Meglio il Borgia che Papa Francesco, Pietrangelo Buttafuoco

Autodifesa di Buttafuoco dall’inquisitore Dario Fo, che gli ha dato di macchinista del fango per le sue predilezioni rinascimentali rispetto all’idolatria furba e up to date di Bergoglio: “La Maddalena è Bertone”.

di Pietrangelo Buttafuoco (30/04/2014)

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Certo che il Papa Borgia è meglio di Papa Francesco. L’ho detto a Dario Fo, autore adesso di un formidabile romanzo, “La figlia del Papa” (è il racconto di Lucrezia, ed è edito da Chiarelettere). A maggior ragione gliel’ho sottolineato ascoltandone una sua lettura di scena: il discorso tenuto da Alessandro VI al Concistoro. Il Tevere restituisce il corpo del figlio Juan, assassinato, e quel padre, quel grande Papa, chiamato dalla verità evangelica, in forza dello strazio accetta quella morte: è la condanna per il suo turpe operare.

Niente a che vedere con l’idolatria che accompagna il Papa, questo di oggi, celebrato da tutti in virtù del suo farsi pastore dello Spirito del Tempo – arrivare a molestare Marco Pannella, nei suoi digiuni – piuttosto che testimoniare la luce dello Spirito Santo. Un mio argomento, questo, su cui ho avuto un’immediata reprimenda da Dario Fo, prima da Lilli Gruber, in una puntata di “Otto e mezzo” andata in onda sabato scorso, e poi ancora ieri, con un’intera pagina, sul Fatto quotidiano.
Eravamo dunque insieme, Fo ed io, e nel salutare quella sua vertiginosa recitazione – spettacolare ancorché ristretta nel tempo televisivo dell’assaggio – nel dirne bene, benissimo, ho anche fatto appello al canone di Orson Welles, questo: “Sotto i Borgia ci sono stati spargimenti di sangue, stupri, rapine e terrore. Ma hanno generato Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento. Tutto ciò accadeva mentre in Svizzera vivevano in amore fraterno: cinquecento anni di pace e democrazia. Ebbene, cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù”.

E’, certo, il contesto della grandezza terrena, quello dei Borgia. Ne beneficia la potenza di bellezza dell’arte e, perfino, del mirabile destino del Duca Valentino, tutto politico, tutto machiavellico, dove però la gloria della religione – come una quercia eterna rispetto alla ghianda secolare – rifulge nella sofferta traversata della chiesa nel mondo.

E’ l’immondo che si monda, la Chiesa del Borgia, Fo l’ha evocato con lucente maestria nel suo libro e nel racconto, ed è una chiesa – quella, quella del Borgia – che trova lavacro nel perpetuare un’autorità sporca di peccato ma senza mai consegnarsi all’Errore. E i cristiani, quelli che lo sono al modo di Cristina Campo, si affidano allo Spirito Santo il cui patrimonio è infinito nelle varietà di negazioni e di affermazioni segnanti, in modo eguale, il cammino da seguire a dispetto del mondo.

Niente a che vedere con l’idolatria. E’ quella che solletica il Papa – questo – a cui piace assecondare il luogo comune in luogo dell’Eterno. Ed è un Papa, questo – furbacchione, ebbene sì – consapevole di ricavare molto più potere da un selfie che da un attico; indossa scarpacce disadorne, disdegna gli ori, piace a tutti e lascia gli appartamenti terrazzati a Tarcisio Bertone, sacrificato sull’ara del ridicolo, perché, insomma, il Santo Padre attualmente regnante conosce bene la regola numero uno per sfangarla con le vicende del mondo: ed è quella di lisciare il pelo dal verso giusto, ripetere paro paro ciò che l’alfabeto irresistibile del conformismo esige. Per esempio tenersi, mano nella mano, con don Ciotti. Una photo opportunity così, manco Oliviero Toscani nella fortunata campagna Benetton poteva immaginarsela.

Liscia a tal punto il pelo, il Papa, da conquistare pure l’anarchico Fo, il sublime fustigatore del potere, oggi mio bastonatore, ma la regola numero uno del Cristo – mettersi accanto una puttana, contro i sepolcri imbiancati – dovrebbe ripetersi in un’altra photo opportunity. Come minimo, Bergoglio, dovrebbe mettersi a braccetto Bertone. La Maddalena di oggi, infatti, è questo sconfitto principe della chiesa, perso nella lussuria immobiliare e allora sì che – mano nella mano, col puzzone – sarebbe tutto “un effetto che fa”.

L’idolatria, temo, ha preso Fo che sia a “Otto e mezzo”, sia ieri dalle colonne del Fatto, ha ribadito un paragone: quello tra Papa Francesco e Francesco d’Assisi. Ribadisco anch’io. E’ un paragone impossibile. Le vicende dei papi e della cristianità, ovvio, interessano i cristiani ma anche quelli che non sono credenti. Fo non è un credente e il Poverello, che è il più guerriero dei santi, non un gruppettaro, a me è molto caro perché pur da saraceno – da credente – ne riconosco la profondità spirituale. Se c’è jihad nell’anima smarrita dell’occidente, infatti, è nella sequela di Assisi e quando Fo mi obietta – “nulla si può dire di Francesco perché tutto ciò che lo riguarda è stato censurato” – rispondo che negli esiti della sua predicazione, nella generazione d’amore della famiglia francescana, c’è già la risposta. Ecco, due santi: sant’Antonio di Padova e Padre Pio. Santo a tal punto, quest’ultimo, da non dover ricorrere alla qualifica dell’aureola per farsi riconoscere, santi fortissimamente forgiati nella sacralità entrambi, da elargire luce di pietas e misericordia e non l’ammaestramento etico, quel “tenetevi pulito il dito, in qualche buco dovrete poi mettervelo”. Mi riesce difficile vedere l’attuale Pontefice, così bisognoso di farsi accreditare nella casamatta del potere culturale – applaudito come neppure una star del Grande Fratello globale, up to date – svelare al mondo il profumo e le piaghe della sanguinolenta verità della messa per come l’affrontava Pio da Pietrelcina. Piuttosto, lui – ebbene sì, furbacchione – ammaestra i politici convocati al mattino, in tempo per i lanci di agenzia. Fosse questa, la religione, basterebbe Beppe Grillo.

L’idolatria, temo, avrà spinto Fo tra le botole del luogo comune, poi, quando nel dar conto delle sue ragioni mi accusa di stare alla manovella della macchina del fango e lordare la candida veste del Papa. A un certo punto ho pensato al contrappasso, ritrovarmi in uno dei suoi spettacoli ma nei ruoli inaspettati: io, quello di eretico e lui in quello di inquisitore. In un certo senso è così ma nelle botole alligna l’equivoco e non si può fare appello al caso di Giordano Bruno, no. Ancora una volta un esempio sbagliato. Il nolano non incontrò il rogo perché desideroso di libertà. Non era né laico né un Pannella di quei tempi, al contrario: era un mago. Un mago tra i più potenti. E solo chi legge per davvero i suoi libri si guarda bene dal farne un testimonial del Partito radicale. Esempio sbagliato è anche quello di Galileo Galilei, per quel che mi compete, perché la scienza – ebbene sì, la scienza – storicamente ebbe casa presso i musulmani e su vicende di casa altrui, più di tanto non posso dire. Ed esempio fuori luogo, infine, tra i tanti cari nomi evocati da Fo nell’officiare un’anatema contro di me, è quello di Giovanni Hus perché la storia del Veridico, quella tremenda epopea, la scrisse Benito Mussolini. E resta un ottimo antidoto contro l’idolatria, perfino quando si veste d’ermellino, ops, di sobria tonaca bianca.

© IL FOGLIO

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