Francesco: «La gente mi fa bene»

L’intervista di Papa Francesco con il giornale argentino La voz del pueblo: le udienze e gli incontri con le persone, il rischio di attentati, la commozione di fronte al dolore dei bambini e dei carcerati, le uscite in auto. Quella promessa alla Madonna di non guardare la Tv e la voglia… di andare a mangiare una pizza.

ANDREA TORNIELLI

«La gente mi fa bene». Lo ha raccontato Papa Francesco in un’intervista con il giornale argentino La voz del pueblo, a firma di Juan Berretta. Nel colloquio con il giornalista Bergoglio ha fatto un accenno al conclave del 2005 dicendo: «In quella occasione è stato chiaro che doveva essere eletto Benedetto e c’è stata quasi l’unanimità per lui e questo mi è piaciuto molto. Era chiara la sua candidatura». Ecco una sintesi di alcuni degli argomenti trattati.

Mai sognato di fare il Papa

«Non ho mai sognato di fare il Papa, mai! Tantomeno il presidente della Repubblica o il generale dell’esercito. Ci sono alcuni bambini che fanno di questi sogni, io non li facevo… Dopo essere stato per quindici anni nei posti di comando dove mi avevano destinato, sono tornato a fare il confessore e il prete (Francesco si riferisce al momento in cui aveva lasciato l’incarico di provinciale dei gesuiti, ndr)… La vita di un religioso, di un gesuita, cambia a seconda delle necessità. Per quanto riguarda la possibilità, io ero nella lista dei papabili all’altro conclave… Questa volta, a motivo dell’età, 76 anni, e poi perché c’era gente di più valore certamente… così che nessuno mi nominava, nessuno…».

La gente mi fa bene

«A me piacciono le udienze pubbliche, in un senso sia umano sia spirituale, le due cose insieme. La gente mi fa bene… E come se la mia vita si vada coinvolgendo con la gente. Io, psicologicamente, non posso vivere senza la gente, non sono un monaco, per questo sono rimasto a vivere qui in questa casa (la residenza Santa Marta, ndr). Questa è una casa per ospiti, ci sono 120 stanze, viviamo in quaranta persone che lavoriamo nella Santa Sede e gli altri sono ospiti: vescovi, preti, laici che passano e sono ospitati qui. Questo mi fa molto bene. Venire qui, mangiare nella sala da pranzo dove c’è tutta la gente, celebrare la messa dove quattro volte alla settimana vengono persone da fuori, dalle parrocchie… Mi piace molto questo. Io mi sono fatto prete per stare con la gente. Rendo grazie a Dio per non aver perso questo desiderio».

Ciò che mi manca della vita di prima

«Mi manca uscire per strada, questo sì lo desidero, la tranquillità di camminare per strada, o andare in una pizzeria a mangiare una buona pizza… Io sempre sono stato “di strada” (l’espressione usata dal Papa è: callejero, ndr). Da cardinale mi piaceva camminare per strada, prendere il bus o la metropolitana. La città mi incanta, sono cittadino nell’anima… In campagna non potrei vivere. Qui visito le parrocchie, ma non posso uscire. Si immagini che io esca per strada e ciò che succederebbe. Un giorno sono uscito in auto da solo con l’autista e mi sono dimenticato di chiudere il finestrino, che era aperto e non me n’ero reso conto. Ne è nata una confusione… Io stavo seduto nel sedile davanti, dovevano fare poca strada, però la gente non lasciava che l’auto avanzasse. È chiaro, c’era il Papa per strada… Qui in verità vengo considerato indisciplinato, non seguo molto il protocollo. Il protocollo è molto freddo, ma se ci sono occasioni ufficiali, mi ci attengo totalmente».

Il sonno

«Io ho un sonno così profondo che mi metto a letto e mi addormento. Dormo sei ore. Normalmente alle nove di sera mi metto a letto e leggo fino a quasi le dieci – ora sto leggendo san Silvano del Monte Athos, un grande maestro spirituale – quando mi inizia a lacrimare un occhio, spengo la luce e dormo fino alle quattro di mattina, quando mi sveglio da solo, è l’orologio biologico. Questo sì, poi ho necessità di fare la siesta. Devo dormire da 40 minuti a un’ora, e così mi tolgo le scarpe e mi stendo a letto. E anche in questo caso dormo profondamente e mi sveglio da solo. I giorni che non faccio la siesta, li sento».

Le lacrime

«Piango quando vedo drammi umani. Come l’altro giorno al vedere ciò che accade a quelle persone del popolo rohingya, che vanno su questi barconi nelle acque thailandesi, e quando si avvicinano alla terra, gli danno un po’ da mangiare e da bere e li rimandano un’altra volta in mare. Questo mi commuove profondamente, questo tipo di drammi. E poi i bambini ammalati. Quando vedo quelle che qui chiamano “malattie rare”, che si sono prodotte per la mancata cura dell’ambiente, mi si ribalta tutto dentro. Quando vedo questi bambini dico al Signore: “Perché a loro sì e a me no?”. Mi commuovo anche quando vado in carcere. Dei tre Giovedì Santi che ho celebrato qui, in due sono stato a delle carceri, una volta a quello minorile e la seconda volta a Rebibbia. E anche in altre città italiane che ho visitato sono stato nelle carceri, ho mangiato con i carcerati, e mentre parlavo con loro mi veniva questo pensiero: anche io potrei essere qui. Come dire che nessuno di noi è sicuro che mai commetterà un crimine, qualcosa che lo renda carcerato. Mi chiedo dunque perché Dio ha permesso che io non fossi in carcere. Provo dolore per loro, ringrazio Dio di non essere lì, e a volte sento che questo ringraziamento è anche conveniente, perché loro non hanno avuto la possibilità che ho avuto io… Questo mi porta al pianto interiore. Lo avverto molto… Pubblicamente non piango. Mi è capitato due volte di essere al limite, ma mi sono potuto frenare per tempo. Ero troppo commosso, c’è stata qualche lacrima che è scappata, però poi mi sono passato la mano sul capo… Ricordo una di queste situazioni, l’altra no. Quella che mi ricordo, aveva a che vedere con la persecuzione dei cristiani in Iraq. Stavo parlando e mi sono commosso profondamente. Pensavo ai bambini…».

La paura del dolore fisico

«In generale non ho paura. Sono temerario, mi comporto senza pensare alle conseguenze. Questo a volte mi provoca mal di testa, perché mi scappa qualche parola di troppo. Per quanto riguarda gli attentati, io sono nelle mani di Dio e nella preghiera ho parlato al Signore e gli ho detto: “Guarda, quello che deve accadere, accada, soltanto ti chiedo una grazia, di non provare dolore”. Perché io sono un codardo di fronte al dolore fisico. Il dolore morale lo sopporto, ma quello fisico, no. Sono molto vile in quanto, non è che ho paura di un’iniezione, ma preferisco non avere problemi con il dolore fisico. Sono molto intollerante, suppongo che sia una conseguenza dell’operazione al polmone che mi fecero quando avevo 19 anni».

La salute e le pressioni

«Le pressioni esistono. Tutte le persone di governo avvertono pressioni. In questo momento quello che più mi costa è l’intensità di lavoro. Sto portando avanti un ritmo di lavoro molto forte, è la sindrome della fine dell’anno scolastico, che qui termina a fine giugno. E dunque si concentrano mille cose, e ci sono problemi… E poi ci sono i problemi che ti creano, con quello che ho detto o non ho detto… I mezzi di comunicazione prendono una parola qui e una là e la tolgono dal contesto. L’altro giorno in una parrocchia di Ostia, vicino a Roma, stavo salutando la gente e avevano messo gli anziani e i malati in una palestra. Erano seduti e io passavo e li salutavo. Allora ho detto: “Guardate che divertente, qui dove giocavano i ragazzi, ora ci sono gli anziani e i malati. Io vi comprendo perché anch’io sono anziano e anch’io ho i miei acciacchi, sono un po’ malato”. Il giorno dopo è uscito sui giornali: “Il Papa ha confessato di essere malato”. Contro questo nemico, non è possibile…».

Papa1(Copiar)(2)11208Non vedo la tv

«No vedo la televisione dall’anno 1990. È una promessa che ho fatto alla Vergine del Carmen la notte del 15 luglio 1990. Mi sono detto: non è per me». Il Papa spiega di non vedere neanche le partite di calcio del San Lorenzo: «Non vedo nulla, c’è una guardia svizzera che ogni settimana mi lascia i risultati delle partite e la classifica».

La povertà e il futuro di un popolo

«La povertà è il cuore del Vangelo. Gesù è venuto a predicare ai poveri, se si toglie la povertà del Vangelo non si capisce nulla. È utopistico pensare che la povertà può essere eliminata? Sì, ma le utopie ci aiutano ad andare avanti. Sarebbe triste che un giovane uomo o una donna non le avessero. Ci sono tre cose che dobbiamo avere tutti nella vita: la memoria, la capacità di vedere il presente e dell’utopia per il futuro… Memoria, con capacità di gestione allo stato attuale, di discernimento e utopia per andare avanti, che coinvolga i giovani. Il futuro di un popolo si manifesta nella cura degli anziani, che sono la sua memoria, e nella cura dei bambini e giovani che lo portano avanti».

I mali peggiori del mondo di oggi

«Povertà, corruzione, tratta delle persone… Mi posso sbagliare nella statistica, però che mi risponde se le chiedo: nella spesa mondiale che cosa viene dopo l’alimentazione, i vestiti e le medicine? Al quarto posto ci sono i cosmetici e al quinto gli animali domestici. È grave questo, eh. La cura degli animali domestici e come l’amore un po’ programmato, cioè io posso programmare la risposta amorosa di un cane o di una gattina, e così non ho necessità di avere l’esperienza di un amore di reciprocità umana. Sto esagerando, non mi prenda alla lettera, però c’è di che preoccuparsi».

Pregate per me

«Ho bisogno che mi sostenga la preghiera del popolo. È una necessità interiore, devo essere sostenuto dalla preghiera del popolo»

Come vorrei essere ricordato

«Mi piacerebbe essere ricordato come una brava persona. Che si dicesse: “era una brava persona che ha cercato di fare il bene”. Non ho altra pretesa».

Fonte: vaticaninsider.lastampa.it

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