologia sulla società.

In realtà il testo di papa Francesco si sottrae a qualsiasi banalizzazione. Ci richiama a un uso consapevole degli strumenti che la ricerca scientifica e la tecnologia ci mettono a disposizione, ricordando che le risorse del piccolo pianeta che ci ospita sono limitate. E il loro sfruttamento eccessivo e iniquo minaccia la natura ma anche la nostra stessa sopravvivenza. Nel testo manca forse solo un cenno alla questione demografica, che non può non essere inestricabilmente legata alla “cura della casa comune”, per citare il sottotitolo dell’enciclica stessa, ma Francesco aveva già parlato di procreazione responsabile all’inizio di quest’anno.

Nessuno può sapere se questo papa riuscirà a cambiare la Chiesa. Ma la sua visione dell’uomo immerso nell’ambiente può essere di stimolo per un maggiore rispetto di ciò che ci circonda.

A cominciare dalla Conferenza sul clima che si terrà a fine anno a Parigi. Dove si dovrà decidere se provare a invertire la rotta, per il bene di tutti.

Marco Cattaneo, Direttore di National Geographic Italia


di Robert Draper

fotografie di Dave Yoder

In molte occasioni papa Francesco ha posto l’accento non sulla dottrina ma sul servizio ai poveri, suscitando reazioni di gioia, ma anche un certo nervosismo.

Al suo primo incontro pubblico con 7.000 sconosciuti che lo ascoltavano con venerazione, Jorge Mario Bergoglio non era ancora papa; ma come una crisalide che inizia la sua metamorfosi, già rivelava qualcosa di sorprendente. Allo stadio Luna Park di Buenos Aires, dove cattolici e cristiani evangelici si erano radunati per un evento ecumenico, un pastore aveva invitato l’arcivescovo a salire in tribuna per parlare ai presenti. Il pubblico era rimasto sorpreso, anche perché l’uomo che avanzava verso il palco fino a quel momento si era tenuto in disparte, seduto agli ultimi posti, come uno spettatore qualsiasi. Non portava la tradizionale croce cardinalizia, ed era vestito in clergyman nero, come quando era un prete. Nove anni fa era difficile immaginare che un giorno quell’argentino attempato e senza pretese, dall’aria malinconica e dimessa, sarebbe divenuto una figura carismatica conosciuta in ogni angolo del mondo.

L’arcivescovo prende la parola in spagnolo. Non fa alcun accenno al tempo in cui, come molti altri sacerdoti cattolici dell’America del Sud, liquidava il movimento evangelico come una escuela de samba. Ora però il maggior esponente argentino della Chiesa cattolica – che si considera la sola vera Chiesa cristiana – afferma che davanti a Dio le distinzioni non contano. «Com’è bello», esclama, «vedere i fratelli pregare insieme. Com’è bello vedere che nessuno si mette a discettare sulla storia della propria confessione o sul proprio percorso di fede. Vedere che pur essendo diversi, vogliamo essere e già cominciamo a essere espressione di una diversità riconciliata».

Le braccia tese, il volto improvvisamente animato, con un fremito di passione nella voce, Jorge Mario Bergoglio si rivolge a Dio: «Padre, siamo divisi. Uniscici!». Chi lo conosce lo guarda sorpreso, perché l’arcivescovo è noto per la sua espressione imperturbabile, che gli è valsa il soprannome di Monna Lisa, o anche Carucha (per via delle guance, simili a quelle di un bulldog). Ma sarà un suo gesto a rendere memorabile quella giornata. Giunto aliatine del discorso, Bergoglio si inginocchia lentamente sul palco e chiede ai presenti di pregare per lui. E il pubblico, ancorché sorpreso, dopo un attimo di esitazione risponde all’invito, sotto la guida di un ministro evangelico. L’immagine dell’arcivescovo inginocchiato tra altri prelati di grado a lui inferiore, in atteggiamento di umile supplica e venerazione, finirà sulle prime pagine della stampa argentina.

Uno dei giornali che pubblicano la foto è Cabildo, considerato la voce dei cattolici ultraconservatori del paese, che nel titolo dell’articolo accanto all’immagine usa un termine dirompente: apostata. Il cardinale traditore della sua fede! Questo era Jorge Mario Bergoglio, il futuro papa Francesco.

«Sento davvero il bisogno di cambiare le cose da subito», aveva detto ad alcuni amici argentini appena due mesi dopo essere stato eletto dai 115 cardinali riuniti in conclave in Vaticano, e catapultato da una posizione relativamente oscura al papato. Molti osservatori pensano – a volte con entusiasmo, altre con disappunto – che il nuovo papa abbia già cambiato praticamente tutto dalla sera alla mattina. E il primo papa sudamericano, il primo gesuita eletto al soglio pontificio, il primo – da oltre un millennio – nato in un paese non europeo, il primo ad aver scelto il suo nome in onore di San Francesco d’Assisi, paladino dei poveri. Il 13 marzo 2013, subito dopo la sua elezione, il nuovo capo della Chiesa cattolica è comparso sulla Loggia delle benedizioni della Basilica di San Pietro vestito di bianco, ma senza la tradizionale cappa scarlatta e la stola rossa ricamata in oro attorno al collo. E ha salutato la folla festante radunata nella piazza con elettrizzante semplicità: «Fratelli e sorelle, buonasera». Per concludere poi il suo discorso con una richiesta familiare a molti argentini, dato che era la conclusione abituale di ogni suo intervento: «Pregate per me». Poi, al momento di andarsene, è passato oltre la limousine predisposta per lui, per saltare sull’autobus su cui viaggiavano i cardinali che lo avevano appena eletto.

La mattina dopo il papa ha saldato personalmente il conto dell’albergo in cui aveva alloggiato. Ha rinunciato poi ai tradizionali appartamenti papali nel palazzo apostolico per prendere alloggio in un piccolo appartamento alla Casa Santa Marta, la foresteria del Vaticano. In occasione del suo primo incontro con la stampa internazionale ha dato voce alla sua maggiore ambizione: «Quanto vorrei una Chiesa povera, al servizio dei poveri!». E invece di celebrare la messa serale del Giovedì Santo (in commemorazione dell’Ultima Cena) nella Basilica e lavare i piedi, come voleva la tradizione, a 12 sacerdoti, lo ha fatto in un riformatorio. Dopo la predica – gesto mai compiuto prima da un papa – ha lavato i piedi a 12 ragazzi e ragazze, tra cui alcuni musulmani. Tutto questo nei primi due mesi dalla sua elezione.

Ma i suoi amici argentini sanno bene che quando parlava di «cambiamento», il nuovo papa intendeva qualcos’altro. Anche se ogni suo minimo gesto ha un peso considerevole, l’uomo che conoscono non è tipo da accontentarsi di simboli. E un porteno (così si chiamano gli abitanti di Buenos Aires) dotato di grande senso pratico. E vuole che la Chiesa cattolica cambi sostanzialmente la vita delle persone. La Chiesa come un ospedale da campo – un’ immagine usata più volte dal papa – allestito accanto alla linea del fronte per curare tutti i feriti degli schieramenti opposti. E come ha detto un suo amico, il rabbino argentino Abraham Skorka, «lui è uno che quando persegue uno scopo sa essere molto caparbio».

Sebbene nel resto del mondo l’elezione di papa Francesco sia stata percepita come un fulmine a ciel sereno, in Argentina Bergoglio era ben noto per le posizioni spesso controverse. Figlio di un contabile piemontese emigrato con la famiglia, si era distinto fin dal suo ingresso al seminario, a vent’anni, nel 1956. Prima aveva lavorato come tecnico di laboratorio e per un breve periodo persino come buttafuori per un locale. Poco dopo scelse la strada più difficile verso il sacerdozio: quella della Compagnia di Gesù. Secondo il parere di uno dei suoi professori, Padre Juan Carlos Scannone, fin dal 1963 il giovane Bergoglio, studente al Colegio Máximo de San José, si dimostrò «dotato di alto discernimento spirituale e di intelligenza politica». Tanto che presto divenne consigliere spirituale non solo dei suoi compagni studenti, ma anche di alcuni insegnanti.

Fu insegnante di giovani sbandati, lavò i piedi ai carcerati, studiò oltre oceano, fino a diventare rettore del Colegio Máximo. Ma al tempo stesso era un visitatore abituale delle baraccopoli degradate alla periferia di Buenos Aires. E mentre saliva nei gradi della gerarchia gesuita navigava nel torbido mondo politico di quel periodo, in cui la Chiesa cattolica era in rapporti non facili dapprima con Juan Perón, e successivamente con la dittatura militare. Caduto in disgrazia presso i superiori gesuiti, fu riabilitato e salvato dall’isolamento grazie a un cardinale che lo ammirava, per poi essere nominato prima vescovo (1992), poi arcivescovo (1998) e infine cardinale, nel 2001.

Tendenzialmente timido, Bergoglio – che si definisce un callejero, uno che ama camminare per le strade della città – preferiva la compagnia dei poveri a quella dell’élite economica. Le indulgenze che si concedeva erano poche: la letteratura, il calcio, il tango, un buon piatto di gnocchi. Nella sua semplicità, questo porteno è sempre stato un animale urbano, e in quel suo modo pa¬cato anche un acuto osservatore sociale, oltre che portato per natura alla leadership. Sapeva cogliere il momento giusto, come quando fustigò la corruzione in un discorso tenuto alla presenza del presidente argentino, o quando si inginocchiò davanti al pubblico sulla tribuna del Luna Park, nel 2006. Padre Carlos Accaputo, uno dei consiglieri a lui più vicini da quando è diventato suo collaboratore, nel 1992, ha detto: «Io penso che Dio lo abbia preparato a questo momento, per tutta la durata del suo ministero pastorale».

Peraltro la sua elezione al soglio pontificio non è stata frutto del caso, ma come ha scritto il giornalista Massimo Franco, “l’esito di un trauma”: le improvvise dimissioni (senza precedenti da quasi sei secoli) di Benedetto XVI. D’altra parte i cardinali più progressisti erano sempre più convinti che la mentalità eurocentrica e sclerotizzata della Santa Sede stava distruggendo la Chiesa cattolica dal suo interno.

Durante l’incontro con i suoi vecchi amici nel soggiorno del suo appartamento, quella mattina il papa aveva parlato delle temibili sfide che lo aspettavano. Il disordine finanziario dell’istituto per le Opere di Religione (lo IOR, la banca del Vaticano); la grettezza burocratica dell’amministrazione centrale, la Curia romana; il continuo emergere di nuovi casi di preti pedofili sottratti all’azione giudiziaria da esponenti della gerarchia ecclesiastica. Su queste e altre questioni, Francesco si proponeva di agire rapidamente, ben sapendo che «si sarebbe fatto molti nemici», come ha detto il pastore pentecostale Norberto Saracco, presente a quell’incontro, per aggiungere poi: «Di certo non è un ingenuo!». Il pastore Saracco ricorda di aver espresso la sua preoccupazione anche per l’impavidità del papa. «Jorge, sappiamo che non porti un giubbotto antiproiettile», gli aveva detto. «Ci sono tanti pazzi in giro…». E Francesco, calmo: «Il Signore mi ha chiamato qui. Bisogna pure che mi protegga». Anche se non aveva chiesto di diventare papa, nel momento in cui il suo nome veniva proclamato dal Conclave si era sentito pervaso da una grande pace. E ha rassicurato gli amici. Malgrado le animosità da affrontare, ha detto, «questo senso di pace mi accompagna tuttora». Ma le reazioni all’interno del Vaticano sono un’altra storia.

Lo scorso anno Federico Wals, che a Buenos Aires era stato per lunghi anni il portavoce di Bergoglio presso la stampa, si recò a Roma per far visita al papa. E per prima cosa andò a trovare padre Federico Lombardi, responsabile di lungo corso delle comunicazioni del Vaticano e dunque essenzialmente suo omologo, ancorché su scala molto più vasta. «Allora, Padre», gli chiese, «come si sente con il mio ex capo?». Con un sorriso forzato il prelato gli rispose: «Confuso».

Padre Lombardi era stato portavoce di papa Benedetto XVI, al secolo Josef Ratzinger, un uomo preciso come può esserlo un tedesco. «Al termine di ogni suo incontro con le maggiori personalità a livello mondiale, mi forniva una relazione sintetica e incisiva», ricorda. «Era di una chiarezza straordinaria: temi del colloquio, punti condivisi, altri punti su cui dissentire, temi e finalità del successivo incontro. In due minuti mi dava un quadro perfetto dei contenuti. Con Francesco è tutt’altra cosa. Mi dice per esempio: “E un uomo saggio, uno che ha avuto questa o quell’esperienza interessante”». Padre Lombardi aggiunge poi con una risatina imbarazzata: «La diplomazia, per Francesco, non è in funzione di una strategia. Piuttosto, potrebbe dire: “ci siamo incontrati, ora tra noi c’è un rapporto personale, faremo qualcosa per il bene della gente e della Chiesa”».

La conversazione con il portavoce del papa si svolge nella piccola sala riunioni, presso la sede di Radio Vaticana, non lontano dal Tevere. La veste di Lombardi è sgualcita, intonata alla sua espressione stanca e perplessa. «Ieri per esempio», dice, «il papa ha ricevuto alla Casa Santa Marta un gruppo di 40 dirigenti ebrei, ma l’ufficio stampa del Vaticano è venuto a saperlo solo a cose fatte. Mai nessuno è al corrente del suo programma completo, neppure il suo segretario personale», sottolinea. «Perciò mi tocca fare telefonate qua e là: qualcuno è informato di una parte del programma, qualcun altro ne conosce un’altra parte». Il capo delle comunicazioni del Vaticano si stringe nelle spalle. «Così è la vita».

Non è stato semplice abituarsi al nuovo papa, con il suo orologio di plastica e le sue grosse scarpe ortopediche, che fa colazione al bar del Vaticano. Così come al suo senso dell’umorismo, decisamente informale. Dopo aver ricevuto alla Casa Santa Marta la visita di un vecchio amico italiano, l’arcivescovo Claudio Maria Celli, Francesco volle accompagnarlo all’ascensore. «Ma perché insisti? », chiese Celli. «Vuoi essere sicuro che me ne vado davvero?». E il papa, con la sua solita presenza di spirito: «Sì, e voglio anche controllare che non ti porti via niente! ».

Come molte istituzioni, anche il Vaticano è refrattario al cambiamento. Dal XIV secolo l’epicentro del cattolicesimo è questa piccola città-stato, che si estende su 44,5 ettari. Grazie anche a tesori quali la Cappella Sistina e la Basilica di San Pietro, la Città del Vaticano esercita una forte attrazione sui turisti ed è meta dei pellegrinaggi di 1,2 miliardi di cattolici. In altri termini, è il mondo che viene verso il Vaticano, mentre il contrario non accade mai. Ma il Vaticano è anche un’entità territoriale con i suoi amministratori municipali, le sue forze di polizia, il suo tribunale, i suoi vigili del fuoco, la farmacia, l’ufficio postale, il super- mercato, un suo giornale e una squadra di cricket.

Il personale dipendente barricato nella Città del Vaticano è esente dal pagamento dell’IVA; e la burocrazia diplomatica si comporta come ogni altra burocrazia, riservando ai vescovi che godono di maggior favore gli incarichi più confortevoli e ambiti, e relegando gli altri in qualche angolo più o meno desolato del mondo. Per secoli il Vaticano ha resistito alle invasioni, alle piaghe, alle carestie, al fascismo e agli scandali. Le sue mura hanno retto. E poi è arrivato Francesco, un uomo che disdegna i muri. Tanto che una volta, mentre con un amico passeggiava accanto alla Casa Rosada, sede degli uffici del presidente argentino, aveva detto: «Come fanno a sapere che cosa vuole la gente se si costruiscono intorno una barriera?». Bergoglio vuole essere ciò che Massimo Franco, autore di un libro sul Vaticano e sul nuovo pontefice, ha definito «un papa disponibile: una contraddizione in termini». La sola nozione sembra aver già fatto impallidire il volto opaco del Vaticano.

«Secondo me, ancora non abbiamo visto i veri cambiamenti», dice don Ramiro de la Serna, un sacerdote francescano residente a Buenos Aires, che conosce il papa da più di trent’anni. «E penso che neppure abbiamo visto le vere resistenze». Per ora i maggiori esponenti del Vaticano stanno ancora prendendo le misure. Potrebbero essere tentati di interpretare il suo modo di reagire a cuore aperto come la prova di una natura puramente istintiva. Padre Lombardi ha definito “atti del tutto spontanei” i gesti compiuti durante il viaggio in Medio Oriente, che hanno suscitato tanti commenti. Come quando ha abbracciato l’imam Omar Abboud e il rabbino Skorka dopo aver pregato con loro davanti al Muro del Pianto. Ma lo stesso Skorka ha riferito di aver concordato quel gesto con lui prima di partire per la Terra Santa. «Gli ho detto: il mio sogno è di poter abbracciare te e Omar davanti al Muro».

Il fatto che quell’abbraccio sia stato programmato pervenire incontro al desiderio del rabbino denota la lucidità del papa, consapevole che ogni suo movimento, ogni sillaba dei suoi discorsi e commenti verrà analizzato per la valenza simbolica e profetica. Francesco è prudente, come lo definiscono i suoi amici argentini, che si mettono a ridere all’idea che qualcuno gli attribuisca candore e spontaneità. Lo descrivono come un “giocatore di scacchi”, uno che “organizza alla perfezione” ogni sua giornata e “pondera attentamente su ciascuno dei suoi passi”. Anni fa aveva detto a due giornalisti, Francesca Ambrogetti e Sergio Rubin, che di rado dava retta ai suoi impulsi, «perché la prima risposta che mi viene in mente di solito è sbagliata». Pur avendo introdotto cambiamenti relativamente drastici nello stile di vita della Santa Sede, Francesco ha dimostrato grande buon senso facendo non poche concessioni alle realtà del Vaticano. Avrebbe voluto evitare che le guardie svizzere lo seguissero a ogni passo, ma si è rassegnato alla loro presenza quasi costante. E pur avendo rifiutato per i suoi spostamenti la papamobile blindata a prova di pallottole, in uso dal 1981, dopo l’attentato contro Giovanni Paolo II, ammette di non poter più viaggiare in metropolitana, né girare liberamente nelle periferie degradate, come faceva a Buenos Aires.

Come capo del Vaticano e come argentino si è sentito in obbligo, come riferiscono i suoi amici, di ricevere Cristina Fernandez de Kirchner, presidente del suo paese, pur sapendo che lei avrebbe strumentalizzato la visita per i suoi fini politici. «Se l’ha ricevuta amichevolmente, lo ha fatto per pura grazia», dice il pastore evangelico di Buenos Aires, Juan Pablo Bongarrá. «Lei non lo meritava. Ma è così che Dio ci ama: per pura grazia».

A detta di Wals, già suo collaboratore per i rapporti con la stampa, la lucida consapevolezza di Bergoglio non ha nulla di sorprendente. Lo prova il modo in cui partì da Buenos Aires quando era ancora arcivescovo. Sapeva che avrebbe potuto essere eletto, anche perché nel 2005, al conclave seguito alla morte di Giovanni Paolo II, era stato il secondo in lizza dopo Joseph Ratzinger. Wals racconta che in previsione della partenza per Roma, Bergoglio «aveva scritto tutte le lettere in sospeso e lasciato la situazione finanziaria in perfetto ordine. La sera prima della partenza mi aveva telefonato per rivedere con me i dettagli dell’attività dell’ufficio, e per darmi alcuni consigli per il mio futuro, come se prevedesse una lunga assenza».

Pur mostrandosi sempre sereno, Francesco ha assunto la sua carica con profonda consapevolezza delle gravose responsabilità che essa comporta, ma anche con la caratteristica tendenza a non prendersi troppo sul serio. Come ha detto l’anno scorso a un suo ex studente, lo scrittore argentino Jorge Milia: «Ho cercato a lungo nella biblioteca di Benedetto, ma non ho trovato nessun manuale di istruzioni per l’uso. E dunque cerco di cavar-mela facendo del mio meglio».

I media lo hanno definito un riformatore, un radicale, un rivoluzionario, ma Francesco non corrisponde a nessuna di queste tre definizioni. Non è possibile ignorare il suo impatto e tanto meno misurarlo. Francesco ha acceso una scintilla spirituale. Tra i cattolici ma anche tra gli altri cristiani, tra i seguaci di religioni diverse, e persino tra i non credenti. Come ha detto il rabbino Skorka: «Bergoglio sta trasformando la religiosità nel mondo intero». Il capo della Chiesa cattolica rappresenta una novità largamente vissuta come positiva, dopo un periodo di continue brutte notizie. Come osserva il gesuita Thomas J. Reese, autorevole analista della rivista National Catholic Reporter. «Due anni fa, se chiedevi per strada a un passante quali fossero le posizioni e i valori della Chiesa cattolica, in genere rispondeva ricordando la condanna dei matrimoni gay e del controllo delle nascite. Oggi invece alla stessa domanda la gente risponde: “Oh, il papa è uno che ama i poveri e non abita in un palazzo!”. Per un’istituzione millenaria è un risultato straordinario. Dico, scherzando, che la Harvard Business School dovrebbe prenderlo a esempio nei suoi corsi sulle tecniche di rebranding. I politici di Washington farebbero carte false per avere il suo tasso di approvazione».

Ma evidentemente nell’ottica dei rappresentanti ufficiali del Vaticano lo spettacolo di un culto della personalità papale – Francesco come rock star – sarebbe disdicevole. Per alcuni la popolarità del papa è addirittura un pericolo, nella misura in cui gli conferisce più forza per portare avanti la missione affidatagli dai cardinali che lo hanno eletto: quella di spogliare la Chiesa del suo regale distacco per espandere invece la sua influenza spirituale. Come ricorda il cardinale Peter Turkson, del Ghana: «Nell’attesa che iniziasse il conclave noi cardinali ci ritrovammo insieme e scambiammo i nostri punti di vista. C’era nell’aria un clima particolare, una palpabile voglia di rinnovamento. In realtà nessuno disse esplicitamente: “Non vogliamo un altro italiano, e neppure un europeo”. Ma il desiderio di cambiare c’era».

«Per il gruppo dei presenti», aggiunge Turkson, «il cardinale Bergoglio era quasi uno sconosciuto, finché non pronunciò un discorso simile a un manifesto programmatico. Ci disse che il nostro obiettivo doveva essere una Chiesa in espansione verso le periferie, non solo nel senso geografico del termine, ma anche in quello delle esistenze umane. Ai suoi occhi il Vangelo invita tutti noi a sviluppare questo tipo di sensibilità. Questo suo contributo era come una ventata d’aria fresca: un’esperienza diversa, un modo diverso di avere cura del popolo di Dio».

Il pontificato di Francesco non ha deluso chi, come il cardinale Turkson, desiderava il cambiamento. In due anni il nuovo papa ha nominato 39 cardinali, di cui 24 non europei. Nel dicembre scorso, prima di pronunciare un discorso sferzante in cui stigmatizzava le «malattie» che affliggono la Curia (tra cui «la vanagloria», «i pettegolezzi», il «profitto mondano»), il papa ha incaricato nove cardinali, di cui due soli provenienti dalla Curia, di riformare l’istituzione. Per combattere quello che ha definito “culto sacrilego” – gli abusi sessuali commessi all’interno della Chiesa – ha costituito la Commissione pontificia per la protezione dei minori, sotto la guida dell’arcivescovo di Boston Seàn Patrick O’Malley. Per portare la trasparenza nelle finanze del Vaticano ha chiamato un uomo energico e tenace come il cardinale George Peli di Sydney (Australia), ex giocatore di rugby, nominato prefetto del Segretariato per l’economia, conferendogli un grado pari a quello del segretario di Stato. Nel procedere a queste nomine il papa ha peraltro dato prova di grande deferenza per la vecchia guardia, confermando alla guida della Congregazione per la Dottrina delle fede, preposta all’osservanza dei precetti della Chiesa, il rigoroso cardinale Gerhard Mùller, designato da Benedetto XVI.

140618073-cc0f994f-145e-488b-be2b-3c60e1720888Le mosse finora compiute dal papa sono significative, ma è difficile dire dove approderanno. I primi segnali hanno suscitato grandi attese non solo tra i riformisti, ma anche tra molti cattolici più tradizionalisti. Pur avendo accettato le dimissioni di un vescovo statunitense, il primo a subire una condanna per aver omesso di denunciare casi di sospetti abusi su minori, Francesco ha nominato vescovo un sacerdote cileno, a sua volta accusato di aver coperto gli abusi di un altro prete, e perciò contestato durante la cerimonia della sua investitura. Il Sinodo straordinario sulla famiglia convocato da Francesco nell’ottobre scorso ha tranquillizzato i conservatori, poiché non ha prodotto i drastici mutamenti che molti temevano. Ma il sinodo generale, che avrà luogo a ottobre, potrebbe avere esiti diversi.

Sul tema dell’esclusione dei divorziati dalla comunione (a differenza di chi ha ottenuto l’annullamento) ecco la testimonianza del professor Scannone, ex docente e amico del papa. «Mi ha detto: “Voglio ascoltare tutti”. Aspetterà fino al secondo Sinodo, sentirà il parere di ciascuno, ma è sicuramente aperto al cambiamento». Il pastore pentecostale Saracco ha anche discusso con Francesco sulla possibilità di sopprimere l’obbligo del celibato per i sacerdoti. «Se riuscirà a sopravvivere oggi alle pressioni della Chiesa, e nell’ottobre prossimo ai risultati del sinodo sulla famiglia», ha detto, «penso che a quel punto sarà pronto ad affrontare il tema del celibato». Una sua intuizione, una dichiarazione esplicita del papa? A questa domanda Saracco ha risposto, con un sorriso arguto: «E qualcosa di più di un’intuizione».

Spesso le parole e i gesti del papa sono un po’ come il test psicologico di Rorschach: una macchia d’inchiostro in cui ciascuno può vedere ciò che gli suggerisce la sua immaginazione. Potrebbe sembrare paradossale, data la semplicità dell’uomo, nelle sue abitudini come nel suo modo di esprimersi. Ma anche questa non è una novità.

Nel 2010 un ex allievo dell’arcivescovo di Buenos Aires, Yayo Grassi, operatore di catering a Washington, spedì un’e-mail a Bergoglio dopo aver letto una sua dichiarazione di condanna delle proposte di legge per la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso: “Lei è stato la mia guida, non ha mai cessato di allargare il mio orizzonte e di influenzare la mia visione del mondo in senso sempre più progressista”, scriveva Grassi, per poi concludere: “La sua dichiarazione mi ha profondamente deluso”. L’arcivescovo non mancò di rispondere a quel messaggio, anche se non direttamente per e-mail, ma più probabilmente con un biglietto vergato a mano, nella sua calligrafia minuta, e affidato al suo segretario. Di fatto papa Francesco non ha mai usato un computer, non naviga su Internet e non possiede neppure un telefono cellulare. (E l’ufficio stampa del Vaticano a preparare i tweet per i suoi nove account @Pontifex di Twitter, che hanno 20 milioni di followers, e a spedirli dopo l’approvazione del papa). Bergoglio ha assicurato Grassi di aver preso a cuore le sue parole, ma la posizione della Chiesa era quella che era. Si è detto poi molto addolorato di aver urtato la sensibilità del suo ex allievo, osservando al tempo stesso che i media avevano interpretato le sue parole in maniera distorta. Infine, il futuro papa ha concluso asserendo che nel suo lavoro pastorale non c’era spazio per l’omofobia. Questo scambio di messaggi può dare un’idea della portata, e anche dei limiti, di ciò che possiamo attenderci dal suo pontificato.

In definitiva, Bergoglio non ha sconfessato la sua posizione contraria ai matrimoni gay, che vedeva come una minaccia per “l’identità e la sopravvivenza della famiglia formata da un padre, da una madre e dai loro figli”, come scrisse in una di quelle lettere. Tra le decine di suoi amici che ho intervistato, neppure uno ritiene che papa Francesco modificherà la posizione della Chiesa su questo punto. Ma ciò che affascina le folle riunite in Piazza San Pietro, ciò che ha riconfermato la venerazione di Grassi per il suo ex maestro, e certo non mancherà di suscitare lo stesso entusiasmo negli Stati Uniti, dove Francesco si recherà a settembre, è il bianco abbagliante del suo abito papale, immaginato e riproposto come emblema di una semplicità accessibile a tutti. E la fusione tra l’affinità di questo porteno con la vita delle strade, e la sua fede di gesuita in un impegno vigoroso per la comunità: el encuentro, che trova la sua attuazione nel gesto di andare incontro all’altro, ma anche nella disponibilità ad ascoltarlo, un’impresa decisamente più ardua e impegnativa dell’impersonale proclamazione di editti. Perché richiede il coraggio dell’umiltà. E questo che ha spinto Bergoglio a inginocchiarsi davanti a migliaia di cristiani evangelici chiedendo le loro preghiere. Ed è per questo che i suoi occhi si riempivano di lacrime quando si recava nelle baraccopoli di Buenos Aires, dove una volta un uomo disse di riconoscere l’arcivescovo come uno di loro, dopo averlo visto viaggiare in fondo a un autobus.

Per questo, già nominato papa, Francesco ebbe l’impulso di sottrarre la sua mano al bacio di un sacerdote albanese che era stato incarcerato e torturato dal suo governo, e volle essere lui a baciare la mano di quell’uomo, per poi scoppiare a piangere senza ritegno tra le sue braccia. Per questo due anni fa, in un momento di grande significato emblematico, che avrebbe colto di sorpresa milioni di persone, ha risposto a chi gli chiedeva un giudizio sui sacerdoti omosessuali con una semplice domanda, gentile e sorprendente: «Chi sono io per giudicare?».

Sembra dunque che sia questa la missione del papa: suscitare una rivoluzione in seno al Vaticano e al di là delle sue mura, senza però sconvolgere il nucleo tradizionale dei suoi precetti. Ne è convinto il suo amico argentino Serna: «Non cambierà la dottrina, ma anzi ridarà vita ai veri insegnamenti della Chiesa, finiti nel dimenticatoio: una dottrina che pone al centro l’uomo. Per troppo tempo la Chiesa ha focalizzato la propria attenzione sul peccato. Se ora la concentrerà nuovamente sulla sofferenza degli umani e sul rapporto con Dio, incomincerà a modificare anche i duri giudizi sull’omosessualità, sul divorzio e così via».

Ma l’uomo che aveva parlato ai suoi amici argentini della necessità «di incominciare da subito a cambiare le cose» non ha il tempo dalla sua parte. Quando disse, la primavera scorsa, che forse «il suo papato non sarebbe durato più di cinque o sei anni», chi lo conosceva bene non ne fu sorpreso, ben conoscendo il suo desiderio di trascorrere gli ultimi anni di vita nella sua terra. Peraltro quelle parole hanno sicuramente confortato i conservatori più tenaci all’interno del Vaticano, che faranno del loro meglio per rallentare gli sforzi riformatori di Francesco, nella speranza di trovare nel suo successore un avversario più malleabile.

Ma indipendentemente dal successo che potrà avere questa rivoluzione non ha precedenti, se non altro per l’incontenibile gioia di colui che la sta portando avanti. Quando il nuovo arcivescovo di Buenos Aires, cardinale Mario Poli, notò con sorpresa, durante la sua visita alla Città del Vaticano, l’espressione sempre sorridente del suo amico, che ricordava spesso cupo e accigliato, Francesco ponderò bene le sue parole, come è solito fare, e poi rispose: «E molto divertente essere papa». E di sicuro lo disse sorridendo.

© National Geographic Magazine Italia (08/2015)

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