I “poveri” siamo noi: la cattolicità superstite…

Mi segnalano una recente notizia pubblicata da La Stampa, che presenta il frutto dell’impegno congiunto del portavoce diretto di papa Bergoglio, Andrea Tornielli, e del suo collega vaticanista Giacomo Galeazzi [qui].

Quello che segue è il brano che estraggo dall’intervista. Molto altro ci sarebbe da dire anche sul resto. Ma per ora mi sono fermata qui e limitata all’essenziale.

Hanno colpito molti le sue parole sui poveri «carne di Cristo». La disturba l’accusa di «pauperismo»?

Prima che arrivasse Francesco d’Assisi c’erano i “pauperisti”, nel Medio Evo ci sono state molte correnti pauperistiche. Il pauperismo è una caricatura del Vangelo e della stessa povertà. Invece san Francesco ci ha aiutato a scoprire il legame profondo tra la povertà e il cammino evangelico. Gesù afferma che non si possono servire due padroni, Dio e la ricchezza. È pauperismo? Gesù ci dice qual è il “protocollo” sulla base del quale noi saremo giudicati, è quello che leggiamo nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: ho avuto fame, ho avuto sete, sono stato in carcere, ero malato, ero nudo e mi avete aiutato, vestito, visitato, vi siete presi cura di me. Ogni volta che facciamo questo a un nostro fratello, lo facciamo a Gesù. Avere cura del nostro prossimo: di chi è povero, di chi soffre nel corpo nello spirito, di chi è nel bisogno. Questa è la pietra di paragone. È pauperismo? No, è Vangelo. La povertà allontana dall’idolatria, dal sentirci autosufficienti. Zaccheo, dopo aver incrociato lo sguardo misericordioso di Gesù, ha donato la metà dei suoi averi ai poveri. Quello del Vangelo è un messaggio rivolto a tutti, il Vangelo non condanna i ricchi ma l’idolatria della ricchezza, quell’idolatria che rende insensibili al grido del povero. Gesù ha detto che prima di offrire il nostro dono davanti all’altare dobbiamo riconciliarci con il nostro fratello per essere in pace con lui. Credo che possiamo, per analogia, estendere questa richiesta anche all’essere in pace con questi fratelli poveri.

In buona sostanza dall’intervista – e attendibilmente dall’intero testo – scaturisce un aggiustamento di tiro ed una ermeneutica meno tranchant e rivoluzionaria di molte esternazioni del papa che nel corso del tempo hanno sconcertato e suscitato diverse critiche, specie da parte nostra, quando si è trattato di alcuni punti nodali dell’insegnamento cattolico.

Per ora mi limito a segnalare il brano che precede, perché riguarda proprio l’oggetto di questa critica e rimanda anche all’intervento di Tornielli su queste pagine nell’agosto scorso [qui]. Ebbene, ora lo dico. Quell’intervento mi aveva colta in un momento particolare: ero in ospedale e, pur non avendo tutta la mia energia ed usuale combattività, scrivendo dal cellulare, sono andata al sodo di quel che mi premeva: considerando il diretto rapporto col papa dell’interlocutore, ho smorzato sul nascere ogni possibile accento di polemica, sperando che il paziente ribadire e la fondatezza del cuore della critica, potesse sortire un auspicabile chiarimento. Ed era in questo senso la mia ultima comunicazione a Tornielli, che non era una forma di dhimmitudine, come vista da una lettrice, ma pazienza e speranza cristiane. Oggi non ho perso né pazienza né speranza; ma chiarimenti non me ne aspetto più. I segnali difformi si sono moltiplicati.

Nel brano esaminato si riconosce un esito di maggiore accuratezza nell’uso dei termini, calibrati come non mai, che non guardano più alla sola povertà materiale, ricordando chi soffre sia nel corpo che nello spirito. Anche se, purtroppo, manca l’esplicitazione dell’autentica povertà evangelica: i veri poveri sono i poveri in spirito, innanzitutto davanti a Dio.

E noto che vien fuori il concetto di “analogia”, anche se, però, il discorso viene spostato dal nodo dell’Incarnazione e l’analogia risulta trasferita dall’adorazione alla riconciliazione… Peraltro senza esplicitare che un’autentica premura nei confronti dei poveri nasce dalla Carità, generata nel nostro cuore come frutto della Redenzione accolta e vissuta come riconciliazione personale con Dio, che poi si traduce in riconciliazione col mondo e con gli “altri”, poveri o non poveri che siano. E viene tenuta viva dall’adorazione e dalla Grazia santificante dispensata dalla Chiesa nei Sacramenti.

Aggiungo che un discorso chiaro, limpido, definitorio, senza slogan e ambiguità non avrebbe bisogno di ermeneutiche di alcun tipo né di fiumi d’inchiostro e migliaia di bit per le osservazioni che può suscitare e le corrispondenti difese d’ufficio. E vedo che i chiarimenti forniti, citano persino i Padri della Chiesa, e poi anche Pio XI, Pio X, e infine Giovanni XXIII. “La Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Almeno qualche predecessore lo chiamano in causa, ma solo quale ‘toppa’ generica ad un discorso di fondo basato su aspetti della TdL, che quello è e quello resta. Mentre i chiarimenti attraverso un libro sia pure scritto da Vaticanisti autorevoli con annessa intervista ufficiale, non sono Magistero e inoltre non dispiegano la stessa dovuta efficacia di un pronunciamento papale dalla Sede adeguata. E questo, soprattutto perché intervengono in differita, dopo che le esternazioni papali – così spesso dispensate in slogan e in pillole senza approfondimenti -, vengono prontamente recepite e applicate, e quindi diffuse in chiave liberal dal versante più progressista, da parte dei numerosi corifei mediatici ed anche da quelli che purtroppo non mancano neppure nel clero, con esiziale seguito di anime…

Mi limito qui a ricordare il punto centrale della mia osservazione, neppure sfiorato, che più che il pauperismo riguarda il nodo dell’Incarnazione. In essa non c’è né il sarcasmo e neppure la durezza che Tornielli-Galeazzi attribuiscono alle critiche. Ovvio comunque che essi sparano nel mucchio e non si riferiscono a questo blog, che pure indirettamente è chiamato in causa perché questi temi li affronta in molte pagine, che esprimono semplicemente una esplicita convinta cattolica chiarezza: la stessa presente nella trattazione più ampia sul tema specifico, cui rimando:

Purtroppo la formulazione «Gesù è presente nell’Eucaristia, qui è la Carne di Gesù; Gesù è presente fra voi, è la Carne di Gesù» a suo tempo suscitò fra noi molte perplessità. Tant’è che ne avevamo già parlato [qui]. Ottiene l’effetto di sacralizzare in modo improprio la «carne» degli uomini sofferenti. Può andar bene come slogan (o neppure come tale), ma dalle parole del Papa ci si attende una valenza teologica, chiara ed inequivoca. La “carne dei poveri” è quella di Cristo “per analogia”, mentre nell’Eucaristia abbiamo il Signore Vivo e Vero… E nei poveri non lo adoriamo, ma lo serviamo, dopo averlo adorato e accolto insieme alla sua salvezza nell’Eucaristia. Ma purtroppo il Papa non lo specifica. Avevamo fatto l’ipotesi che potesse darlo per scontato.

La drammaticità e la concretezza dell’ascolto di quelle piaghe degli uomini sofferenti sulle quali il papa ritorna con inesausta frequenza, interpella anche noi, come da sempre ha interpellato la Chiesa nella sua componente non ‘mondana’ che esiste tuttora com’è sempre esistita. Ma non dimentichiamo che quelle “piaghe” sono anche nella nostra società e nella spiritualità del nostro tempo e nella nostra cristianità incuneata a forte rischio (se non fosse per le promesse del Signore) tra le tre placche tettoniche purtroppo oggi in forte sommovimento. Le riconosciamo nella ridda di voci, di ipotesi e contro-ipotesi che hanno accompagnato e seguono, anche in termini strumentali su tutti i fronti, il recente dramma di Parigi:

  • messianismo sionista+imperialismo americano di matrice protestante, che sembrano rappresentare l’attuale degenerazione dell’Occidente cristiano secolarizzato, da un lato
  • neopaganesimo punto terminale della secolarizzazione frutto dell’Illuminismo in cui sono confluite e da cui sono scaturite le sue varie componenti nonché delle varie manovre massoniche anch’esse in buona parte riconducibili alla matrice giudaica, dall’altro
  • islamismo, realtà disomogenea e non monolitica, ma con l’ineludibile e irreformabile denominatore comune della politica inesorabilmente legata alla religione, Checché vogliano farci credere da parte del cosiddetto Islam moderato (vogliamo fare gli gnorri con la Taqqya?) che nel Regno Unito sta già emanando ed enucleando la sua sharia, dall’altro lato ancora.

Poi qualche “integrato” magari anche secolarizzato ci sarà pure; ma si tratta di una esigua minoranza che rischia di essere sopraffatta al pari di noi. E, da non sottovalutare, il fenomeno dell’integralismo che fa presa nelle terze o anche quarte generazioni perché trova terreno fertile nel malessere e vuoto spirituale dei nostri contesti sociali

Non cambia dunque nulla circa il reale pericolo (evidentemente non l’unico ma ugualmente serio) che l’Islam rappresenta per la nostra Fede e per la nostra cultura. E invasi di fatto siamo invasi dalle masse migratorie non solo ma soprattutto islamiche che si riversano nel nostro continente e ci stanno sommergendo. Basta guardarsi intorno nelle nostre città e non riconoscere più alcuni nostri quartieri. Basta ascoltare parroci ed educatori laici calabraghe che hanno già abdicato dalle nostre tradizioni più care e dalla nostra cultura; il che non è un miraggio allucinatorio ma un pericolo reale che rischia di consolidarsi ancor più e di creare, per contro, reazioni irrazionali. Il tutto, nell’inerte connivenza dei nostri politici ormai anch’essi trasformati in esecutori dei tecnocrati. Umanamente sembra impossibile vedere soluzioni… Non so a che prezzo, ma sappiamo da che parte stare, o meglio dalla parte di Chi stare… Purtroppo non abbiamo più saldo neppure il nostro Centro spirituale terreno… Ma il Signore provvederà.

Maria Guarini

© Chiesa e post-concilio (11/01/2015)

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