Pugni e conigli, qualcosa deve essere rivisto

È un dato di fatto che nell’opinione pubblica mondiale, dell’importante viaggio in Asia del Papa rimangano soprattutto alcune battute pronunciate sull’aereo. Ma in questo modo passano in secondo piano o sono contraddetti i veri, importanti, contenuti dei discorsi ufficiali. E i tanti consulenti in Vaticano che ci stanno a fare?

di Riccardo Cascioli

Partiamo da un dato di fatto: mentre papa Francesco visitava le Filippine, sui giornali di tutto il mondo teneva banco la discussione sulla faccenda dei pugni in risposta agli insulti contro la madre, esempio che il Papa aveva fatto sull’aereo che dallo Sri Lanka lo portava nelle Filippine, a proposito dei limiti della libertà di espressione. Non che non ci siano stati servizi sui discorsi fatti nell’arcipelago, ma l’attenzione, i commenti e le analisi erano tutte legate alla liceità o meno dell’uso della violenza in risposta alle offese; e quanto questo poteva suonare come un assist per i fondamentalisti musulmani.

Da ieri invece tutta l’attenzione si è spostata sulla storia del «non essere come conigli», altra espressione usata dal Papa sull’aereo che lo riportava a Roma, per spiegare la paternità responsabile. E siamo certi che per qualche altro giorno si andrà avanti su questa storia. Così tutti i contenuti del viaggio in Asia – pieno di incontri importanti e commoventi, e interventi degni di profonda riflessione – passano in secondo piano, sostanzialmente ignorati. Anche le spiegazioni sui tanti aspetti del viaggio, discussi con i giornalisti nella stessa conferenza stampa passano in secondo piano. Certamente non per chi ha avuto la possibilità di seguirli direttamente, ma per tutti i cattolici sparsi nel mondo e per l’opinione pubblica non cattolica i principali messaggi passati sono quelli legati alle due battute fatte in aereo.

Questo è un dato di fatto. E poco importa che ci siano stati anche organi di informazione – come del resto La Nuova BQ – che si sono concentrati su ciò che il Papa ha detto e fatto in questa settimana (oltre alle frasi colloquiali in aereo). Basta fare un giro su internet o parlare con un po’ di persone per capire cosa è rimasto di questo viaggio nella testa della gente.

Un secondo dato di fatto è che le frasi che hanno acceso l’immaginario collettivo sono state colte in un significato che non è proprio quello che risalta dal contesto del discorso. La frase dei conigli non era un invito al controllo delle nascite ma alla procreazione responsabile: in precedenza aveva attaccato le lobby neo-malthusiane che vogliono il controllo delle nascite e anche la distruzione della famiglia naturale, poi ha anche detto dell’importanza dell’apertura alla vita, ha esaltato la Humanae Vitae. Quindi va messa in un contesto. Senza considerare che due settimane fa aveva ricevuto le famiglie numerose pronunciando un bellissimo discorso in loro difesa. E anche a proposito del terrorismo, il Papa è stato chiaro nella condanna, anche se è dovuto intervenire il segretario di Stato Parolin a ribadirlo.

Malafede dei giornalisti allora o dei loro direttori? Non proprio. Forse in qualche caso, ma chiunque abbia a che fare con i media sa che c’è sempre la ricerca di una notizia o di un titolo che meriti uno spazio in pagina. Chi ha a che fare regolarmente con i giornalisti questo lo sa bene. E certe espressioni colloquiali, tanto più se pronunciate dal Papa e che possono essere usate in controtendenza rispetto ai suoi predecessori, si prestano perfettamente allo scopo.

Questo pone ancora una volta, oggettivamente, il problema della comunicazione, cosa di cui abbiamo già parlato in passato anche per papa Benedetto XVI soprattutto a causa di certi “vuoti” dell’apparato comunicativo della Santa Sede. Si deve essere realisti: la gente, cattolici in testa, ben difficilmente e molto raramente legge le encicliche, le esortazioni pastorali e i discorsi pronunciati in occasioni solenni. Ma neanche la trascrizione completa delle sue dichiarazioni alla stampa (che comunque qui linkiamo per i volenterosi che volessero controllare). Se va bene legge o ascolta i titoli di giornali e tg, e sulla base di quelli si fa un’idea del magistero del Papa di turno.

Il problema è dunque che il messaggio che passa sui media di tutto il mondo spesso nasconde i reali contenuti del Magistero, o addirittura li contraddice. Così che anche molti cattolici, in buona fede, sono portati a credere cose errate. Certo, tutti i Papi hanno dovuto subire strumentalizzazioni e letture forzate delle loro parole. Ma è altrettanto evidente che con papa Francesco, che ama parlare molto con i giornalisti e che lascia libertà ai suoi interlocutori anche privati di riferire pubblicamente ciò che ritengono opportuno, il problema è amplificato. Inoltre certe espressioni gergali, che sono di sicuro effetto pronunciate tra persone amiche che sanno di cosa si sta parlando e non hanno secondi fini, mal si adattano a discorsi che richiedono anche una precisione dottrinale. E possono diventare una bomba quando sono mediate dalla stampa e riportate fuori dal contesto. Basti pensare agli effetti devastanti – e certo non desiderati dal Papa – avuti dalla frase che fino a ieri ha maggiormente caratterizzato questo pontificato: «Chi sono io per giudicare…?».

La corrispondenza tra ciò che si vuole comunicare e ciò che viene capito è un problema che chi gestisce la comunicazione in Vaticano non può non porsi. Nessuno può chiedere al Papa di snaturarsi o di non parlare più con i giornalisti. Negli ultimi anni però si sono moltiplicati in Vaticano esperti e consulenti per la comunicazione, che proprio di questo dovrebbero occuparsi; ma non sembra che per ora sia cambiato molto a parte le spese sostenute per le consulenze. A meno che non ci sia qualcuno a cui queste incomprensioni facciano gioco. Sicuramente non fanno il bene della Chiesa e dei cattolici, e neanche di coloro che sono lontani, per i quali l’immagine di Chiesa rischia di diventare caricaturale.

© La Nuova Bussola Quotidiana (21/01/2015)

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