Cosa è cambiato da Giovanni Paolo a Francesco

Ancora lettere sul “caso conigli”. Sulla paternità responsabile san Giovanni Paolo II aveva detto le stesse cose di papa Francesco, segnalano alcuni lettori. Ma allora, chiediamo noi, come mai la percezione è così diversa? Pregiudizio? No, la cosa è molto più semplice e riguarda soprattutto il contesto ecclesiale e internazionale in cui certe parole sono state pronunciate.

di Riccardo Cascioli

Carissimi,

ho appena terminato di leggere l’articolo di Zambrano e seppur trovandolo gradevole e “dolcemente” ironico, contiene al suo interno, almeno secondo me, una critica esagerata alle parole del Papa. Io e mia moglie abbiamo – solo – “soddisfatto il nostro egoismo di coppia senza arrivare a metterci cuore e slancio” e di figli ne abbiamo – solo – due. Non ascolto RTL quando guido perché preferisco ascoltare buona musica scelta dalle mie figlie e del traffico non me ne importa nulla in quanto, anche se siamo – solo – in 4 viaggiamo pochissimo e con una Punto a metano. A me non me lo ha mai detto nessuno: “Ora basta” ma sapesse quanto è odioso sentirselo dire, non dal poliziotto o dal medico ma dal cattolico illuminato ed “aperto alla vita” al Family Fest. Dio mio perdonami se non sono un coniglio! Io e mia moglie, innamorati ed inguaribili egoisti abbiamo deciso, io per primo, che dopo due gravidanze difficilissime e ad altissimo rischio per la vita della mamma e anche del bebè, poteva bastare così anche perché, in questo modo avremmo potuto – forse – dedicarci maggiormente alle cure della seconda figlia malata. (…) Credetemi,io “non voglio farle la morale col ditino alzato, soltanto dirle come mi sono sentito io, che non ho la fortuna di imbrattare pagine di giornale” dopo aver letto l’articolo in oggetto. Tra i miei amici siamo in due coppie ad essersi fermate all’egoismo le altre hanno abbracciato “cuore e slancio” e di figli ne hanno chi 4 chi addirittura 5 e, sentendoli in questi giorni non mi hanno detto di sentirsi né offesi né tanto meno poco rispettati dal Papa, tanto era chiaro l’intento delle sue parole. (…) Di una cosa ringrazio Dio: che quando mi accosto ad un confessionale non ci trovo un esponente dei “Soldati di un piccolo esercito di pretoriani, che non riduce la persona a cosa” e che magari mi chiede come mai – solo – 2 figli, ma un Padre che comprende la mia pochezza e limitatezza umana.

Luigi Bagalini

Caro direttore,

Ho apprezzato molto la lettera che Lei ha scritto in risposta alle parole del Papa sull’aereo. Ma ho pensato però che il Papa facesse riferimento, come avete detto anche voi in modo quantomeno poco attento e non completo, non a famiglie come la Sua, ma a chi i figli li fa quasi per ostentazione, quasi preso da un’ideologia della fecondità ad oltranza. Parliamo di famiglie con otto, dieci, quattordici figli. Credo sia superfluo entrare nel dettaglio, ma se servisse, ci sono molte testimonianza di chi vive o subisce, questo tipo di realtà ideologica.
A tale proposito mi permetto di ricordare un Angelus del venerato San Giovanni Paolo II (17 luglio 1994) in cui parla, da par suo di questo.
Per la stima che ho di questo giornale, non posso esimermi dal chiedervi una completezza di vedute anche su questo argomento.

Giorgio Somenzi


Ho scelto altre due lettere tra le tante arrivate in redazione dopo l’articolo di Andrea Zambrano e mia successiva risposta ad alcuni interventi, perché sintetizzano alcuni punti che per diversi lettori sono critici.

Comincio da quanto scritto dal signor Bagalini, una sintesi della sua lunga lettera, che vorrei rassicurare: anch’io ho due figli e non dico “solo”. Ringrazio Dio di quello che ha dato a me e mia moglie, e non ci siamo mai sentiti di dover giustificare il numero dei figli a chicchessia. Né qualcuno nella Chiesa ci ha mai guardato male per il fatto di avere due figli. Non esiste un numero ideale di figli, la Chiesa non lo ha mai indicato e neanche papa Francesco (come abbiamo già detto, il numero di 3 pronunciato nella conferenza stampa, si riferiva al tasso di sostituzione della popolazione ed era la risposta diretta a una domanda). Ma allo stesso tempo non mi sento certo di giudicare chi ha 8, 10, 14 figli come fosse una vittima dell’«ideologia della fecondazione a oltranza», anzi: la prima reazione è di ammirazione per l’apertura alla vita. Poi ognuno è responsabile delle proprie scelte, che dipendono da tanti fattori, e in ogni caso se le vede con il confessore.

Non escludo che ci sia anche chi voglia far pesare il numero dei propri figli mettendo a disagio qualcun altro, ma parlare come se questo non solo fosse una realtà diffusa ma addirittura prevalente nella Chiesa, mi sembra davvero fuori dal mondo. Guardiamoci un pochino intorno: dove sono tutte queste famiglie – anche cattoliche – che sfornano figli a ripetizione? Lo ha ricordato anche papa Francesco nella stessa conferenza stampa: per mancanza di figli tra pochi anni l’Italia non sarà più in grado di pagare le pensioni. Questo è vero anche per i Paesi poveri, che sono sempre citati a proposito di nascite eccessive: le Filippine, dove il Papa si è appena recato, hanno un tasso di fecondità di 3 figli per donna, ed è ancora in calo. Ma al contempo il tasso di mortalità infantile (bambini al di sotto di un anno morti ogni mille nati vivi) è di 18,75, mentre in tutti i Paesi dell’Europa occidentale varia tra il 3 e il 4 per mille nati vivi.

Ma tornando all’Italia, le famiglie numerose (dai quattro figli in su) sono oggi appena 180mila su circa 23 milioni di nuclei familiari censiti dall’Istat. Cioè un’inezia; se poi pensiamo che nel 1960 – appena 50 anni fa – le famiglie con almeno 4 figli erano 2 milioni e 800mila, ci rendiamo conto della rivoluzione demografica (al ribasso) che è in corso. In questa condizione parlare di un “pericolo conigli” non è molto serio, e non era certo questo quello che intendeva papa Francesco.

Purtroppo però ci sono sempre quelli che vogliono far vedere che sono con il Papa più di altri, e tendono a rendersi ridicoli: se il Papa starnutisce loro sono pronti a seguirlo prendendosi una bronchite. Basti ricordare i grandi discorsi sulla rinuncia al lusso quando papa Francesco decise di prendere alloggio a Santa Marta, salvo poi essere stato lo stesso pontefice a dire che la povertà non c’entra nulla, vuole solo stare in compagnia. Dunque nell’occasione abbiamo assistito ad affermazioni decisamente curiose. Ne cito una ad esempio: il direttore nazionale dell’Ufficio Cei (Conferenza episcopale italiana) per la famiglia, secondo quanto riportato da Avvenire, con «un sentimento che sta a metà strada tra la leggerezza dell’entusiasmo e il peso della responsabilità», sostiene che papa Francesco abbia nell’occasione dato «un potente schiaffo a tutte le ideologie». E mette sullo stesso piano l’ideologia del gender e quella della «famiglia obbligatoriamente numerosa senza l’esercizio della responsabilità». Cioè, secondo don Gentili oggi c’è un’ideologia della famiglia numerosa pericolosa al pari dell’ideologia del gender. Ammesso che ci sia davvero, il responsabile dell’Ufficio per la famiglia ci dovrebbe spiegare dove vede questa ideologia della famiglia numerosa. L’ideologia del gender, purtroppo, non è solo nel mondo ma è penetrata in profondità all’interno della Chiesa e noi lo stiamo documentando regolarmente. Ma chi sarebbero, dove sono e quanto contano questi ideologi della «famiglia obbligatoriamente numerosa»?

Queste purtroppo sono le sciocchezze – e mi limito nella definizione – che dominano nella Chiesa, non solo italiana. Fortunatamente ieri il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, aprendo i lavori del Consiglio permanente e citando i discorsi di papa Francesco nelle Filippine, ha rimesso le cose in ordine rilanciando giustamente (solo) l’allarme sull’ideologia del gender, ma è chiaro che anche nella Cei c’è chi la pensa diversamente e si fa scudo con il Papa.

Ma tornando alla conferenza stampa di papa Francesco, c’è chi ci rimprovera di ignorare che ha semplicemente ribadito l’insegnamento della Chiesa sulla paternità e maternità responsabile, che aveva spiegato anche san Giovanni Paolo II, con tanto di citazione di un Angelus del 17 luglio 1994, quando affermò: «Il pensiero cattolico è sovente equivocato come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così».

È una frase riportata anche da alcuni vaticanisti, ma in realtà anche questa citazione è parziale e per coglierne appieno il significato vale la pena rileggere tutto il testo dell’Angelus che, per comodità, riporto integralmente in calce a questo articolo.

È vero che papa Francesco ribadisce sostanzialmente lo stesso concetto, ma allora perché tutti hanno capito una cosa diversa, mentre nessuna famiglia numerosa ebbe da ridire nei confronti di Giovanni Paolo II?

Il linguaggio usato forse può fornire una prima spiegazione: un testo pensato e scritto come una catechesi è certamente più chiaro e meno equivoco di parole dette a braccio – e con immagini forti – in un colloquio a ruota libera con i giornalisti. Ma non è questo il motivo principale.

È il contesto soprattutto che spiega la differenza. Quello del 17 luglio 1994 faceva parte di una lunga serie di Angelus usati da Giovanni Paolo II come catechesi sulla famiglia in previsione della Conferenza internazionale del Cairo su popolazione e sviluppo che si sarebbe svolta nel settembre successivo. Nel negoziato preparatorio di quella Conferenza era chiaramente emersa la volontà – da parte soprattutto di Usa e Unione Europea – di imporre il controllo delle nascite e il diritto all’aborto ai paesi in via di sviluppo (la “colonizzazione ideologica” cui ha fatto riferimento anche papa Francesco), e Giovanni Paolo II per mesi e mesi si è battuto contro quelle posizioni, al punto che scrisse anche una lettera molto dura a tutti i capi di Stato.

In quell’Angelus dunque difendeva la dottrina sulla paternità e maternità responsabile, nel quadro dell’«apertura alla vita», contro chi voleva imporre la cultura della morte, anche dando un’immagine caricaturale dell’insegnamento della Chiesa. Tutt’oggi ci sono i soliti intellettuali – vedi Giovanni Sartori – che insistono nel dire che nel mondo c’è un problema di sovrappopolazione perché la Chiesa predica di «fare figli come conigli». Dunque era chiarissimo chi fosse l’obiettivo delle parole del Papa, e che voleva difendere, e spiegare, «l’apertura alla vita».

L’intervento di papa Francesco si situa invece in un contesto ben diverso, in cui a prevalere è l’aspettativa – a torto o a ragione – che questo pontificato coincida con il cambiamento dell’insegnamento della Chiesa in fatto di morale sessuale. Era già successo con Paolo VI che poi gelò tutti i “modernisti” con l’enciclica Humanae Vitae (1968). Potrà riaccadere, ma in ogni caso basta leggere in questi giorni tante analisi sulla stampa internazionale – anche non schierata pregiudizialmente – per capire come anche quando ribadisce il Magistero tradizionale, a papa Francesco venga comunque attribuita la volontà di spingere verso cambiamenti radicali, magari facendo leva su espressioni o frasi che possono lasciare spazio a interpretazioni.

Proprio per il contesto diverso e anche per alcune espressioni usate, a moltissime persone certe affermazioni sulla paternità responsabile sono suonate come un rimprovero ai cattolici che hanno una prole numerosa invece che una difesa contro un aggressore esterno. Da qui le reazioni che non possono essere liquidate come ignoranza e malafede. Sono certo che questa non fosse l’intenzione del Papa, ma appunto per questo torno al punto che avevo sollevato all’indomani della conferenza stampa: se questi sono gli effetti, c’è qualcosa nella comunicazione che va rivisto.


S. GIOVANNI PAOLO II, ANGELUS DEL 17 LUGLIO 1994

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. Oggi desidero attirare la vostra attenzione su un altro aspetto fondamentale dell’amore coniugale: la sua intrinseca apertura alla vita. Lo sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica quando rileva che l’amore dei coniugi “tende per sua natura ad essere fecondo. Il figlio non viene ad aggiungersi dall’esterno al reciproco amore degli sposi; sboccia al cuore stesso del loro mutuo dono, di cui è frutto e compimento” (Cathechismus Catholicae Ecclesiae, n.2366).

E’ di fondamentale importanza cogliere la grandezza misteriosa di questo evento. Come ho scritto nella Lettera alle famiglie, “nella paternità e maternità umane Dio stesso è presente. [ . . .] Infatti soltanto da Dio può provenire quell’ immagine e somiglianza che è propria dell’essere umano, così come è avvenuto nella creazione. La generazione è la continuazione della creazione” (Giovanni Paolo II, Gratissimam Sane, n. 9).

Certo, questo discorso ha una particolare risonanza per i credenti. Ma il suo valore è riconoscibile anche dalla semplice ragione che, nel miracolo della vita umana nascente, è spinta a riconoscere qualcosa che va molto al di là di un puro fatto biologico. Nella generazione della vita umana, la biologia postula il suo stesso superamento. E ciò non può non avere implicazioni anche sul piano etico: non si può trattare ciò che attiene alla generazione della vita umana, come se si trattasse di un puro evento biologico, suscettibile di qualunque manipolazione.

2. E’ su questa fondamentale base antropologica ed etica che poggia la dottrina ecclesiale della “paternità e maternità responsabili”. Purtroppo su questo punto il pensiero cattolico è sovente equivocato, come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così.

In realtà, nella generazione della vita, gli sposi realizzano una delle dimensioni più alte della loro vocazione: sono collaboratori di Dio. Proprio per questo sono tenuti ad un atteggiamento estremamente responsabile. Nel prendere la decisione di generare o di non generare essi devono lasciarsi ispirare non dall’egoismo né dalla leggerezza, ma da una generosità prudente e consapevole, che valuta le possibilità e le circostanze, e soprattutto che sa porre al centro il bene stesso del nascituro. Quando dunque si ha motivo per non procreare, questa scelta è lecita, e potrebbe persino essere doverosa. Resta però anche il dovere di realizzarla con criteri e metodi che rispettino la verità totale dell’incontro coniugale nella sua dimensione unitiva e procreativa, quale è sapientemente regolata dalla natura stessa nei suoi ritmi biologici. Essi possono essere assecondati e valorizzati, ma non “violentati” con artificiali interventi.

3. Chiediamo a Maria Santissima il dono della sapienza del cuore, tanto necessario per veder chiaro in questa delicata materia, particolarmente esposta alle deviazioni di una cultura edonistica e permissiva. Ella illumini i coniugi a vivere con grande senso di responsabilità il loro servizio alla vita e faccia delle famiglie veri “santuari della vita”.

© La Nuova Bussola Quotidiana (27/01/2015)

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