Ferrara ha ragione: un papa non deve piacere troppo

di Marco Renna (20/03/2014)

La croce di Cristo è scandalo, la parola di Gesù una spada tagliente e l’indice di gradimento non si addice alla Chiesa. E questo basta a spiegare l’intelligenza e il buon senso della parole di Giuliano Ferrara, uno dei più lucidi e illuminati giornalisti italiani.Il direttore de Il Foglio dice chiaramente che “questo papa piace troppo”. Ed è vero, perché è la realtà. Siamo perfettamente in sintonia col giornalista quando asserisce che per un Sommo Pontefice l’eccesso di consensi può essere un limite, perché potrebbe confondere o, peggio, oscurare l’obiettivo più importante.

Newscom-efespseven782741Il fatto che Papa Bergoglio piaccia a tanti (quasi a tutti) è una cosa rilevante sul piano dell’umana simpatia, ma non sposta di una virgola il piano divino della salvezza. Certo aiuta. Perché la testimonianza data agli uomini è un elemento significativo, perché i gesti nobilitano l’animo umano. Perché il buon esempio, il carattere, il modo di essere e di fare, sono garanzia di successo nelle relazioni umane. Ma la fede non si basa sulle relazioni tra gli uomini, o almeno non solo; si basa, invece, sulla relazione tra l’uomo e Dio, di cui il Papa è un tramite. Indispensabile, perché vescovo di Roma, cioè capo della Chiesa di Cristo. La sua di (Dio), di nessun altro.

Ecco perché la religione cristiana e la fede cattolica non si fondano sul gradimento di cui gode un papa. Né il loro valore viene stabilito dalla considerazione di cui godono o meno i preti. Essi, tutti, dal papa all’ultimo parroco di provincia sono mezzi, di certo determinanti per raggiungere il Cielo, ma restano strumenti, puri e semplici mediatori. Il gradimento di un papa non comporta necessariamente un accrescimento della frequentazione religiosa, non si traduce nell’assicurazione della salvezza da parte delle anime dei credenti; magari bastasse, magari servisse a questo, magari fosse così semplice.
Se il consenso di cui gode un papa serve solo a riempire Piazza san Pietro a Roma e non le chiese di tutto il mondo, è solo un’inutile controsenso. Come è inutile fare pellegrinaggi in qualche santuario sparso nel mondo quando invece sarebbe meglio andare semplicemente a Messa la domenica. La parola di Dio va certamente spiegata e condivisa con rinnovato spirito di partecipazione emotiva, ma non dipende tanto dal tono con cui la si proclama ma dal fatto che la si proclami e che magari la si metta in pratica. Un fatto che va al di là della simpatia o della capacità comunicativa di un prete.

Non è il papa, insomma, che da valore ai sacramenti, e che rimette i peccati, non è il papa la formula magica per la salvezza del’umanità. È piuttosto la Chiesa, intesa come l’Assemblea dei credenti in Cristo che operano in comunione con i vescovi, successori degli Apostoli, e il vescovo stesso di Roma, capo del collegio apostolico. È la romanità l’elemento speciale che conferisce forza, senso e significato al ministero papale. Il papa in quanto vescovo di Roma, assume su di sé il portato storico, culturale, sociale, dottrinale di cui la Chiesa cattolica romana si fa interprete esclusiva. Di Dio si hanno poche prove, la Chiesa e la sua organizzazione terrena rappresentano, invece, la via di intermediazione senza la quale non ci sarebbe possibilità né di dialogo, né di incontro, né di conoscenza con il Padreterno.

Questa lettura di fede non deriva dall’opera di questo o quel sacerdote in quanto tali, ma dalla Tradizione che rende reali ed efficaci le azioni dei preti. Così il papa, chiunque esso sia, simpatico o meno, brutto o bello, alto o magro, introverso o estroverso, custodisce sempre la verità della Fede. Il vescovo di Roma (per la sua funzione di vescovo di Roma, come ha ricordato lo steso Papa Bergoglio nel giorno della sua elezione al soglio petrino) è la garanzia della credibilità del messaggio di Dio, come è sempre stato in venti secoli di storia cristiana.

© LECCENEWS24

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