Io dico no alla “Chiesa dei papi”

Se i Papi sono la Chiesa, allora siamo tutti un po’ più poveri.

di Don Cristiano Mauri (30/04/2014)

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Eccoli qui, nella locandina stile cinema pubblicata domenica su Avvenire, come “I tre tenori” in concerto. Peccato non ci sia il povero Benedetto XVI. “I fantastici 4” come titolo sarebbe stato più carino, ma si sa che Ratzinger è poco fotogenico e poi un Papa dimesso fa calare l’audience. Via, accontentiamoci di tre. E poi lo spettacolo è stato garantito lo stesso. E pure in 3D.

Perché anche di spettacolo si è trattato, non certo solo di celebrazione. D’altronde l’evento era di portata storica e in questi tempi iper-mediatici è inevitabile che i fatti divengano anche uno show a tutti gli effetti.

Nulla di male, per carità. O forse sì? Chissà, certo che in un caso o nell’altro occorre chiedersi di che spettacolo si sia trattato e che cosa sia andato in scena.

La santità? Senza dubbio. Celebrata, spiegata, proposta in tutti i modi possibili. Gli sguardi sono stati guidati proprio lì, su una santità che è un vero spettacolo per quanto appare bella e convincente.

Ma è anche andato in onda lo show dei Papi.

Credo sia innegabile – e per certi versi inevitabile – che un evento come quello del 27 aprile porti con sé un forte risvolto auto-celebrativo del papato. Dico “risvolto” perché credo che sia poco più di un effetto collaterale, ma che il risultato di una simile celebrazione sia anche una sovra-esposizione della figura papale credo sia incontestabile.

Ciò potrebbe non essere in sé un gran problema, se non fosse che si accelera ulteriormente quel processo di esaltazione della centralità del papato che sembra aver caratterizzato l’ultimo secolo e mezzo, come ben descrive Aldo Maria Valli, in questo articolo: Un’auto-celebrazione che non è un modello.

Il fatto che – come sostiene Valli – l’auto-rappresentazione dei cattolici sia oggi fortissimamente legata al Papa, unito al dato evidente che tale identificazione raggiunga livelli prossimi alla papolatria in corrispondenza di pontefici carismatici, questo sì mi pare proprio un problema.

Un vero problema di Chiesa. Di identità, di natura, di esperienza di Chiesa, che la canonizzazione di due pontefici fortemente carismatici ad opera di un terzo ormai – suo malgrado – “pop-star” non ha potuto che rinforzare.

Un problema di identità, perché la Chiesa è di Cristo, non dei Papi. Non si dica: “Questo si sa”, perché la realtà è che si parla più del Papa che di Cristo, si citano di più i pontefici del Vangelo, si conoscono con maggior facilità i discorsi di Giovanni Paolo II o le frasi a effetto delle omelie di Santa Marta che il discorso della montagna di Gesù.

E basta confrontare lo sbandamento che ha accompagnato il pontificato di Ratzinger con l’entusiasmo attuale per non poter negare che il riferimento ultimo a Cristo, se non scompare, certo sbiadisce in modo palese dietro la forza o la debolezza dei carismi personali.

I Papi portano a Cristo? Non dubito sia loro intenzione, il risultato della sovra-esposizione della loro figura resta discutibile.

Un problema di natura, perché al ruolo predominante del papato è strettamente connessa l’ideologia dell’«uomo della Provvidenza» secondo la quale le sorti della Chiesa, dell’umanità, del mondo sembrano dipendere direttamente dalle straordinarie capacità di un uomo solo.

Francesco è visto oggi – e non è affatto detto che lo sia – come l’unico a lottare per una Chiesa autenticamente evangelica come un condottiero solitario. Così fu, in parte, per Giovanni Paolo II su altri terreni e pure Giovanni XXIII a volte sembra l’unico fautore del Vaticano II.

Ma la natura della Chiesa non è affatto quella di un ammasso di poveretti guidati a salvezza da un super-eroe! La Lumen Gentium ha detto con chiarezza che tutto intero il popolo di Dio è strumento di salvezza offerto al mondo e dunque ogni uomo e ogni donna sono “della Provvidenza” nella loro ordinarietà e semplicità, compresi coloro che, pur non riconoscendo ancora Dio, cercano di condurre una vita retta.

Questa responsabilità personale, se non è negata, certamente non è affatto incentivata dall’esagerato rilievo dato al Papa.

Infine, un problema di esperienza perché la pervasiva presenza del Pontefice e l’incredibile facilità di accesso alla sua figura rischiano di far saltare le altre mediazioni ecclesiali perdendo così la complessa ricchezza della Chiesa intera.

Francesco, dentro la pancia della Chiesa popolare, non è Vescovo di Roma ma Vescovo del mondo, anzi, a causa del suo stile è diventato il parroco del mondo. Peccato che sia il Papa e non un parroco. E non è raro avvertire oggi in molti la sensazione che farebbero volentieri a meno del loro parroco e del loro Vescovo che, poverini, non sono come il Papa.

Certo, è bello sentire Francesco così vicino ma se ciò va a detrimento dell’esperienze locali, allora quella vicinanza è solo un impoverimento, perché la Chiesa universale esiste come comunione di Chiese particolari, di cui il Papa è fondamento di unità ma soprattutto servo. Se le Chiese locali, con parroci, vescovi e parrocchiani spariscono dentro “la Chiesa del Papa”, sparisce anche la vera Chiesa universale.

I Papi sono un dono per la Chiesa, ma non sono l’unico, anzi. E l’ingigantimento del ruolo papale, soprattutto se carismatico, può dare risultati immediati apparenti ma siamo certi che sia nella logica dell’edificazione della Chiesa e della valorizzazione della ricchezza dei suoi doni?

A me restano dei dubbi e continuo a dire “Credo la Chiesa”, perché invece “la Chiesa dei Papi” mi sembra semplicemente meno bella.

E tu che ne pensi?

© LA BOTTEGA DEL VASAIO

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