Francesco, uno come noi

di Piero La Porta (22 agosto 2014)

Francesco è come noi, né più né meno; per questo piace tanto a tutti, anche ai fratelli mussulmani in Iraq e alle loro avanguardie fra noi.

Abbiamo, anzi ci fu dato Francesco. Chi ha detto che i pontefici debbano essere sempre superlativi? Quanti di noi hanno vissuto a cavallo di due secoli, credenti o non, diciamoci la verità, ci siamo convinti che i pontefici, anche quelli detestati, debbano avere qualità speciali. Chi ci osservasse dall’alto, stupirebbe per la nostra follia.

Ci fu dato un gigante della fede e della carità come Pio XII; l’abbiamo calunniato, bistrattato, ricoperto d’ogni contumelia. Abbiamo calpestato la sua dignità e la sua immensa e silenziosa carità, dando credito a un teatrante, prezzolato da satanici fabbricanti del male. Sprofondati costoro nelle fognature della storia, non di meno lasciamo Papa Pacelli nell’ombra.

Dopo alcuni turni arrivò, come avesse un appuntamento con la storia, il grande Giovanni Paolo II, grande al punto da portarci oltre l’Unione Sovietica senza far scoppiare una guerra. Se fosse stato vivo Charles De Gaulle gli si sarebbe genuflesso. Il grande generale, per la verità un po’ antipatico e arrogante, non smetteva di ripetere che gli Stati nascono e muoiono grazie alle guerre, secondo un’immutabile legge millenaria. Se De Gaulle avesse assistito la notte del Santo Natale del 1991 allo scioglimento imbelle dell’Unione Sovietica, non avrebbe esitato a piegare la fronte davanti al grande papa polacco. Era il Santo Natale cattolico, non quello ortodosso, per dire la coincidenza.

Egli giunse dopo trenta giorni di interregno di papa Luciani (in qualche misura un antesignano di Bergoglio). L’accoglienza per Giovanni Paolo II? Gli abbiamo sparato, lo abbiamo diffamato (a mezza voce, s’intende, ché il personaggio non era indifeso); non appena le forze gli sono venute meno, quanti digrignavano i denti fin dai primi attimi del suo regno si sono fatti avanti per insozzarne la memoria, come iene intorno a un leone morente.

Il caso o la Sua mano, fate un po’ voi, ci offri non dimeno un’ulteriore opportunità. Benedetto XVI, un altro gigante della fede, per di più sorretto da un’intelligenza vertiginosa come la sua cultura. La sua qualità più grande era tuttavia la bontà. Accoglienza? Ostilità e trappole a Bruxelles come a Washington, a Parigi come nell’amata Berlino e prima ancora a Monaco e a Petersburg, a Londra come a Roma, di qua e di là del Tevere. Travolto da una malvagità sconfinata, s’è ritirato e prega per noi.

È arrivato Bergoglio e scopriamo che non c’è una scuola dove si insegna come fare il papa. Una persona normale, persino più accessibile del parroco che incontriamo a messa, ci parve una soluzione per un mondo impazzito.

Buona sera, disse affacciandosi per la prima volta dalla loggia petrina. Avrebbe potuto dire “sia lodato Gesù Cristo”, preferì un saluto mondano. Poi chiese alla piazza di pregare per lui. La piazza obbedì, ignara di quanto necessaria e opportuna fosse quella richiesta.

Tornato da Lampedusa è andato in Corea del Sud sorvolando, andata e ritorno, il deserto di Ninive dove centomila agnelli sono massacrati, castrati, sgozzati, violentati, schiavizzati, abbandonati a se stessi o tutt’al più destinatari di armi regalate dalle satrapie europee. Domani o fra qualche mese il sangue traboccherà e la cristianità sta come la gallina fascinata dal serpente, illusa d’essere risparmiata per la sua paralisi. Il sangue tuttavia s’approssima, incurante delle astuzie semantiche. «Siate candidi come colombe e prudenti come serpenti» raccomandò Cristo ai suoi discepoli, vedendo molto lungo, come gli fu consueto. Da tempo si disputa se Cristo disse “prudenti” o, come altri invece sostengono, raccomandò di essere “astuti”. Comunque sia andata, sul sacro aereo si direbbe sia mancata tanto la prudenza quanto l’astuzia mentre aleggiava la nuova dottrina petrina sulla guerra giusta: «È lecito fermare l’aggressore. No bombardare.»

Speriamo che i fratelli mussulmani non abbiano sentito: se tutt’al più li si può “fermare”, il territorio sinora acquisito appartiene a loro, visto che non li si deve bombardare né muovere guerra, come il papa ordina. Neppure li si potrà cacciare, armi alla mano, dalle nostre città se decideranno d’impossessarsene. Li potremmo tutt’al più fermare. In verità, fermarsi qui è un esercizio ben conosciuto da tempo, col favore delle cooperative e della Caritas che speculano sulle generose sovvenzioni dello Stato, senza dimenticare il sostegno dei politici che è lecito sospettare alquanto e concretamente interessato. Appare quindi un tantino bizzarra, questa nuova dottrina del “fatto compiuto” mediante l’apostolico “fermare”, ma sicuramente è dottrina meditata, anzi premeditata.

Se sul santo aereo vi fosse stato un giornalista avrebbe potuto fare qualche osservazione. Santità, lei è il Vicario di Cristo, nessuno meglio di lei può applicare la propria dottrina, peraltro già messa in opera nel lontano 452. Vada lei a fermarli, come fece Leone Magno con Attila.

Tra l’altro sarebbe più facile, con l’aereo è un momento: atterrare, benedire i fratelli mussulmani in armi e poi dire loro soavemente come Leone Magno ad Attila: fermatevi!

Né bombe né guerra, vada dunque, Santità.

«Se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea possiamo andare in Iraq. Era una delle possibilità»

Ed è, questo diciamolo, un buon messaggio mediatico, come il «Vergogna!», quello lanciato da Lampedusa verso le telecamere raccolte a Roma da padre Federico Lombardi, di casa sotto l’albero del bene e del male.

«Se fosse necessario, quando torniamo dalla Corea possiamo andare in Iraq. Era una delle possibilità» Posporre il passato col presente per dare a intendere di fare ciò che invece si omise ci parve un po’ differente dall’evangelico «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», ma non sottilizziamo. D’altronde padre Lombardi è molto soddisfatto mentre il Papa esegue diligentemente, peccato però che non si arresti: «In questo momento…». Francesco non è abbastanza gesuita e Lombardi ha un sussulto di contrarietà vedendo la pentola scoperchiarsi: «In questo momento…».

Francesco s’interrompe, ha capito d’essersi cacciato in trappola, cerca le parole, imbarazzato infine sparacchia: «In questo momento…non è… la cosa migliore… da fare, ma sono disposto ad andare in Iraq». Padre Lombardi è livido, l’espediente è riuscito a metà. Ci penseranno i cortigiani a passare il messaggio: «Il Papa vuole andare in Iraq» cioè l’esatto contrario di quanto è nei fatti avvenuto. «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», ma dopo tutto è solo il Vangelo, un vecchio libro di origini incerte.

Se nel sacro aereo vi fosse stato un giornalista si sarebbe chiesto: «Non è la cosa migliore da fare? Sotto i nostri piedi, mentre li sorvoliamo, i fratelli mussulmani, meno moderati del consueto, scannano, tagliano le teste, castrano i bambini per farne eunuchi nei ginecei dove rinchiudono le loro madri e sorelle. Tagliano le teste, seppelliscono vivi, mutilano i morti. Un gregge di centomila disperati, e noi che eravamo a Lampedusa con le telecamere, per duecento vittime della fatalità, oggi sorvoliamo l’ecatombe, affrettandoci verso le nostre (per ora) sicure dimore.

Qual era la cosa migliore da fare, in quel momento, per il Papa? Chi prima di lui dovrebbe dare l’esempio se non per “fermare” i fratelli mussulmani, almeno per consolare le vittime?

I fratelli mussulmani sono avvertiti. Poiché altro non è consentito se non “fermare”, più avanti si portano, più cristiani uccidono, più bambini massacrano, meglio è. Il “fatto compiuto” è dunque il nuovo dogma petrino sulla guerra giusta. Duemila anni di civiltà cattolica sono a una svolta. Bene, se questo deve essere così sia e Francesco dia l’esempio e vada a fermarli.

Ci fu dato più d’un pontefice dall’intelligenza finissima e dalla fede adamantina, profeti bistrattati, assassinati, derisi. Oggi abbiamo Bergoglio.

«Gesù stesso», ricordò Francesco nell’omelia del 4 aprile, «lo disse ai Farisei, come narra quel celebre capitolo 23 di san Matteo che ci farà bene leggere. Gesù è esplicito: i vostri padri hanno ucciso i profeti ma voi per togliervi la colpa, per ripulirvi, ai profeti fate un bel sepolcro!». Rileggiamolo, quel brano. Dopo quattro mesi non abbiamo fatto per i santi martiri profeti dell’Iraq neppure il poco che fecero i Farisei, neppure abbiamo benedetto i loro sepolcri, neppure salmodiando “fermatevi”, se non a distanza di sicurezza.

Suvvia, nessuno obbliga la sorte o lo Spirito Santo a darci un papa che sia un genio e un gigante della fede. Dopo tutto Francesco è in buone mani: padre Lombardi suggerisce le sapienti mosse e seleziona i docili cortigiani amanuensi che le consegnano alla storia, in cambio possono fare la spesa allo spaccio del Vaticano e succhiare la benzina con lo sconto. A questo prezzo orinano sulla verità, miserabili. Con questi mezzi, insieme a questi amici fidati fermeremo i moderati fratelli mussulmani, guardando con fiducia al futuro, perché abbiamo Francesco, un Papa che è come noi, né più né meno; per questo piace tanto a tutti, anche ai moderati fratelli mussulmani in arrivo e alle loro avanguardie fra noi.

Francesco! Francesco! Francesco, dove vai?!?

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