La difficile recezione della svolta del Papa (se è svolta)

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Cacciari e l’abbandono della “guerra giusta”, teologia e diplomazia attardate.

di Maurizio Crippa (21 Agosto 2014)

Nel giorno in cui il premier italiano in Iraq promette ai profughi in fuga dal Califfato “non vi lasceremo soli” e il Parlamento vota l’invio delle armi che dovrebbero servire “a fermare l’aggressore ingiusto”, come ha chiesto Papa Francesco (ma a “fermare solo, però: non dico bombardare, fare guerra”); nel giorno in cui l’islam terrorista si ripresenta in tutto il suo bestiale odio, non è che nella chiesa cattolica sia ancora tutto chiaro: se non da che parte stare, che quello almeno lo è, il come vada interpretata la svolta, se è una svolta, contenuta nelle parole volanti del Papa è argomento spinoso, complicato, appiccicoso. Pieno di molti non detti difficili da rimuovere. Ma le parole del Papa di ritorno dalla Corea sono anche il seguito della lettera scritta il 9 agosto al segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon: “Metto davanti a lei le lacrime, le sofferenze e le grida accorate di disperazione dei cristiani e di altre minoranze religiose dell’amata terra dell’Iraq”, e del documento del pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso retto dal card. Jean-Louis Tauran, diplomatico non certo conosciuto per certi toni duri e diretti.

Va detto che le riflessioni in arrivo dal pensiero laico nemmeno aiutano. Massimo Cacciari, intervistato su Repubblica, afferma che “si tratta di una svolta radicale nella teologia politica della chiesa. Per la prima volta Francesco abbandona l’idea cattolica della ‘guerra giusta’”. In cosa consista l’abbandono, è chiaro in filosofica astrazione: “Quando io stabilisco che la guerra deve esser fondata sul diritto internazionale, il cui organo effettivo è rappresentato dalle Nazioni Unite, non ha più senso parlare di ‘guerra giusta’… Per parlare di ‘guerra giusta’ devo riconoscere in Dio la volontà di quel conflitto… Io dal Papa mi aspetto di più, che bisogna intervenire sulla base di valori assoluti”. Nel concreto, la svolta intravista da Cacciari è meno evidente. A Simonetta Fiori che lo intervista e sottolinea come anche Wojtyla a Sarajevo chiese lo stesso intervento dell’Onu, e negli stessi termini, il filosofo replica: “Ma la sua era ancora un’idea tradizionale di ‘guerra giusta’. Wojtyla è stato l’ultimo grande Papa medievale”.

Ora, a parte che un Cacciari che si attenda dal Papa il la per una crociata appare come un doge veneziano, ma fuori tempo massimo sulla storia della chiesa – il suo collega d’accademia Daniele Menozzi qualche anno fa ha ricostruito in un bel saggio il percorso della “delegittimazione religiosa dei conflitti” attuata dal magistero e dalla teologia nel corso di un secolo – l’intervento del filosofo veneziano ha il pregio di illuminare con un fiammifero il buio pesto su cui in materia si muove la chiesa. Buio che il bengala onusiano di Bergoglio ha fulminato per un istante nel suo trambusto.

Massimo Faggioli, storico della chiesa di scuola bolognese, ha criticato ad esempio “la tentazione di cercare nelle parole del Papa una ‘dottrina Bergoglio’ che non esiste’”. Ma soprattutto, per Faggioli “invocare (come si fa in alcuni circoli cattolici) il carattere profetico del discorso di Ratisbona sull’islam è solo un modo per evitare di capire la congiuntura attuale”. Niente da fare, dunque nessuna svolta. O invece sì: “Quello di Francesco è un papato globale de iure e de facto che non si sente più legato a quel progetto di occidente post 1945 ‘concepito in Vaticano e partorito a Washington’, come disse il teologo protestante tedesco Martin Niemoller”. Stefano Ceccanti, su Europa, ha detto che “Papa Francesco ha indicato le condizioni ‘massimali’ richieste dalla dottrina della chiesa per un intervento armato”. E poi ha fatto punto.

La lunga “delegittimazione dei conflitti” nasce dalla “Pacem in terris” (1963). Ma oggi la confusione tra realismo (per quanto tinto di idealismo onusiano) e profetismo rischia di diventare anacronistica.

Quel che rimane poco chiaro, infatti, non è l’atteggiamento della chiesa rispetto ai conflitti in generale, ma rispetto a quello attuale: il giudizio su una persecuzione che, come spiegava ieri David Meghnagi a questo giornale, è condotta da “chi oggi vuole la distruzione dei cristiani d’oriente e delle minoranze yazide”, ed “è anche chi vorrebbe poi la distruzione di Israele”. Il corpo della diplomazia vaticana sconta a tutt’oggi un pregiudizio filo-arabo determinato da vari fattori, non ultimo la testimonianza offerta dalle chiese d’oriente. Ma è un pregiudizio di tipo politico, per quanto storicamente forse ormai attardato. Si basa su una considerazione del mondo arabo legata al panarabismo laico, mentre ora c’è una nazione islamica che punta al trionfo della umma. Svolta politico-diplomatica e svolta teologica vanno di pari passo. O dovrebbero. Non è un caso che il pacifismo della chiesa vada in crisi proprio di fronte al conflitto mediorientale.

© FOGLIO QUOTIDIANO

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