La teologia dell’inquietudine e la nuova versione della misericordia. Il mondo applaude

di Patrizia Fermani (08/01/2013)

Che Bergoglio non fosse il parroco universale lo ha capito anche Ferrara, a suo tempo compiaciuto ideatore della definizione. Che non volesse fare il Papa perché dell’istituzione ha una visione molto personale, lo si era intuito subito, anche se molti hanno fatto finta di niente, un po’ perché bisognava pazientare con umiltà, e un po’ “per non morir” come Butterfly. Poi, quando è stato il diretto interessato a far capire che lui il papato lo avrebbe demolito pezzo pezzo, tutti, chi con soddisfazione, chi con sgomento, hanno dovuto accontentarsi di avere soltanto un Vescovo di Roma.

cq5dam.web.800.800 (9)I nostalgici del primato petrino si sono consolati pensando che, anche in questa veste, l’eletto al soglio pontificio una qualche autorità sugli altri vescovi e sul clero, almeno sui temi dottrinali, volesse mantenerla, e che comunque un uovo oggi è meglio che niente. Finché i vescovi tedeschi hanno detto “wir sind Kirche”, i sacramenti li diamo a chi ci pare, il numero dei comandamenti lo sottoponiamo a referendum popolare, oppure chiediamo a Largo Fochetti, la direzione alla barca la si dà annusando il vento. Monaco ha parlato, Vienna scalpitante ha risposto. E hanno chiuso il discorso col conterraneo dell’ex Sant’Uffizio (il Cardinale Müller), che è rimasto rinserrato a difendere da solo la dottrina cattolica come il famoso giapponese nella foresta convinto di dovere continuare a combattere quando la guerra era finita da un pezzo.

Ma ecco che Bergoglio per celebrare i fasti della Compagnia va alla Chiesa del Gesù, dove notoriamente si sono verificati miracoli di ogni sorta: i cattolici hanno scoperto di poter diventare anche comunisti e i comunisti scomunicati si sono ritrovati a dividere con i primi gli stessi sacramenti.

Bergoglio qui ritrova se stesso: “Io sono sempre e soltanto, nulla di più e nulla di meno, che un gesuita”. E sfoggia subito quale fiore all’occhiello del proprio essere gesuita nientemeno che l’inquietudine: che finora nessuno aveva pensato potesse essere una qualità e tanto meno una nuova virtù cardinale, quale pare ora diventata a tutti gli effetti. Per Sant’Agostino trovare Dio aveva significato porre fine all’inquietudine del cuore. D’ora in poi sulle nostre poche certezze veglieranno le apostoliche inquietudini. E già danno i loro frutti. Dopo tanto razionalismo ratzingeriano, capace di aprire a qualche ateo gli orizzonti più ampi della fede, ecco il ritorno trionfante persino sul Foglio del gesuitico irrazionalismo più alla portata dei tempi e della fede fai da te: quella più malleabile, buona per tutte le stagioni, adattabile a tutte le taglie, compreso l’unisex.

C’è poi il problema di chi, invece di godere della propria inquietudine, ne soffre e vorrebbe venirne a capo per trovare un’oasi di tranquillità interiore. Perché le inquietudini comportano sempre anche mancanza di orientamento, quello necessario al singolo per vivere bene e soprattutto alla intera società per non degenerare nel caos. Quale sarà il vantaggio di cercare ristoro nella inquietudine del pastore è difficile capire, a meno che due inquietudini sommate tra loro possano dare come risultato una qualche certezza. Ma è cosa ancora da verificare.

Poi il Vescovo di Roma incontra i superiori degli ordini religiosi nell’aula del sinodo. (Assente giustificato risulta il priore dei Francescani dell’Immacolata in ritiro spirituale forzato a casa sua).

Gli viene chiesto di definire quale sia l’identità e la missione dei religiosi. Un tempo a fornire le risposte sarebbero bastate le regole dei rispettivi ordini che, evidentemente, ora i superiori non si sentono più tenuti a conoscere né a seguire. Infatti vale la pena di ricordare che lo scopo di chi abbraccia la vita religiosa dovrebbe essere quello della salvezza della propria anima, come espresso a chiare lettere dalla regola di San Benedetto. L’esempio di una vita che tende alla perfezione diventa un modello da seguire per guadagnare la vita eterna e Bergoglio indica alcune virtù che devono comporre il modello della vita religiosa: un modello che ha la funzione di “testimonianza” cristiana, anche se non viene menzionato lo scopo ultimo di santificazione al quale tutte le virtù dovrebbero essere preordinate. Ma subito dopo – sarà per effetto dell’inquietudine – si ricorda che l’uomo è peccatore, e che, forse in virtù del principio di uguaglianza, tutti i veri uomini lo sono, compresi i religiosi, i quali – a suo dire – proprio in forza di questo rafforzano la propria testimonianza. E “questo fa bene a tutti!”. Come dire che mal comune fa mezzo gaudio. Tuttavia a questo punto può riuscire difficile capire in cosa consista la testimonianza, e soprattutto a cosa serva .

Da qui si passa a quello che Spadaro ritiene uno dei punti chiave del pensiero del Vescovo gesuita.

Per capire la realtà bisogna andarci vicino. Il che dovrebbe essere scontato, se egli non aggiungesse subito che la realtà va vista da più punti di vista differenti, e questo può essere altrettanto vero a patto di non considerare più come esclusivo il primo punto di vista, quello che si fonda sulla maggiore vicinanza possibile. La ragione della contraddizione emerge però quando ricorre alla metafora di chi si pone al centro di una sfera e pretende di essere equidistante da tutto ciò che vede. L’immagine sembra suggestiva, ma in realtà vengono confusi i due piani, quello della esperienza e quello del giudizio. L’equidistanza, intesa come oggettività del criterio di valutazione, è in realtà indispensabile per un giudizio non arbitrario e non meramente soggettivo. E non ha nulla a che vedere con la esigenza di concretezza dell’esperienza. Un conto sono gli strumenti empirici della conoscenza e un conto sono i criteri assiologici. Un conto è dire che per vedere bene una cosa, quindi la sua realtà, mi debbo avvicinare ad essa il più possibile. Ma se debbo considerarla alla stregua di un parametro superiore, di un criterio oggettivo, assoluto, come magari la legge di Dio, questa operazione esige che la bilancia sia la stessa e ben stabilizzata e che non sia tarata ogni volta in modo diverso.

Il metodo, che possiamo chiamare “asistematico”, va esteso anche alla educazione dei giovani, per la quale viene raccomandato di non “dire cose troppo ordinate e strutturate come un trattato”, perché “queste scivolano addosso ai ragazzi”. Bisogna convenire che è più agevole usare i verbi all’infinito piuttosto che tutte le sfibranti coniugazioni. Tuttavia è anche vero che il pensiero o è sistematico, cioè capace di strutturarsi attraverso procedimenti deduttivi e induttivi e associativi, o non è. La logica non è un lusso superfluo per eruditi, ma lo strumento naturale che fa dell’uomo un animale superiore. Aristotele non l’ha inventata, l’ha studiata ed enunciata.

Inoltre Bergoglio, che riconosce il primato della prassi ed è più versato nella trattazione del caso concreto che nella elaborazione dei concetti astratti, raccomandando per la formazione dei giovani l’accantonamento di un insegnamento sistematico, intende in fondo che si debba fare a meno anche delle astrazioni dalle quali, a noi pare, un pensiero degno di questo nome non può prescindere.

Comunque, a suo modo di vedere, per sapere cosa è un cavallo basta guardare l’Aquilante giallo di Brancaleone da Norcia . Solo i perdigiorno della filosofia greca potevano baloccarsi con la idea astratta della cavallinità.

La vita religiosa comporta le difficoltà della convivenza. Le difficoltà derivano dalle carenze personali, dai limiti di ciascuno e dalla incapacità di superare se stessi nella difficile arte di rapportarsi agli altri. Una realtà che emerge con prepotenza negli istituti di vita consacrata. Le carenze di spirito cristiano che si traducono in scarso amore per il prossimo più prossimo, quello sempre più difficile da amare, sono naturaliter materia da sottoporre al confessore. Ma in clima di positivismo e di santo determinismo, quelli cioè che hanno messo da parte la responsabilità individuale e la libertà di scegliere tra bene e male, il confessore lascia il posto allo specialista, così come il peccato lo lascia al disturbo della personalità. E per le difficoltà della convivenza Bergoglio consiglia sempre il ricorso allo psicologo, figura forse ignota a San Benedetto come a san Bernardo, e persino a Sant’Ignazio.

Alla fine di questo denso colloquio è venuta la grande raccomandazione volta ad orientare l’opera dei religiosi verso una missione di salvezza che sia sensibile ai segni dei tempi: bisogna concentrarsi su quanti si trovano a subire le anomalie partorite dalla realtà attuale. Il riferimento implicito è a quelle situazioni contro natura e contro il diritto naturale che la perversità coniugata con la libertà senza argini crea indisturbata in un crescendo di follia distruttiva.

C’è in ballo la macchina da guerra messa in campo in occidente per lo annientamento della famiglia e della società intera.

Ma non è di questo che sembra preoccuparsi il Vescovo di Roma, bensì soltanto delle singole situazioni di difficoltà derivanti in concreto da quella distruzione. Preoccupazione sacrosanta ma che da sola lascia le cose come stanno se la missione della Chiesa si riduce soltanto a lenire gli effetti collaterali e non consiste nel denunciare e combattere con ogni mezzo le cause, ovvero il peccato contro Dio.

Insomma, l’occasione era imperdibile per la tanto attesa„ accorata, vibrante condanna senza appello di quelle cause e dei relativi epifenomeni. La condanna non è venuta e l’omissione parla da sé: lo spirito del tempo ne sarebbe uscito mortificato e questo non si sarebbe accordato con la più recente versione della misericordia. Per essa il buon medico è evidentemente quello che dispensa il proprio amore comprensivo sulla cancrena in espansione perché anche questa, tutto sommato, deve essere accettata cristianamente ed hegelianamente con accogliente spirito di servizio . E che il servizio fatto al secolo sia eccellente, lo dimostra il tripudio col quale l’omessa condanna è stata accolta dalla intellighenthia nostrana che ha come proprio unico orizzonte culturale il delirio omosessista. I Vaticanisti hanno guidato la fanfara in attesa di spartirsi le spoglie di una Chiesa in decomposizione.

Intanto ecco che a Roma ha risposto prontamente Mogavero da Mazzara del Vallo.

© RISCOSSA CRISTIANA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...