Approfondimenti sulla “domanda scomoda”

Dopo aver postato la riflessione di questa mattina, in cui esponevamo anzitutto l’attualità di una questione dibattuta con rispetto da santi e dottori esponendo l’opinione più sicura, ossia quella di san Roberto Bellarmino, Dottore della Chiesa, abbiamo ricevuto dai nostri lettori alcuni approfondimenti che siamo lieti di proporre. Sono due ulteriori pareri autorevoli, entrambi ancora di gesuiti. In tempi di tempesta è bene guardare ai santi e ai dottori dalla dottrina provata dai secoli (e non di una stagione), come a fari sicurissimi per orientarsi.

Vatican PopeIl primo e più recente dei due è Domenico Palmieri [qui], che fu teologo del Collegio Romano e della Penitenzeria Apostolica, che nel suo Tractatus de Romano Pontefice scrive:

«Ci si chiede, di solito, se il Pontefice, come persona privata, quando non esercita in atto la funzione di Dottore della Chiesa, possa errare nella fede. La questione concerne propriamente l’errore circa un articolo di fede già definito, così che, se fosse volontario, sarebbe vera eresia. Alcuni, con Bellarmino, lo negano (De Rom. Pont., l. 4, c. 6). Tuttavia, poiché gli antichi autori lo ammettevano, e gli stessi Pontefici lo hanno sufficientemente affermato (Innocenzo III, Serm. 2° De Consecratione sua: “La fede mi è tanto necessaria che, mentre per gli altri peccati ho solo Dio come giudice, per il solo peccato che commettessi contro la fede, potrei esser giudicato dalla Chiesa”. Vedi Adriano II, allocuzione 3a, letta nel Syn. 8, act. 7), e nel Decreto Dist. 40, c. 6, permisero che si leggessero le parole di (san) Bonifacio, Arcivescovo di Magonza: «Nessuno dei mortali presume di rimproverare le colpe del Romano Pontefice, perché colui che dovrà giudicare tutti non è giudicato da nessuno, eccetto, forse, il caso in cui sia riconosciuta la sua deviazione dalla fede», non riteniamo di dover esser più solleciti della stessa Sede Romana nell’affermare tale prerogativa nei successori di San Pietro. Le sentenze sopra riportate devono riferirsi al Pontefice come persona privata che erra circa verità già definite o trasmesse dalla Chiesa in modo equivalente: anche se il Papa errasse circa le altre verità, non si può istituire nessun giudizio contro di lui».

Il secondo parere è di Francisco Suarez [qui], che non credo abbia bisogno di presentazioni, il quale scrive con grande chiarezza:

Cosa dire circa quella sentenza di canonisti e teologi, secondo cui, in caso di eresia, il Pontefice può esser deposto? Rispondo.
1) Il caso è ipotetico, perché forse non è mai stato reale, e mai lo sarà;
2) Ammessa l’ipotesi, quella sentenza deve esser intesa così: il Pontefice ostinato nell’eresia (dico ostinato: se, ammonito dalla Chiesa, recedesse dal suo errore, non si deve procedere più contro di lui), non è deposto dall’uomo, ma da Dio, il quale gli toglie la giurisdizione che gli aveva dato. La Chiesa solo dichiarerà che lui è eretico, e perciò spogliato da Dio della giurisdizione (c. 7, n. 5).

© LA FEDE DEI NOSTRI PADRI (1° novembre 2014)

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