Papa Francesco piace… non a tutti

È troppo sobrio. Troppo moderno. E pecca anche di “relativismo morale e religioso”. Sono le accuse mosse al Pontefice più rock di ogni tempo. Ecco chi sono i suoi “nemici”.

21 ottobre 2013

Papa Francesco piace… non a tutti. L’idillio è finito. Dopo sette mesi di innamoramento collettivo, voci contrarie a Papa Francesco si sono levate dalle pagine di un quotidiano. E le conseguenze non sono state indolori. C’è poi chi cerca di normalizzare Bergoglio, di inserirlo in una logica di continuità pontificia, così da attenuarne la portata rivoluzionatia. Comunque sia, la luna di miele ormai sfuma.

 «Questo Papa non ci piace» è il titolo forte dell’articolo su Il Foglio di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, il primo giornalista e studioso di letteratura, il secondo canonista e docente di Bioetica, entrambi esponenti del mondo tradizionalista cattolico. Si accusa il pontefice di «relativismo morale e religioso», puntando il dito sull’intervista rilasciata da Francesco al non credente Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica. Il passaggio sull’autonomia della coscienza e sulla visione personale del Bene e del Male contrasterebbe con il magistero dei precedenti Pontefici. I due autori richiamano così il capitolo 32 della Veritatis Splendor in cui Giovanni Paolo II, contestando «alcune correnti del pensiero moderno», scriveva che «si sono attribuite alla coscienza individuale le prerogative di un’istanza suprema del giudizio morale», tanto che esso è diventato «radicalmente soggettivista».

Quando il Papa dice a Scalfari che «il proselitismo è una solenna sciocchezza», incalzano i giornalisti, è come se disconoscesse il lavoro fatto dalla Chiesa per convertire le anime al cattolicesimo. Poi si arriva all’intervista del Papa a Civiltà Cattolica, con il suo richiamo al Concilio Vaticano II che «è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea». Ma un Vangelo «deformato alla luce del mondo», si domandano Gnocchi e Palmaro, quanti altri mutamenti dovrà subire?

La visita di Francesco ad Assisi, il 4 ottobre, diventa per loro «un’imponente esibizione di povertà». Questo Papa è un leader «che dice alla folla proprio quello che la folla vuol sentirsi dire. Ma ciò viene fatto con grande talento e mestiere». L’augurio è che si impari l’umiltà vera, consistente «nel sottoporsi a Qualcuno di più grande, che si manifesta attraverso leggi immutabili persino dal Vicario di Cristo». Punto. Per Gnocchi e Palmaro, la conseguenza di tanta libertà di pensiero è l’allontamento da Radio Maria. Collaboravano da dieci anni, per loro ammissione in totale autonomia. Ma il direttore don Livio Fanzanga ha chiarito: «Tra i principi della nostra emittente c’è la fedeltà al Papa e al suo magistero». I giudizi negativi vengono comunque condivisi da circoli intellettuali e gruppi tradizionalisti attivi sul web. A dar fastidio sono l’insistenza del Papa sui principi del Concilio, la sobrietà eccessiva, il viaggio a Lampedusa tra gli immigrati, i frequenti accenni alla misericordia di un Dio che non si stanca mai di perdonare. Gli stessi motivi che invece fanno leva sulle masse e conquistano a Francesco una popolarità vastissima, senza appartenenza né colore.

Certo Il Foglio si è smarcato dal consenso unanime, e non da ora, diventando il polo dei ratzingeriani irriducibili. Il direttore Giuliano Ferrara scriveva qualche settimana fa: «Le mie ferite non sono curabili nel suo ospedale da campo», con riferimento all’espressione usata da Francesco nell’intervista a Civiltà Cattolica. La critica era per il gesuita relativista che, come lo scomparso cardinal Martini, «assolve il mondo che ha processato e condannato la Chiesa cattolica e il pensiero cristiano». Sempre su quelle pagine, il giornalista e saggista Mattia Rossi sostiene una tesi cara agli ambienti tradizionalisti: Francesco, ai limiti dell’eresia, sta fondando «una nuova religione, una neo-chiesa in netta rottura non solo con i predecessori ma con il magistero cattolico perenne». Cita esempi, come la scomparsa dal pensiero di Bergoglio del peccato originale, e ne sindaca la fratellanza «umanitarista da ong e sentimentalista, tanto sbandierata quanto inaccettabile». Lorenzo de Vita, editore della cattolica Effedieffe, in uscita con Mistero di iniquità di Pierre Virion, aggiunge: «Questo Papa vuol portare alle estreme conseguenze le aperture del Concilio. Preoccupa. Se fuori dalla Chiesa non c’è salvezza, ha un senso aprire il recinto per accogliere il maggior numero di persone. Cristo però ha detto: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada”. Allora salvarsi l’anima implica un percorso di sofferenza, ostico. Se ora Scalfari si sente giustificato, io penso alla Maddalena pentita. Gesù l’ammonì: “Va’ e non peccare più”».

Sotto accusa finisce il nuovo linguaggio usato dal Papa e con strumenti diversi da quelli della consuetudine. Lo storico Roberto de Mattei, tradizionalista, lo ha definito «molto pericoloso», perché «chi domina il mondo della comunicazione non è il Papa né tantomeno i cattolici, ma lobby e potentati laicisti in grado di farne un uso distorto». Di conseguenza, ha espresso «una posizione di forte riserva nei confronti della strategia comunicativa del Pontefice».

Il professor Pietro De Marco, sull’autorevole blog di Sandro Magister Settimo cielo, rompe «il coro cortigiano» che si infiamma agli interventi pubblici di Bergoglio: «Il Papa piace a destra e a sinistra, a praticanti e a non credenti senza discernimento. Il suo messaggio prevalente è “liquido”. Su questo successo, però, non può essere edificato niente, solo reimpastato qualcosa di già esistente e non il meglio». Prevede che anche i media si stancheranno «di fare da sponda a un Papa che ha troppo bisogno di loro». E conclude: «Non approvo gli estremismi tradizionalisti, ma non v’è dubbio che la tradizione sia la norma e la forza del successore di Pietro». Sandro Magister, vaticanista di L’Espresso, aggiunge: «La forza di Francesco sta nel non prendere mai posizione. Dice cose che vanno incontro alle attese di chi ascolta, evitando di toccare in modo netto temi che possono portare divisioni. Fa cenni vaghi. Ma questa modalità di comunicare non può durare in eterno e rischia di scontentare sia a destra sia a sinistra». Per ora Ritanna Armeni spiega bene come la sinistra, da tempo orfana di un padre che indichi «questo si fa, questo non si fa», si sia accoccolata su Francesco che restituisce dignità al Terzo Mondo e alla lotta per il lavoro.

Ma perfino tra i progressisti c’è chi rompe il consenso. Piero Stefani, intellettuale del cattolicesimo, scrive: «Si è di fronte a un susseguirsi di parole, fatti, gesti. Quasi quotidianamente c’è qualcosa di nuovo: encicliche pubblicate e annunciate, digiuni, preghiere, interviste, lettere, discorsi, nomine, udienze, viaggi, telefonate, twitter. Non si riesce a fissare un punto non dico di sosta, ma neppure di svolta. A partire da tutto ciò, e contro l’intenzione profonda del Papa stesso, quanto resta al centro è la persona stessa di Francesco e non già il suo messaggio. Così rischia di identificare il messaggio evangelico con se stesso».

LA RAMPOGNA DEL GESUITA AMERICANO – Ed ecco il “rabbuffo“ al Papa del gesuita americano Francis X. Clooney. Sempre sul Foglio si chiede come mai, se giudica lebbrosa la Curia, ne abbia canonizzato «il suo campione Wojtyla». Inoltre non gradisce lezioni di ecumenismo, quando il Papa dice che è stato fatto poco in quel senso. Già in passato, invece, e proprio sul tema della fratellanza interreligiosa, Magdi Cristiano Allam critica duramente Francesco. Durante un Angelus di agosto, questi si rivolge «ai nostri fratelli musulmani» dopo il Ramadan. Ma il giornalista argomenta che l’Islam pretende di «superare» il cristianesimo, continuando a massacrare «gli infedeli». Perciò nessuna legittimazione: «Così si scade nel relativismo religioso che annacqua l’assolutezza della verità cristiana». Ma, a parte casi particolari, quanto è ampia l’area di opposizione al Papa? Massimo Introvigne, sociologo e fondatore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), dice: «Occorre distinguere. Ci sono i cattolici vecchio stampo, quelli che provano un certo disagio di fronte a gesti come il colloquio con Scalfari, ma rimangono leali al Papa e al suo magistero; e piccoli gruppi che invece traggono occasione da questo disagio per ribadire critiche al Concilio, cosa che già facevano con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. In questa categoria rientra senz’altro la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata da monsignor Lefebvre, di cui molti intellettuali detti più o meno “tradizionalisti” sono simpatizzanti o almeno compagni di strada e frequentatori. Per questo mondo, l’impatto con Papa Francesco esaspera semmai il pericolo di scisma. Che però, insisto, c’era anche prima». Alberto Melloni, storico del Cristanesimo e autore di Quel che resta di Dio (Einadi), aggiunge: «Il tradizionalismo cattolico è sempre stato eversore. Ha accusato Papa Giovanni d’essere un agente sovietico (ricordo un libretto dal titolo Nikita Roncalli), Paolo VI l’Anticristo, Wojtyla un sincretista quando fece la preghiera di Assisi. La moda di prendersela col Papa è antica, non ci vedo molto di nuovo. Ed è una forma di semplicismo ideologico dire: la tradizione ha sempre voluto e detto solo questo. Non è vero. Ciò che il Papa insegna è la caratteristica pluriforme della Verità cristiana, in un atteggiamento di continua ricerca di Dio. Questi tradizionalisti, graffitari della Chiesa che vanno a scrivere la loro protesta sui muri, sono niente».

LA SCHIERA DEI “NORMALISTI” – C’è poi la legione di quanti, di fronte alla dirompente novità di Francesco, cercano di convincere se stessi e gli altri che nulla cambia. La parola chiave è «continuità» rispetto al passato. Scrive sul Corriere della Sera Vittorio Messori, contestualizzando questo Papa: «Con il suo stile da “parroco del mondo”, vuole impegnare la Chiesa intera in quella sfida di rievangelizzazione dell’Occidente che fu centrale anche nel programma pastorale dei suoi due ultimi predecessori. Nessuna frattura, dunque, bensì continuità, pur nella diversità dei temperamenti». Ma riuscirà, Francesco, ad attuare il suo programma così ambizioso? «È un Papa destinato a dividere», nota Ignazio Ingrao, vaticanista di Panorama. «Se da un lato attrae le folle, dall’altro mette in crisi tutto un sistema anche di potere, di concezione dell’autorità della Chiesa. E questo gli procura dei nemici. Bisognerà vedere se riusciranno a fermarlo. Francesco si spoglia degli orpelli del monarca, ma compensa con uno straordinario carisma. Tuttavia io credo che i suoi oppositori cresceranno. Il punto più critico di questo Pontificato è il livello di attesa, di aspettative che crea. E che rischia di non riuscire a soddisfare».

Michela Auriti

© OGGI.it

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